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INTERVISTA A MARINA ABRAMOVIC di Luisa Castellini
tratta da Espoarte Contemporary Art Magazine n.70

Nessun compromesso: l’arte è vita e via per elevare la coscienza. Verità e amore sono nel tempo, nella presenza: intangibili, immateriali ma non per questo fragili, anzi. Silenzio e ascolto, per comprendere il nostro esserci e raggiungere altri stati di coscienza in sé e nell’altro, non sono negoziabili. Parola di Marina Abramović, che ha plasmato la sua vita nella Performance e viceversa, poiché la Performance prende corpo intorno, nella e con la sua vita. Affronta prove sempre più lunghe, perché il tempo rende impossibile ogni finzione e porta a splendere quella verità del contatto immediato con l’altro in tutta la sua potenza. Lei, che ha fatto e continua a scrivere, proteggere e promuovere la storia della Performance, aprendola a nuovi orizzonti e problematiche, vive in questo tempo. Lo respira e lo contempla: medita e sente avvicinarsi un grande cambiamento nelle coscienze. E noi con lei, credendo che l’arte, davvero, possa come un tempo portarci di fronte a noi stessi, unirci, e darci la consapevolezza e la forza necessarie per costruire un mondo altro.

Luisa Castellini: Ogni tuo lavoro è costruito su un rituale che inizia con una lunga preparazione fisica e spirituale. Ma quando la Performance è finita come ti purifichi da tutte le energie che hai assorbito?
Marina Abramovi
ć: Per mesi, dopo ogni Performance, ho problemi alla schiena e alle articolazioni, in tutto il corpo. La mente può essere portata all’estremo ma il fisico ha bisogno di tempo per recuperare le proprie energie. Ogni volta ho quindi bisogno di tempo per ritrovare l’equilibrio, sono obbligata a prendermi cura del corpo o di una parte, in particolare: adesso sto bene, ad esempio, ma ci sono voluti cinque mesi per tornare in forma. A livello spirituale è invece il contrario: è meraviglioso, conquisti diversi stati di coscienza e puoi sentire la verità dell’essere umano. È questo quello che accade durante una Performance. Il corpo, no, ha bisogno di essere sistemato come un tavolo: quando lo usi troppo, una gamba può cedere e lo devi mettere da parte.

Com’è cambiata nel tempo la tua relazione con il pubblico?
Una volta Martha Graham disse che ovunque si danzi è terreno sacro. Per me è il pubblico a essere lo spazio sacro. Per molti artisti il pubblico non è importante quanto lo è per me. E lo è in modo incredibile, perché io creo una relazione individuale, uno a uno, con ciascuno di loro. Il mio obiettivo è donare amore incondizionato all’altro, per cui si tratta di essere totalmente nel presente. Durante la Performance ricevo, sono un centro di energia e divento specchio di chi ho di fronte. Le persone sono molte e così i sentimenti, contrastanti, dentro di me, ma la maggior parte delle volte quello che sento nel pubblico è la paura. Molta paura, espressa attraverso il silenzio o in una particolare sfumatura dello sguardo. Io vedo, sento tutto: loro lo sanno, ne sono consapevoli.

Quando ti sei sentita più amata dal pubblico?
Non si tratta soltanto del tempo della Performance. Mi sento davvero molto amata dal pubblico: sono una di quegli strani artisti che non hanno un valore commerciale. Non posso vendere il mio lavoro e diventare miliardaria perché la mia opera è immateriale. Come l’amore: non lo puoi vendere. Io sento, pienamente, perché sono onesta con me stessa e non scendo a compromessi: il pubblico si accorge immediatamente se qualcosa non è reale. Io sono onesta al 100% perché è l’unico modo in cui posso fare arte e il pubblico lo apprezza: la risposta delle persone è così forte da inondarmi. Quando finisco una Performance ed esco per strada incontro estranei che mi stringono la mano o piangono. Sono sconosciuti ma io so cosa sentivano, cosa volevano comunicare con lo sguardo. Io sono lì per ciascuno di loro: la mia vita è totalmente piena d’arte. Di solito si hanno figli, case, io no: vivo nell’arte e il messaggio che voglio dare è la possibilità di elevare lo spirito umano in un certo modo.

