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Fondazione La Quadriennale di Roma

Artista chiama Artista
Bruna Esposito chiama Anja Puntari
(di Francesca Di Giorgio)

Dopo il primo appuntamento di giugno-luglio 2010 con Marcello Spada invitato da Mario Airò torna il progetto Artista chiama Artista della Fondazione La Quadriennale di Roma. Accanto al già citato Airò, Bruna Esposito e Loris Cecchini si avvicendano nel compito di “tenere a battesimo”, a Villa Carpegna, una giovane promessa dell’arte che, con opere inedite, si confronti con lo spazio. Una forma di tutoring particolarmente interessante che vede ora in corso, fino al 15 novembre, la personale di Anja Puntari chiamata da Bruna Esposito…


Francesca Di Giorgio: La componente relazionale nella tua ricerca è fondamentale. Tra le variabili che intervengono nella percezione dell’opera vi è sicuramente il luogo… Come hai lavorato con lo spazio messo a tua disposizione?
Anja Puntari:
Il lavoro nella sua veste finale si completa sempre nel luogo in cui viene installato. Fin quando il progetto, per quanto ben pensato, esiste solo come un’idea o anche in una fase successiva, per esempio come un video montato ma non installato in un luogo fisico, l’opera rimane incompiuta. Tanti miei lavori hanno acquisito la loro specificità soltanto nella fase installativa. Indipendentemente da ciò, direi che raramente faccio dei lavori che possono essere chiamati propriamente site specific. Nel caso della Quadriennale il luogo mi ha particolarmente stimolato. La sala ha, da un punto di vista architettonico, degli elementi molto presenti, oltre alle colonne a cui allude il nome stesso della sala, c’è una grande porta centrale molto vistosa e una piccola porta minore che fa via a una stanzetta senza finestre. Tutti e due i lavori in mostra hanno ottenuto la loro forma finale in dialogo stretto con questi elementi della sala.

Attingi dal mondo della comunicazione mass mediale: internet, programmi televisivi, giornali… L’azione di prelievo è sempre un modo per scardinare una visione univoca?
Vivo in Italia da 13 anni. Osservo il mondo politico, sociale, mediatico in cui viviamo da un punto di vista interculturale tra lo sguardo nordico della Finlandia e quello del Sud italiano. Da questo spazio “tra” due contesti storici e geografici diversi cerco di “sfidare” le verità assolutiste. Oggi le immagini hanno una presenza cosi frequente nella nostra quotidianità che sono diventate una parte naturale della nostra esistenza. In questa realtà certe volte (ma non sempre) alcune immagini assumono dei significati unilaterali che credo sia il caso di provare a sfidare. Questo però è un compito molto difficile perché, in un mondo già profondamente frammentato, l’opera potrebbe creare più caos e abbandonare lo spettatore alla confusione invece di fungere come una piattaforma da dove partire per farsi delle domande costruttive.

Le videoproiezioni Tear portraits, Dallas audition, Daisy (2010) e i disegni animati di Oblazione (2009-2010), riflettono entrambi sull’“essere vittima” ma da punti di vista differenti…
In realtà piuttosto che sull’essere vittima credo riflettano sullo spettacolo di vittimizzazione ed eroizzazione che è in atto nel mondo mediatico attuale. Oblazione presenta una serie di disegni animati su scene di vittime prese da quotidiani finlandesi e italiani dove ho volontariamente omesso di visualizzare la vittima fotografata in primo piano. Tear portraits presenta un ritratto di pianto in mezzo a un universo di stelle, colori e solitudine. Nello spettacolo in atto dei 15 minutes of fame ad ogni costo, abbiamo tutti la possibilità di finire ad interpretare ambedue i ruoli: da un lato finire come vittime di un crimine, di una violenza, o di una catastrofe naturale, dall’altro diventare famosi attraverso programmi come X Factor, American Idol o il Grande Fratello.

Da tempo affianchi il video e la fotografia, tuoi media privilegiati, al disegno. Quale valore attribuisci a ciascuno e come li concepisci nel loro insieme?
Soddisfano esigenze molto diverse. Il disegno è per me un linguaggio molto bello a causa della sua fragilità e ha anche, nella sua realizzazione digitale, un rapporto con la manualità che manca al lavoro video e alla fotografia. Credo sia una forma d’espressione più “nuda” e forse anche più “cruda”. Il video però mi stimola in modo particolare anche quando il movimento è quasi impercettibile, come nelle animazioni del lavoro Oblazione, e mi dona la meravigliosa sensazione che niente è realmente afferrabile.

Bruna Esposito, nella presentazione in cui motiva la scelta che l’ha portata ad  invitarti a partecipare al progetto, riflette sulla parola “chiamata”… Ora sono io a chiedere a te di riflettere su questo concetto e su come gli spettatori sono chiamati a rispondere alle tue opere…
Non pretendo una reazione. Credo che il mio lavoro arrivi a toccare persone che sono accomunate da una sensibilità verso opere in cui si unisce un’estetica fragile e minimalista, a una storia (spesso terrificante) da raccontare “dietro le quinte”. Il mio potere si ferma all’opera. Le reazioni, le domande, le sensazioni che ne scaturiscono sono certamente fuori dal mio controllo.

Il progetto in breve:
Artista chiama Artista
Bruna Esposito chiama Anja Puntari

La Quadriennale di Roma
Villa Carpegna
Piazza di Villa Carpegna, Roma
Info: +39 06 9774531
www.quadriennalediroma.org
Fino al 15 novembre 2010

In alto:
Veduta “Tear portraits, Dallas audition, Daisy”, 2010, videoinstallazione, 4’30’’
In basso, da sinistra:
“Tear portraits, Dallas audition, Daisy”, 2010, videoinstallazione, 4’30’’
Serie “Oblazione”, 2009-2010, disegni animati, 10’00’’, credito fotografico di Giorgio Benni

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