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Iconoclàste è il nuovo progetto di Alessandro Bellucco presentato da mc2gallery contemporary art di Milano. La mostra a cura di Francesca Alfano Miglietti e Claudio Composti segna il ritorno dell’artista ad esporre in galleria dopo un periodo di “assenza” dai luoghi deputati all’arte.
Un’assenza, la sua, che prevede un ritorno in cui inizio e fine coincidono in una sospensione attiva in cui l’artista non smette di credere che le cose possano accadere anche avendo il vuoto sotto i piedi. Lo ritroviamo forte delle sue idee. Qualcosa è cambiato certo. Bellucco ha superato la soglia degli “enta” liberandosi di fastidiose etichette anagrafiche, ha lasciato Roma per Torino, si è disfatto di qualche fardello, ha preso le distanze da ciò che è certo di non volere…
Iconoclàste è una parola tenace, la cui carica deflagrante colpisce là dove il dente (di tutti) duole. Le sue parole arrivano dritte a colpire nella mancanza, nell’«impoverimento del capire». “Leggere” un’opera di Bellucco vuol dire partecipare ad un “disegno della mente” che vale la pena di considerare…

Francesca Di Giorgio: Iconoclàste, arriva dopo circa due anni di “silenzio”, due anni sabbatici come li hai definiti. Cosa hai lasciato e da dove sei ripartito?
Alessandro Bellucco: Due anni interessanti, direi, dedicati ai cambiamenti e all’approfondimento di temi nuovi, di nuove scommesse e di sane letture. Iconoclàste è insieme la fine e l’inizio di questo percorso. La fine dell’ingenuità profonda e latente di anni passati a credere che ogni singola opera potesse cambiare qualcosa o anche solo comunicare, parlare e farsi carico di tutta la speculazione di pensiero antecedente il lavoro stesso; vedere la fine del significato delle parole comunemente travisate ed assistere alla fine di concetti e valori della società contemporanea non più delle persone ma degli spettatori. L’inizio, invece, è una nuova consapevolezza di intenti, una voglia fisica e concettuale di distruggere alcuni luoghi comuni venduti in questi anni da una classe dirigente volgare e di basso profilo culturale (politica); di non smettere di credere al ruolo indiscutibile e improrogabile degli intellettuali costretti a margini di azione sempre più ridotti (arte, cinema, musica e letteratura); di pensare alla “rivoluzione digitale” nell’unico significato di possibilità che la rete ci offre e non come diffusione di palinsesti omologati della televisione generalista relegata ormai alla propaganda ufficiale e alla spettacolarizzazione continua di tutte le miserie di questo Paese…

Slittamento anagrafico…
Ho lasciato – finalmente – la decade dei trenta per entrare in un nuovo decennio: quello dei quaranta! Era ora, così finalmente spero di lasciarmi alle spalle terminologie obsolete e noiose come “giovane artista” o questioni di partecipazioni in concorsi vari decisi precedentemente e fasulli nel loro essere ben apparecchiati…

Spostamento geografico…
Ho lasciato Roma per Torino. Sono anni ormai che mi muovo in cerca di luoghi e persone differenti, di stimoli e luci diverse per sentire sempre più forte il valore e il peso dell’incertezza culturale, quello slancio continuo e perpetuo, quella voglia di rinnovarsi e di mettersi in discussione con altri, o semplicemente distratti, lontani ma soprattutto nuovi.

Seguendo il filo ideale dei testi di Francesca Alfano Miglietti e Claudio Composti – pubblicati in catalogo – arrivo a pensare che la parola iconoclasta nel tuo lavoro esprima principalmente un desiderio di emancipazione inteso come allontanamento, separazione, liberazione…
Lasciamo ai testi che tu citi le varie definizioni ed etimologie del termine iconoclasta per  considerare principalmente il significato più esteso e sicuramente più interessante oltreché più contemporaneo del termine stesso: il suo senso figurato, che è lontano da ogni riferimento di tipo religioso – come in origine – ed è assolutamente dichiarativo, evocativo e anche liberatorio. Pensare oggi ad una lotta iconoclasta significa innanzitutto avere la consapevolezza di scegliere e decifrare in un continuo flusso di immagini a cui siamo sottoposti quello che ha una valenza e un ruolo preciso o no, proporre immagini diventa oggi inevitabilmente una sfida ancora più difficile. Umberto Galimberti, nel suo ultimo libro ci dice che “guardare è più facile che leggere” ipotizzando il passaggio da homo sapiens – capace di decodificare segni ed elaborare concetti astratti – al più attuale homo videns – che non è portatore di un pensiero, ma fruitore di immagini, con conseguente “impoverimento del capire” dovuto all’incremento del consumo di televisione. Questo mi sembra molto interessante e anche molto attuale considerando l’alta percentuale di incomprensione generalizzata presente in ogni mostra d’arte contemporanea senza dimenticare la vecchia diatriba sul fatto che il linguaggio artistico sia oggettivo o soggettivo; l’impoverimento del capire è manifesto e preoccupante perché riduce la nostra capacità di congetturare visivamente lasciando spazio ad una semplice visione non organizzata o peggio organizzata da altri per noi (omologata)…
Se, come dici tu, c’è separazione e allontanamento allora è distanza dalla maggioranza delle opere esposte nelle gallerie e quindi dalle molteplici ricerche artistiche che non apprezzo e non condivido, se invece c’è liberazione allora è desiderio nel vero senso della parola, desiderio di disordine culturale come unico mezzo per avvicinarsi ad un risultato, desiderio di vuoto sotto i propri piedi per non poter sempre fare affidamento sulle solite certezze, desiderio di rileggere da altri punti di vista alcune metafore quotidiane vittime loro stesse del proprio degrado.

