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Intervista a ANGELO MARINELLI di Gigliola Foschi

Immagini potenti, quasi vellutate, dense e stratificate, intrise di silenzio e di oscurità. Immagini dove corpi e natura vibrano assieme in una sorta di unico respiro che avvolge gli umani a foglie, cortecce e intrichi di rami. Cariche di forti rimandi metaforici le opere di Angelo Marinelli, della serie Leaves of grass, sono state premiate dalla giuria di Arteam Cup 2018 per la loro intensità espressiva e, soprattutto, per la loro capacità di far emergere la dimensione poetica della natura, di evocare il potere ancestrale della terra ed evidenziare le forze profonde e archetipe che ci legano ad essa. Un tema, quello del rapporto indissolubile tra uomo e natura, a cui l’autore è approdato dopo una serie di progetti fotografici in apparenza diversissimi che, per usare gli schemi tipici della cultura fotografica, si potrebbero definire “ricerche sui mutamenti del paesaggio contemporaneo”; progetti che potrebbero essere avvicinati alla ricca e proficua tradizione italiana delle “fotografie dei luoghi” (R. Valtorta). Ricordiamo, ad esempio, di Marinelli: Playground (2011-2013) realizzato in Italia e dedicato ai luoghi pubblici o industriali ora in abbandono; On Impermanence (2013) su come sta cambiando il territorio urbano in Cina; e ancora Quasi altrove (2015-2016) dedicato a una Roma in trasformazione, ricca di contraddizioni e controsensi, ma al contempo forte e misteriosa.

Angelo Marinelli, Leaves of grass – Ample are time and space #2 – 2017

Dunque ragioniamo con Angelo Marinelli per capire meglio come sia nata la sua ultima ricerca e con quali intenti. Esiste inoltre un filo rosso che la avvicina alle sue opere precedenti oppure la sente come estremamente diversa?
Partiamo da Leaves of grass

Il tuo lavoro è come se avesse accolto l’invito del filosofo Duccio Demetrio a ridare voce alla “religiosità della terra” trasformando la fotografia in un’avventura meditativa, in un viaggio verso una natura vissuta intimamente, al contempo seducente e inquietante perché capace di ricordarci il nostro essere mortali. Puoi raccontarci come è nato questo progetto dove la fotografia sembra essersi posta in ascolto dei lenti processi di decomposizione e rinascita della natura?
Parlando di “religiosità” la prima cosa che mi viene in mente è la meditazione basata sull’ascolto, la riflessione, la sospensione. Oggi stiamo perdendo completamente tutte queste pratiche. La vita diventa sempre più frenetica, rumorosa e bombardata da immagini che si susseguono a una velocità tale che la loro fruizione è quasi impossibile.
Il mio processo creativo in realtà altro non è che un rallentamento, ed è durante questo cambio di marcia che iniziano a formarsi idee e  immagini: è come un puzzle dove tutto quello che vedo, vivo, leggo, va a comporre il progetto. Leaves of grass è l’ultimo capitolo di un percorso intrapreso anni fa con Playground, dove realtà industriali abbandonate vanno a rappresentare lo strappo fisico e mentale che l’uomo ha creato con la natura. Scheletri di cemento a definire un determinato momento storico di un luogo e, al contempo, di una popolazione.
L’industria ci ha spostato dalla campagna alle nascenti metropoli, allontanandoci anche da un tipo di vita e di lavoro che, seppur faticoso, permetteva un incontro più intimo con la natura e i suoi tempi.
Ciò che mi ha affascinato più di tutto in questi anni di ricerca è stato il potere della natura di riprendersi il proprio spazio e di riplasmarlo nel tempo. In Quasi Altrove, ad esempio, ho immaginato una Roma quasi totalmente abbandonata dall’uomo, disilluso dal fenomeno della metropoli industriale. La città è illuminata dalla luna piena e la natura è protagonista nel suo riconquistare luoghi e reperti che raccontano la presenza dell’uomo e la sua storia.
Il modus operandi delle piante ci mostra come l’erba, una forma organica apparentemente semplicissima, conservi in sé una memoria atavica e una forza in grado di riappropriarsi di ogni spazio e di ricucire progressivamente gli strappi che l’uomo ha prodotto. Non può inoltre passare inosservata la sua bellezza, che fa emergere sottaciute leggi di estetica da cui trarre ispirazione.