La cultura occidentale può riscoprire la pratica del silenzio, della contemplazione e il suo effetto catartico attraverso l’arte?
Sono sempre più convinta che ci stiamo avvicinando a un grande cambiamento nelle coscienze. E non si tratta solo del pianeta, delle strane profezie dei Maya sull’allineamento dei pianeti e la fine del mondo o di cose di questo tipo. È la coscienza che sta cambiando. Basti pensare a quello che sta accadendo in Medio Oriente: le persone sono stanche della corruzione, di non avere democrazia e libertà di azione. Se muta la coscienza tutto può cambiare. Purtroppo non abbiamo leader spirituali o politici come Gandhi o Mandela: quando guardiamo ai nostri capi, alla loro corruzione, capiamo che la società è lo specchio di tutto questo. Ma quando le persone iniziano a guardare alla realtà, a tutto questo, e a dire «non lo vogliamo più» inizia il cambiamento. L’arte è uno degli strumenti per elevare la coscienza: è uno dei tanti, ma bisogna agire su molti livelli per cambiare le cose e penso che siamo in un grande momento di cambiamento.

L’arte può ancora essere, come è stato per secoli, una via di ascesa e di unione?Assolutamente. Basti prendere ad esempio la mediazione, che nessuno in Occidente impara a scuola. I nostri bambini sono esposti tutto il tempo alla tecnologia: non hanno modo di trovare il proprio centro in se stessi, di avere una pace interiore. David Lynch, grande regista, si impegna da tempo per portare la meditazione nelle scuole, dove i bambini imparano a leggere e a scrivere, perché questa è la base su cui dovremmo educarli per far sì che pensino e agiscano in modo differente. La tv sottomette e non educa: non eleva ma degrada e livella, specialmente in alcuni paesi. Dobbiamo riconoscere lo stato della realtà per costruirne un’altra, anche con l’arte.

Quanta influenza hanno avuto e hanno oggi le filosofie orientali nella tua vita e quindi nella tua opera?
Enorme. È tutto. Quando avevo vent’anni ho viaggiato in Oriente. Ho poi vissuto un anno nel deserto con gli aborigeni e ho anche trascorso molti mesi con i monaci tibetani. E poi in India e in Sudamerica, con gli Indios in Amazzonia. Queste persone mi hanno insegnato tutto: come apprezzare la natura e capire che siamo legati, interdipendenti. Non siamo soli e non possiamo trattarci come spazzatura. Tutto è legato, connesso ed è questo che ho imparato, la globalità dell’universo, che è quanto cerco di condurre nella mia arte. È stato un grande insegnamento: la cultura occidentale ha preso una strada sbagliata. La tecnologia di per sé non è cattiva se la impieghi per avere più tempo ma in questo momento non è così. La tecnologia si nutre del nostro tempo e quindi non abbiamo modo per guardare dentro noi stessi, per contemplare, meditare e prenderci spazio.

Con Seven Easy Pieces hai aperto la Performance a un nuovo dibattito su questioni quali l’interpretazione e la documentazione. Quali credi saranno, a lungo termine, le conseguenze?
Non ho concepito Seven Easy Pieces in un modo razionale. Questi brani storici sono stati visti da così poche persone in brevi periodi e sono diventati una sorta di mistero, e noi non abbiamo materiale o documentazione adeguati per capire cosa davvero sia accaduto. Rifarle ha reso di nuovo vive queste idee e ha anche aperto la Performance a nuovi orizzonti, perché si tratta di una forma d’arte diretta, di trasformazione di energia. Per questo è importante che artisti sempre più giovani, che lavorano su opere interattive, possano godere della Performance come di uno strumento per la propria esperienza. Personalmente sono ormai indirizzata verso lavori di lunga durata, dove non puoi fingere o recitare. Devi essere per forza una verità, nuda: si possono produrre oggetti o cose, ma la Performance è per sua natura una forma immateriale, che ti conduce davvero oltre, altrove. Può trasformarti come persona e può cambiare il pubblico che vi partecipa, cosa che alcune forme d’arte possono fare.

