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Il progetto pensato da Artan Shabani (Vlorë, 1969) per la galleria Alexander Alvarez Contemporary Art, ruota attorno ad un doppio registro mnemonico: le difficoltà ed i rischi all’epoca della dittatura e la dolcezza della speranza, metaforizzata simbolicamente attraverso una curiosa rievocazione della musica dei Beatles, ai quali l’artista si sente legato da una comune radice ageografica: la radice del proletariato. Non c’è amarezza nelle rievocazioni di Shabani bensì, al contrario, una sorta di nostalgia per un’epoca senz’altro difficile ma piena di speranza e desiderio di cambiamento…


“The Elephant Princess”, 2009, mixed media on paper, cm 49,5×69,5

Viviana Siviero: Gentile Artan Shabani, sei artista e titolare di una galleria molto importante (ed interessante) in Albania: la Promenade Gallery di Vlorë. Da molto il tuo nome è noto in Italia per la tua attività artistica e organizzativa relativamente all’arte contemporanea e alle nuove tendenze, soprattutto pittoriche, di cui sei un entusiasta conoscitore. Recentemente sei salito alla ribalta della scena internazionale grazie alla partecipazione alla Biennale di Venezia e a quella di Praga, che ti ha visto in veste di curatore del padiglione albanese e kosovaro. Puoi presentarti al nostro pubblico?
Artan Shabani: Posso presentarmi al pubblico italiano proprio grazie alle osservazioni basate sulla “mia” galleria, nella mia città e sulla cui apertura ho investito moltissime risorse.
Ho tentato di portare un’apertura culturale dall’Occidente, verso l’est Europa; troppo spesso in Italia, dove vivo da 20 anni, finiamo per abbandonarci alla noia. Spiego cosa intendo: spesso, le mostre che osservo, sono troppo trendy, perché, come si suol dire, “così fan tutti”… In altre nazioni invece, i ”giovani”, gli artisti, si organizzano e creano spazi gestiti da altri artisti, cosa che crea energia traendola dal confronto. In Albania ho cercato di ricreare questa energia, invitando artisti dall’Italia, dalla Colombia, dalla Germania, dalla Francia, dal Messico, dagli Stati Uniti e da molti altri paesi.
Sono un artista che osserva molto il lavoro degli altri artisti e quando qualcuno mi colpisce cerco di acquisirne un’opera.

Un legame, quello fra la tua attività di monitoraggio, organizzazione e proposta e di espressione artistica, intimo e saldo: a livello realizzativo, su cosa si basa il principio della tua poetica?
Non sono interessato alle mode e alla società del gossip: l’unico semplice principio su cui mi baso è la qualità del lavoro, che a sua volta si fonda sull’idea e sul progetto. Considero molto importante, oggi, essere culturalmente preparati e possedere personalità e convinzione riguardo le scelte degli artisti; ovviamente anche amici curatori e critici fanno la loro parte e sono chiamati a collaborare con l’attività della galleria che rispecchia moltissimo il mio modo di essere, così come la mia arte. Specificatamente, riguardo al mio lavoro, recentemente mi baso sul concetto rielaborato di memoria; la mia ultima produzione artistica è basata sui Beatles…

Infatti, venerdì 19 febbraio, inaugura presso l’Alexander Alvarez di Alessandria, la mostra The Beatles Yeah! Yeah! Yeah! Mentre i Beatles muovevano i primi passi, l’Albania stava respirando i primi profumi di libertà culturale, che costarono poi, a molti dei promotori la carcerazione politica. Questa mostra, col suo nucleo poetico e la sua titolazione, è un chiaro riferimento ad una rivoluzione culturale memorabile: di cosa si compone la mostra?

Si tratta di una personale costituita da collages e fotografie, realizzate fra il 2009 e il 2010. I primi sono il risultato del riutilizzo di materiali d’archivio rielaborati dalla mia memoria personale, mentre le foto rappresentano l’osservazione pura perché negano, nel mio modo di creare, l’azione stessa. Ho lavorato a partire da testi in lingua tedesca ed albanese, con immagini de I giorni di Amburgo, mostrando gli anni che tratto in chiave avventurosa e romantica. Evocare i Beatles per me significa mettere in scena l’iconografia stessa della ribellione, in senso antimilitaresco e pacifista, gioioso e coraggioso come a voler rianimare il sistema dell’arte che oggi ne risulta anemico, rattristato da un insano conformismo.

Sei principalmente pittore e poi anche fotografo: un artista molto articolato. Che cosa significa ARTE per te e cosa significa Italia? Cosa pensi dell’arte (soprattutto della pittura) italiana e del circuito delle gallerie italiane? Quali differenze sostanziali ci sono fra la pittura italiana e quella albanese?
Oggi il sistema dell’arte nella scena internazionale è un grande calderone dove confluiscono stili e linguaggi eterogenei: penso che l’uomo debba avvicinarsi all’Arte e non viceversa. Riguardo la pittura? Penso che un artista-pittore debba essere fuori dal giro pseudointellettuale che ama e desidera la fine dell’arte. La pittura è verità, verità del gesto che parte da lontano. Trovo l’Italia, troppe volte, falsamente cosmopolita, ma in realtà ancora provinciale; conosco artisti italiani ed albanesi che si esprimono attraverso la tecnica video e le installazioni. Altri sono fotografi e molti insistono sulla via della pittura. Indubbiamente la pittura in Albania è ancora preminente perché più diretta e popolare.
Il popolo albanese deve ancora familiarizzare con i nuovi linguaggi, ma io credo che lo sviluppo artistico dell’Albania, col tempo, non sarà molto diverso da quello dei popoli tecnicamente più avanzati. Storicamente dire pittura è come aver detto Italia e viceversa. Riguardo ad umanismo, letteratura, musica ed architettura, oggi? Provo tanta noia e visualizzo una sorta di “vita a punti” come è per la patente. Penso che oggi l’Albania abbia bisogno di leggerezza; il pubblico albanese e di livello non aggiornato, ma realmente, spontaneamente, ingenuamente, interessato. E questo può essere meglio di un pubblico Occidentale colto e preparato. Il tempo in Albania è stuprato dalla gente, noi col passato non abbiamo un buon rapporto. Dopo 20 anni di democrazia, il nostro modo di vedere il mondo è condizionato dalla democrazia dei soldi e questo vale anche per il sistema dell’arte. Oggi il mondo non ha bisogno di nuove dittature perché in realtà è già sottomesso ad un sistema del genere senza rendersene conto.

La mostra in breve:
Artan Shabani. The Beatles Yeah! Yeah! Yeah!
Alexander Alvarez Contemporary Art
Via Migliara, 2° piano Palazzo Melchionni, Alessandria
Info: +39 333 1053479
www.alexanderalvarez.it
19 febbraio – 6 marzo 2010
Inaugurazione venerdì 19 Febbraio 2010 ore 18.00

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