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Bolzano | Museion #10YearsOn

Intervista a LETIZIA RAGAGLIA, Direttrice di Museion, di Gabriele Salvaterra*

La Direttrice Letizia Ragaglia ci parla del “suo” Museion che, lo scorso 24 maggio, ha festeggiato i dieci anni del museo nella sua nuova sede sulle rive del Talvera. Tante le iniziative in occasione del compleanno: talk, inaugurazioni, aperture straordinarie, dj set e party di festeggiamento. Anche in un momento dal così alto tasso mondano, non si è persa l’occasione per riflettere sulle ragioni del proprio fare e, soprattutto, sul significato dell’esistenza e delle attività ormai decennali di un’istituzione come Museion.

Letizia Ragaglia. Foto: Fanni Fazekas

Dieci anni di Museion: come è cambiato il museo a partire dalla sua nascita, quali sono il suo posizionamento e la sua identità?
Museion compie dieci anni dalla realizzazione della nuova sede progettata dalla studio KSV di Berlino ma come istituzione esiste già dagli anni Ottanta. Ciò che lo ha contraddistinto da sempre è una forte autonomia che lo ha fatto profilare nel contemporaneo come una piattaforma di dialogo evitando di produrre mostre-blockbuster o “cassetta”. Il tutto in un contesto a cerniera tra diverse culture che ha stimolato questa vocazione. Mi piace raccontare Museion attraverso il progetto Somatechnics, a cura di Simone Frangi, che abbiamo inaugurato per il nostro compleanno (The Affirmation of Nothing (l’affermazione del nulla) è l’ultimo appuntamento all’interno di Somatechnics, giovedì 30 e venerdì 31 agosto, due giorni di Public Program tra performance, proiezioni e conversazioni con Marissa Lôbo, Jota Mombaça e Michelle Mattiuzzi, ndr).
Il progetto di Frangi si rifà a un pensatore come Édouard Glissant e alla sua idea di pensiero arcipelagico: un universo globale, non continentale, dove esistono zone di grigio. Ecco, Museion è un luogo dove non si fanno degli statement definiti, non vuole essere macho ma transgender, vuole costituire una dimensione fluida dove potersi anche porre delle questioni e da cui uscire con delle domande. Museion ha sempre lavorato a stretto contatto con gli artisti attenendosi al loro linguaggio, quello dell’arte: una grammatica trasversale che non traduce le cose 1 a 1. In questi tempi in cui la gente crede di potere sindacare su qualsiasi cosa senza approfondire, credo che il museo sia, da questo punto di vista, una sorta di resistenza.

Museion, Bolzano. Ph. Ludwig Thalheimer/Lupe

Museion è forse un unicum nel panorama istituzionale italiano per il suo lavoro sul limite più avanzato dell’arte contemporanea, spesso più sperimentale e challenging. C’è uno sforzo maggiore a lavorare in questo campo e qual è la responsabilità nel trattare “a caldo” ricerche che sono ancora in movimento?
Museion si è sempre dato delle linee guida precise, una delle quali riguarda l’approfondimento dei linguaggi della scultura in senso allargato. Il museo ha certamente una responsabilità verso il pubblico nel cercare di avvicinarlo ai linguaggi della contemporaneità e se si pensa a una superficie bidimensionale raramente viene messo in dubbio che possa essere arte. Invece, per quanto riguarda i linguaggi che concernono in generale l’installazione, è tutto più complesso per cui abbiamo seguito questo filone in cui, accanto alle posizioni più giovani, è stata mia premura portare alcuni grandi che hanno scritto la storia dell’arte: da Carl Andre a Rosemarie Trockel, da Isa Genzken fino a John Armleder, che proporremo quest’anno. Posizioni giovani quindi inserite in un filone e senza mai perdere di vista neppure la nostra collezione. È vero poi che abbiamo fatto anche degli stacchi sperimentali ma questo perché ormai il museo è diventato un paradosso: una volta ci entravi solo se eri morto, oggi no. Però credo che si lavori sempre per poter garantire un proprio patrimonio per il futuro e da qui mostre che ci hanno fatto vedere come il passato possa essere rivisto con gli occhi del presente come quelle di Rossella Biscotti o Francesco Vezzoli e poi anche mostre di giovanissimi che vanno sempre a dare nuova linfa alle collezioni di Museion.

Rispetto alla grande maggioranza dei direttori, soprattutto italiani, lei è stata nominata dopo aver lavorato come curatrice nello staff dello stesso museo che sarebbe poi andata a guidare. Pensa che questo abbia costituito un vantaggio?
Lei è molto gentile ma, non so, non lo consiglierei. Da un lato è stato molto bello avere colleghi che già si conoscono ma dall’altro è molto faticoso cambiare ruolo in un’istituzione che ti vedeva in altro modo. Per me è stato un learning by doing dove sicuramente più che conoscere l’istituzione ha giovato conoscere il contesto culturale e politico in una situazione dove Museion aveva una nuova sede ma era anche molto fragile.