Cosa raccontano le Madri delle tue tele? I legami esistono per essere spezzati?

Madre sinistra e Madre destra sono un po’ il nucleo e sicuramente l’incipit del progetto Iconoclàste. Ogni inizio è madre: la comunità scientifica chiama cellula madre la prima cellula degenerata che produce il cancro, si usa il termine madre anche per indicare in ambito gastronomico la parte di aceto che serve per riprodurne altro, tutti i nostri computer posseggono una scheda madre…e via! In questo senso ho guardato all’inizio, ho pensato ad un mio vecchio amore di altri tempi come Cimabue e così sono nate in studio queste due figure possenti con in grembo i loro bambini senza espressione, senza una loro identità, piccoli già invecchiati privi di quel comune senso di innocenza perché già pronti al sacrificio della comunicazione obbligatoria delle loro madri. Una comunicazione che attraverso una ipertrofia di gesti e di versi distilla negli anni un legame da recidere, da potare per poter crescere come le piante, un canale privato, troppo privato, di esclusività e di attenzioni che produce spesso malattia, corruzione evolutiva, plagio e sudditanza.

E gli Eroi?
I due Eroi invece nascono e muoiono in coppia, nemici in cerca di nemici, di loro stessi, sconfitti nel loro titolo, in scatola e scaduti, due, il “due – che come diceva Erri De Luca –  non è il doppio ma il contrario di uno, della sua solitudine. Due è alleanza, filo doppio che non è spezzato” . Oggi si usa la parola eroe per ogni cosa, ogni gesto che esce minimamente dal seminato, dall’encefalogramma piatto della nostra quotidianità sono eroi i pompieri che salvano i gattini sugli alberi e sono eroi tutti coloro che semplicemente compiono un gesto civile, eroi i militari che combattono guerre ingiuste e colonizzatrici, eroi di carta e dell’ultim’ora…chi accetta di essere etichettato come tale abdica in quello stesso momento al titolo che gli è stato conferito, la verità e il tempo soltanto sanciscono – nel silenzio – l’investitura.
Mi piace pensare ad un racconto attraverso le mie tele, più semplicemente possiamo immaginare tutto questo come ad una cristallizzazione di alcuni concetti in immagini, in figure investite di un compito preciso, quasi mosse, sfocate e quindi fugaci perché incerte, pur nella loro fisicità, come la maggior parte delle idee cui vale la pena prestare attenzione.

Alcune delle opere a grafite su carta sono un dichiarato omaggio ad alcuni grandi della fotografia contemporanea: Edward Weston, Robert Mapplethorpe e Cindy Sherman. Qual è il tuo legame con questi artisti e con il mezzo fotografico?
In tutti questi anni di lavoro ho sempre cercato di mischiare le carte in tavola soprattutto con me stesso, ma se devo trovare una coerenza che non mi ha mai abbandonato quella è proprio l’intenzione dichiarata di fare degli omaggi ad altri artisti che ho sentito particolarmente. E le coincidenze sono molte, considerando la tua domanda e ripensando al primo omaggio che feci a Sam Taylor Wood. Anche quell’opera era una fotografia (Soliloquy IV). Ti dirò molto chiaramente che sono attratto dal mezzo fotografico, l’ho vissuto e lo vivo tuttora sia per passione che per lavoro ma quando penso alle opere che certi artisti hanno fatto – utilizzando anche il mezzo fotografico – mi sfugge immediatamente il legame stretto tra il linguaggio usato e il contenuto. Nel senso che quando si arriva a certi risultati si deve parlare di opere d’arte al di là di ogni classificazione per mezzo tecnico ed io le vivo così; quando guardo alcuni scatti di Mapplethorpe non mi perdo tanto nel valutare le scelte fotografiche in sé ma vengo travolto emotivamente da quelle immagini per tutto il loro insieme, per l’idea, per l’intelligenza e il coraggio… e questo vale per tutti gli altri che tu hai citato compresi tutti gli omaggi passati.

La mostra in breve:
Alessandro Bellucco. Iconoclàste
a cura di Francesca Alfano Miglietti e Claudio Composti
mc2gallery contemporary art
Viale Col di Lana 8 – 4°cortile, Milano
Info: +39 02 87280910
www.mc2gallery.com
Fino al 12 giugno 2010
Incontro/dibattito:GIOVEDI 10 GIUGNO ore 18.30
“L’ICONOCLASTIA nell’era dell’Immagine”
intervengono: Francesca Alfano Miglietti, Alessandro Bellucco, Davide Bigalli e Massimo Rizzardini
coordina: Claudio Composti

In alto da sinistra:
> Iconoclaste, 2010, grafite su carta, cm 70×50
> Iconoclaste, Eroi, 2010, olio su tela, cm 150×180
> Una veduta della mostra da mc2gallery contemporary art
, Milano

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