A quali orizzonti potrebbe guardare oggi la Performance?
Penso che il suono vada maggiormente esplorato. Lavorare con la musica potrebbe portarci in un’altra direzione, perché il suono può davvero cambiare lo stato d’animo, i sentimenti, ed è così immateriale. Penso che i giovani artisti ma anche i bambini, tutti, dovrebbero ascoltare di più. Così la Performance dovrebbe valutare la propria evoluzione attraverso il suono e la musica.

Come valuti oggi l’influenza della Performance nella ricerca artistica?
È come per me rispetto a Pina Bausch, una grande maestra. Lei davvero integra Performance e verità di sentire nei suoi lavori: non finge di correre nella neve ma corre davvero nella neve. Nel teatro ci sono alcuni giovani direttori che cercano un reale coinvolgimento fisico e mentale: per approdare a uno stato diverso, autentico, e non vedere solo piroette. Anche nel cinema ci sono artisti che rinunciano allo Stuntman facendosi carico del proprio lavoro: solo con l’onestà puoi cambiare le cose, non dando ad altri il compito di farlo. Credo quindi che ci siano molte possibilità nel teatro e nel cinema e che ci sia fermento anche nell’opera: nessuno l’ha mai toccata perché pare un ambito sacro, molto tradizionale e con un pubblico altrettanto tradizionale. Ma penso ci siano diversi artisti che vogliono affrontarla in modo diverso: desiderano attaccare questa sorta di dinosauro per vedere cosa possono fare di nuovo.

Qual è la tua opinione rispetto ai nuovi mezzi di comunicazione sociale?
Non ho approfondito ambiti come Second Life o i Social Network ma credo che la situazione sia inarrestabile. Viviamo talmente nel mondo del computer che questo diventa a tutti gli effetti la nostra realtà. Tutto ciò mi spaventa ma credo che l’uomo non possa inventare nulla che già non esista da qualche parte o in qualche altra forma. Certo, tutto è possibile, dagli Avatar all’uomo metà macchina. Se penso al corridore con la gamba artificiale posso solo concludere che le modifiche genetiche siano l’inizio di un altro mondo. Ma non credo sia un bel mondo, sarò perché sono vecchio stile. Avremo dei leader spirituali solo fermandoci, trovando tempo e meditando, fin dalla scuola.

A quali progetti stai lavorando?
Sono impegnata con Bob Wilson nella pièce The Life and Death of Marina Abramović che debutterà il 9 luglio a Manchester. Inoltre sto lavorando a quella che sarà la mia eredità: ho incontrato il Presidente del Montenegro, che mi ha messo a disposizione un enorme spazio, che pare una città. Sarà un centro di comunicazione e creatività per il cinema, il teatro, la musica e ovviamente la Performance. A oggi è un progetto straordinario, dove sono impegnata con il mio Institute for Preservation of Performance Art.

BIO
Marina Abramović (Belgrado, 1946) è una delle più alte protagoniste della Performance. Leone d’Oro alla Biennale di Venezia nel ’97 con
Balkan Baroque, dalla metà degli anni ’70 opera verificando le possibilità del corpo e della mente approfondendo il rapporto con il pubblico e le potenzialità della durata nella Performance. Dal 1976 al 1989 il sodalizio con Ulay – di cui ricordiamo, tra le molte Performance, Breathing in/ Breathing out with Ulay (1977) che si conclude lungo la Grande Muraglia Cinese. Tra le Performance storiche:Rhythm 10 (1973), Rhythm 0 (1974), Rhythm 5 (1974) e la triade Freeing The Body, Freeing The Memory e Freeing The Voice del 1976. Lips of Thomas (1975) è stata rivissuta da Marina, insieme all’omaggio Entering the Other Side e alla reinterpretazione di quattro brani storici della Performance di Acconci, Nauman, Export, Pane e Beuys, nella grande opera Seven Easy Pieces. Tra il 9 e il 15 novembre del 2005, al Guggenheim di New York, ogni giorno per sette ore, Marina ha unito queste pietre miliari della Performance che, filmate dalla regista Babette Mangolte, sono state poi ordinate in un video. Nel 2010, dal 14 al 31 maggio al Moma di New York, ha realizzato The Artist Is Present: una lunga Performance durante la quale si è posta in un dialogo silente con ciascun spettatore.

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