Angelo Marinelli, Leaves of Grass – the body Electric – 2017 – courtesy Galleria Pack

Tu presenti la tua ricerca con alcuni versi del grande poeta americano Walt Whitman. Versi dove si legge, “We are Nature, long have been absent, but now we return, / We became plants, trunks, foliage, roots, bark, /”.  E – cosa che mi ha molto colpito – le tue immagini sono una sorta di traduzione visiva capace di ridare vita a tali versi potenti. Il titolo della tua serie è inoltre Leaves of Grass, ovvero il medesimo titolo della raccolta di poesie che ha reso celebre Whitman; e i titoli dei stessi tuoi dittici o trittici sono tratti dal suo libro. Come è nato questo rapporto con Whitman? Come i suoi versi ti hanno ispirato? Quali problematiche e tematiche della sua opera ti hanno così colpito da sentire la necessità e l’urgenza di trasformarle in una sorta di cantico visivo?
Sembrerà strano ma il processo è stato totalmente inverso. Non ho sentito l’esigenza di trasportare in immagine le poesie di Whitman ma tutto è avvenuto in modo casuale e “naturale”. Avevo già iniziato ad elaborare la necessità di raccontare una ricollocazione dell’uomo nella natura quando ho avuto questo incontro con Whitman.
Tutti i romanzi letti in quel periodo mi riconducevano alla storia e agli scritti di Whitman e, in quel processo del predisporsi all’ascolto di cui parlavo prima, ho deciso di concedermi la lettura di Leaves of grass. Sono stato sorpreso già dal primo canto, il Canto a me stesso: “lo, ora, trentasettenne in perfetta salute, ora / incomincio, / E spero di non cessare che alla morte. / Credi e scuole in sospeso, / Un po’ discosto, sazio di ciò che sono, ma mai/ dimenticandoli, / Accolgo la natura nel bene e nel male, lascio che parli / a caso, / Senza controllo, con l’energia originale”. Anche io, a trentasette anni ero mi trovavo ad avere le stesse esigenze e riflessioni di un poeta vissuto due secoli prima di me. Nella colossale raccolta Leaves of grass di Whitman è presente, nell’analisi del rapporto tra uomo e Natura, una lucida visione di ciò che l’uomo dovrebbe avere il coraggio di ritrovare.
Quel “Noi”, presente nei versi che citi, rappresenta l’uomo in una nuova forma, che fa parte di una Natura più ampia (madre protettiva, che genera e rigenera, di cui non solo siamo figli ma ne facciamo parte integrante). All’interno di questa visione l’esistenza diventa un’esperienza completa, siamo al contempo uomo e donna, conscio e inconscio, in una totale unione con tutti gli altri esseri viventi, di cui noi siamo parte.
Dobbiamo imparare a rivivere la Natura in questo modo e riappropriarci della capacità di coglierne i simboli poiché questi sono il manuale di comprensione di noi stessi e del divino divino inteso come la grandezza che non sappiamo spiegarci di fronte alla Natura.
Con il mio Leaves of grass, meno colossale di quello di Whitman ma che non escludo mi accompagni per tutta la vita, ho voluto avvicinare il soggetto fotografato e lo spettatore proprio a quei simboli e ritrovare nella Natura, e in quello che fa scaturire in noi, il sublime dei romantici. L’uomo, nudo, privato dei mezzi contemporanei di difesa che lo offuscano, ritrova un proprio rapporto soggettivo con la Natura, riscoprendo la propria interiorità e ristabilendo una più completa coscienza interiore.

