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«Come dovrebbe essere il rapporto tra uomo e immagine, in un’epoca dominata dalle immagini, se non consapevole e critico?» scrive Marco Campanini nell’Autocritica fotografica pubblicata sul suo sito. Come percepiamo le immagini, l’uso stesso che ne facciamo parla chiaro e allo stesso tempo interroga sulla nostra capacità ed esigenza di fermarci e sospendere, per un attimo, il giudizio. Non è facile, quando ci si trova immersi in un magma iconografico, recuperare la prima facoltà richiesta ad un esercizio critico: scegliere. Possiamo, quindi, pensare all’Anthologia di Marco Campanini come ad un infinito fiorilegio in cui ciò che viene raccolto è sempre frutto dell’esperienza di un ideale flaneur che non bada a punti di partenza, direzione e arrivo…

Francesca Di Giorgio: Hai parlato del tuo lavoro come di un luogo ideale «per mettere in atto un attraversamento, una penetrazione, un’erranza fisica, intellettuale e spirituale nella rappresentazione stessa». Tutto questo presume un immaginario ricco e mutevole…
Marco Campanini: Evidentemente l’estetica settecentesca (penso al Diderot della Promenade Vernet in particolare) aveva già preconizzato quello spazio immaginario mentale, dinamico, metamorfico che è divenuto esperienza quotidiana nella nostra epoca con il web, la realtà virtuale, ecc… e più in generale le immagini che Vilém Flusser definiva “poststoriche”. Questo trait d’union tra alcune straordinarie conquiste della filosofia settecentesca e la contemporaneità mi ha sempre molto affascinato ed è divenuto fonte d’ispirazione in più di una mia ricerca (Grand Tour, Isolario, Gli Spazi dell’Utopia), mentre in Collezione di Sabbia ho posto in rilievo principalmente il problema dell’autorialità e della creatività in una società che quotidianamente bombarda di immagini automatiche la nostra retina e le nostre facoltà interpretative.

Grand Tour è, appunto, il titolo di una raffinata serie di lavori caratterizzata da un mix di antico e contemporaneo…

Il rapporto tra originale e copia, natura e artificio, è uno dei topoi che più interrogano la storia dell’arte. Cos’è, se non illusoria, la presunta naturalità di qualsiasi immagine, in quanto opera ultima di un processo culturale di ri-codificazione e trasmissione in perenne evoluzione? Lavorare su una riproduzione significa esplicitare il carattere storico e culturale di ogni creazione artistica, suggerire nell’opera la coesistenza di passato e futuro, memoria e preveggenza. Significa guardare alla stessa sia come a un testimone che a un messaggero.
Grand Tour trae ispirazione dal genere letterario tipicamente settecentesco della Promenade picturale, critica d’arte illusionisticamente ambientata durante una passeggiata in uno spazio immaginario, un paesaggio dipinto, appunto.

Un viaggio che diventa strumento…
Il viaggio nel quadro è il pretesto per inscenare uno spettacolo totale (Starobinski), avventura dello sguardo e del pensiero. Secondo una metafisica delle arti, è un calarsi nella dimensione del doppio, del simbolico, lebenswelt del critico-filosofo Diderot che percorre le marine di Claude Joseph Vernet, o ancora Grand o Petit Tour come peregrinazione lungo le tracce di un immaginario collettivo e di un’arché comune.
 Per scandagliare le forme del simbolico, quelle storiche e possibili, ma anche per indagare l’essenza della trascrizione fotografica intesa come grande camera obscura orientata sul mondo e sul pensiero umano.

Quale significato attribuisci all’azione di “prelievo” protagonista del tuo fare artistico? Ci racconti il work in progress di una tua opera?
Uno dei nodi centrali della mia opera è la domanda radicale sul senso e sullo sviluppo del processo creativo come fare comunicativo in senso lato, nella coerente rinuncia ad esibire una qualsivoglia originalità autoriale in termini di riconoscibilità stilistica meramente formale.
In questo senso, il furto e il prelievo da opere altrui rappresentano il tentativo di evocare il “meccanismo” che sottende al sistema delle immagini nel suo complesso, inaugurando una rinnovata attenzione alla profondità problematica degli aspetti non-sovrastrutturali dello stesso. Del resto, anche Calvino sosteneva che tradurre è il sistema più assoluto di lettura, in quanto è la pratica principale che permette di svelare la dimensione strutturale nascosta nelle opere e nei testi, e di rielaborarne la forma e il senso: in questa prospettiva, nel mio lavoro a tratti riecheggiano quasi la serenità e la leggerezza del copista, che concilia pacificamente la dimensione della ricezione con quella della rielaborazione.
Il work in progress di una mia opera è molto mutevole, e il mio approccio oscilla tra l’atteggiamento estatico e la dispersività del flaneur e la disillusione di Diogene.

Per ricollegarci al titolo della tua personale da Glenda Cinquegrana: The Studio,  un’antologia implica sempre una scelta all’interno di una ricerca e rappresenta un momento di riflessione. A che punto sei arrivato? In quale direzione ti stai muovendo?
L’arte è un cammino ma è anche sempre un girare intorno allo stesso punto in una ciclicità di rituali, talora produttiva, talora nevroticamente masochista; i concetti di progressione e avanzamento in Arte sono molto relativi, e quello di direzione molto aleatorio in quanto dichiarazione d’intenti.
Una direzione nella mia testa c’è ma non si può rivelare anzitempo, bensì essa sarà alla luce di come si svilupperà (Hegel docet).

La mostra in breve:
Marco Campanini. Anthologica
Glenda Cinquegrana: The Studio
via F. Sforza 49, Milano
Info: +39 02 89695586
www.glendacinquegrana.com
28 aprile – 15 giugno 2010

In alto da sinistra:
Grand Tour, 2005, stampa lambda su carta Kodak Endura, cm 70×105, tiratura 7 es.+ 1 p.d.a.
Grand Tour, 2005, stampa lambda su carta Kodak Endura, cm 50×75, tiratura 7 es.+ 1 p.d.a.

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