Olaf Nicolai, Carillon, 2018, Museion. Ph. Othmar Seehauser

Il progetto di Olaf Nicolai, una sinfonia realizzata con i campanacci delle mucche con tanto di mandria alle porte del museo, è forse simbolica di un approccio che unisce contemporaneo e vernacolo locale, senza dimenticare neppure la periferia col “museo distaccato” di Cubo Garutti…
Museion si è sempre contraddistinto per i progetti nello spazio pubblico e anche oggi che l’input di tutti i colleghi va sempre verso i border, per nessuno di noi si fa mai abbastanza per il territorio. È importante essere internazionali ma mai dimenticarsi del territorio. All’inizio questo era funzionale anche a colmare un deficit di visibilità che il museo aveva, l’idea era quella di acquisire nuovi pubblici per portarli da noi. In tutto ciò potrebbe sembrare semplice inventarsi il singolo progetto ma diventa fondamentale, invece, continuare a curare queste iniziative. L’estemporaneo non paga e i progetti culturali devono essere a lungo termine, per questo Cubo Garutti esiste da quindici anni. Poi credo molto nel concetto di sostenibilità, molto difficile da sottoporre alla politica che vorrebbe sempre tutto e subito. Gli eventi quindi si fanno ma ciò che noi cerchiamo di fare è un progetto che possa, nel lungo termine, creare anche una certa fidelizzazione.

Olaf Nicolai, Carillon, 2018, Museion. Ph. Othmar Seehauser

Le collezioni sono sempre un po’ trascurate nei programmi dei direttori ma nel 2010, con il progetto -2 +3 di Stefano Arienti e Massimo Bartolini, avete portato tutti i vostri magazzini nelle sale espositive mostrando queste riserve auree un po’ dimenticate e sottolineandone l’importanza. Che politiche ha Museion in proposito?
La nostra collezione è valorizzata costantemente con mostre tematiche su due piani del museo, oltre a ciò organizziamo esposizioni di ricerca che vanno ad approfondire particolari nuclei, come accadrà l’anno prossimo con una guest curator (di cui non posso ancora fare il nome) che lavorerà molto sul grande comodato dell’Archivio di Nuova Scrittura. La collezione è fondamentale perché è quello che rimane, quello che resta. La politica di acquisizioni di Museion vincola gli acquisti esclusivamente a opere esposte in nostri progetti, così facendo tanto le mostre quanto le collezioni seguono un fil rouge tutt’altro che estemporaneo. Abbiamo poi pochi depositanti, scelti perché siano davvero delle figure che sostengano l’attività di Museion e che non “parcheggino” semplicemente le opere affinché possano aumentare di valore. Per questo chiediamo un minimo di dieci anni per i depositi, assolutamente senza alcun fee. In questa maniera le persone con cui collaboriamo sono davvero di fiducia, ci sostengono e danno modo di sviluppare ottimi rapporti.

Cubo Garutti – Piccolo Museion, ikea_site specific, 2017. Ph. Othmar Seehauser

Dicevamo museo transgender… Negli ultimi decenni il dibattito su cosa sia o debba essere il museo ha dato vita a innumerevoli modelli che però spesso, nella lingua comune delle mostre, tendono ad assottigliarsi nell’idea di banale produttore di esposizioni ed eventi. Qual è la sua idea di museo e cosa ci riserverà il futuro?
Per me il museo è una palestra per il pensiero complesso, un posto dove fare esperienza di qualcosa che è altro. Già un luogo che possa allenare al fatto di accettare linguaggi differenti, che ci suggerisca che le cose possono essere anche diverse da come sono, penso sia fondamentale. Senza nulla togliere ai social media, credo che oggi come oggi essi tendano a insegnare ad avere immediatamente un giudizio pronto su qualsiasi questione senza bisogno di approfondire. Ecco, noi in questo vogliamo essere il controcanto.

Patrizio di Massimo, The Lustful Turk, 2012-2018.
Veduta della mostra Somatechnics. Transparent travelers and obscure nobodies, a cura di Simone Frangi, Museion, Bolzano, 2018.
Ph. Luca Meneghel – Courtesy dell’artista e T293, Roma

E dopo questi dieci anni cosa riserverà il futuro a lei e a Museion?
Dopo il compleanno, il mio incarico avrà termine senza possibilità di essere ulteriormente prolungato quindi posso dare informazioni solo sul futuro molto immediato. Posso dire che l’anno prossimo si continuerà con la formula del guest curator e a breve apriremo anche la membership con nuovi progetti per lavorare sul target importantissimo dei giovani. Penso che anche nel futuro sarà molto importante che venga mantenuta questa freschezza dello sguardo, quindi passo il testimone a chi avrà delle visioni nuove oltre le mie, anche se per il momento mi sento molto impegnata a portare avanti questi dieci anni!

*Intervista tratta da Espoarte #102

Info: www.museion.it

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