Angelo Marinelli, Leaves of grass – a woman waits for me – 2017

In una poesia di Whitman ho trovato scritto: “Io sono il poeta del corpo, e sono il poeta dell’anima. Io sono colui che cammina con l’avanzare della tenera notte”.  Quasi tutte le tue fotografie, anche quelle delle tue serie precedenti, sono state scattate di notte, oppure con una luce ombrosa attraversata dall’oscurità. Immagino che la tua scelta non sia solo una scelta stilistica. Ci racconti qual è il tuo rapporto con la notte e la penombra?
La notte è il luogo del non visto, del non detto. Nasconde i segreti, i peccati e i peccatori. È il luogo dove i personaggi di Arthur Schnitzler si muovono al limite tra il sogno e la realtà. È dove la nostra mente genera le immagini, partendo da bozzetti timidamente impressi sulla retina, indistinti e falsati. È il luogo dell’inconscio, dell’immensità, del sogno, del silenzio. La notte è, per eccellenza, sublime. Spaventa e affascina.
Parlando di fotografia a livello tecnico poi, la notte, a differenza del giorno, offre una variabile in più, il racconto del tempo, del movimento. Le lunghe esposizioni riportate in un solo fotogramma restituiscono un racconto più completo, ma allo stesso tempo “sospirato”. È come se la macchina fotografica trattenesse il fiato insieme al fotografo osservando la scena. La penombra poi restituisce, per l’assenza di uno spot luminoso, una vicinanza cromatica tra i bassi e gli alti toni rendendo statuari, come in Leaves of grass, gli incarnati e ciò che li circonda.
Il momento davvero magico è quello in cui si ha l’inizio dell’“avanzare delle tenebre”. Lo aveva intuito anche Magritte che, con il suo L’impero delle luci, ci porta in un paesaggio perfettamente a metà tra il diurno e il notturno, come se ci volesse tenere sospesi tra la realtà e il sogno, tra il reale e il surreale. Dopo di esso il buio, con i suoi mostri e la sua pace.

Angelo Marinelli, Leaves of grass – we two, how long we were fool’d – 2017

Tu hai vissuto vari anni in Asia e hai realizzato la ricerca On Impermanence, dedicata a come il territorio cinese sia segnato da un ininterrotto e vorace processo di costruzione e distruzione. Questo tema dell’“impermanenza”, della caducità, della continua trasformazione in che modo entra nel tuo lavoro? Qual è il legame, il rapporto tra questa ricerca in Cina e quella di Leaves of Grass?
La prima cosa che mi viene in mente quando penso alla Cina è la frenesia di diventare parte di un Occidente che nella sua corsa sembra avere già fallito. Non me ne spiego la ragione. Nell’inseguirci però, a differenza del nostro modo di preservare la storia e i suoi reperti, loro imbiancano la tela e ricominciano, spazzando via tutto quello che è stato: ricopiano, ricostruiscono sì, ma distruggendo “l’originale”. In questo modo di proseguire, che ci appare sbagliato (nonostante permetta loro di tramandare delle antiche tecniche artigianali che non vanno perse) ho trovato una filosofia di vita, sicuramente di origine buddhista, che potrebbe essere la soluzione alle ansie dell’uomo moderno. Renderci conto che non siamo eterni ma impermanenti. L’impermanenza poi non va intesa in un’accezione negativa ma è semplicemente parte del nostro essere. Senza cambiamento non c’è alcuna forma di vita e solo accettandolo si fa pace con l’ansia di vivere tipica della cultura occidentale. Trovarsi qui ed ora: dovremmo concentrarci solo su questo, servirebbe ad alleggerirci l’esistenza.
Leaves of Grass è sicuramente frutto anche del mio lavoro in Cina: l’uomo riportato a stretto contatto con la natura comprende che ogni momento (la nascita, la vita, la morte) è importante e va vissuto scrutando l’eternità, un’immortalità da non intendere in senso individuale ma come propria della Natura. Nel riappropriarci del nostro elemento naturale e nel diventare parte di qualcosa di più grande – quel Noi a cui faceva riferimento Whitman – diventiamo eterni e ci togliamo di dosso il “male di vivere”. Dobbiamo chiederci Quanto a lungo fummo ingannati e renderci conto che, e qui uso le parole di Whitman da te in parte già citate, “noi siamo Natura, a lungo siamo mancati, ma ora torniamo,/ diventiamo piante, tronchi, fogliame, radici, corteccia, / siamo incassati nel terreno, siamo rocce, […] abbiamo ruotato e ruotato sinché siamo arrivati di nuovo a casa, noi due / abbiamo abrogato tutto fuorché la libertà, tutto fuorché la gioia”.

* Il titolo di questa intervista è ispirato a Foglie d’erba di Walt Whitman

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