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Carla Sala da Treviso

Com’è cambiato il tuo modo di lavorare?
Penso che uno degli aspetti più negativi dell’evoluzione del sistema dell’arte negli ultimi anni sia stato il rendere le relazioni tra gli operatori troppo frenetiche, con il rischio di cadere nella superficialità e mettere in secondo piano le attività di doverosa ricerca scientifica e confronto che presiedono a ogni progetto curatoriale. Durante i giorni di lockdown sono riuscito a prendermi il giusto tempo per lo studio e l’aggiornamento, ritrovando un metodo di lavoro che, nel suo stesso processo, presupponesse l’errore e la continua messa in crisi delle proprie certezze consolidate, magari aprendosi agli strumenti analitici offerti da discipline che esulano dal nostro settore per tentare di adottare uno sguardo “laterale” sulle questioni affrontate.

Musei e gallerie hanno reagito al momento con la digitalizzazione e la virtualità. Quali sono le tue “strategie” per instaurare nuove relazioni?
Questa crisi ha dimostrato come l’offerta digitale del sistema museale italiano nel suo complesso fosse fortemente arretrata. Sono un grande amante dei podcast culturali e quando guido in macchina per andare al lavoro spesso mi ascolto delle conferenze o le letture di romanzi contemporanei, ma nelle prime settimane di lockdown ho percepito molti contenuti come effimeri, mossi più dal narcisismo dei loro autori che da una vera volontà di indagine dove a farla da padrone era la medialità in quanto tale e non il contenuto. Per questo le conversazioni che come Fondazione Fabbri abbiamo promosso sui nostri canali social, in occasione del Festival F4 / Un’idea di fotografia, volevano essere un po’ in controtendenza: ai format brevi abbiamo contrapposto degli approfondimenti sul lavoro degli artisti coinvolti per creare dei contenuti durevoli. I temi affrontati con i vari autori (tra cui Christian Fogarolli, Discipula, Irene Fenara, The Cool Couple e Emilio Vavarella) volevano essere i tasselli di un’unica riflessione corale sullo statuto, la funzione e gli aspetti sociali e politici dell’immagine contemporanea in previsione dell’uscita in autunno di un testo teorico che li raccolga.

Con quali oggetti e spazi del tuo quotidiano stai interagendo di più?
Nella casa in provincia di Treviso dove ho passato gli ultimi mesi ho la fortuna di avere una biblioteca fornita, di conseguenza l’oggetto “principe” che ha scandito le giornate è stato il libro. Specie nella prime settimane, ho provato il gusto di sfogliare per ore i cataloghi di autori che non hanno nessuna attinenza con i progetti in corso, mosso dal puro piacere di osservare un’immagine e scrutarla in un tempo dilatato, quasi che dovesse manifestare delle epifanie inaspettate alla persistenza dello sguardo.
L’altro oggetto fondamentale – che mi pone in uno stato d’animo dicotomico rispetto al primo – è il computer utilizzato per scrivere, registrare conversazioni, partecipare a talk e tenere le lezioni universitarie e con il passare delle settimane, questo e gli altri strumenti tecnologici che mi hanno connesso al mondo, sono diventati necessari al punto da sembrare gli oggetti di un nuovo culto animistico; ma attendo con ansia il momento in cui abiurare questa “fede” e immergermi nuovamente nel vortice caotico della realtà.

Cosa ti manca? La tua personale esperienza dell’“assenza” e della “mancanza”.
Se da un lato le tante letture e riflessioni mi hanno reso una dimensione meditativa, dall’altro mi manca la percezione diretta dell’opera d’arte e la sua auraticità; ho sempre pensato che la fruizione della cultura sia un fattore tanto mentale quanto fisico-sensoriale che, nell’unità di questi due aspetti, può condurre a continue scoperte.
Di certo il luogo di cui sento più la mancanza è Venezia, una città in cui si può vagare senza una meta, lasciarsi guidare dai piccoli segni della sua morfologia che stratifica tempi e culture differenti. Durante le passeggiate notturne, quando scompare la folla dei turisti, puoi perderti tra calli e campi mosso da un sentimento multiforme che alterna libertà a lieve smarrimento, quiete a eccitazione.

Abbiamo a che fare con un tempo e uno spazio nuovi. Cosa stai scoprendo o riscoprendo di te?
La voglia di compiere piccoli gesti quotidiani, ma essenziali, che di solito nella routine lavorativa si perdono. Ho passato molto tempo in giardino a curare le piante e osservarne ammaliato la mutazione con l’arrivo della primavera in una gamma cromatica che di solito sfugge alla nostra attenzione; mi sono ricordato di come le ritualità che scandiscono i nostri affetti vadano difese strenuamente; ho dato spazio a una curiosità onnivora – a tratti rapsodica e dispersiva – che mi ha portato a sondare mille questioni; infine, ho riflettuto su quali progetti e ricerche concentrare le mie energie future.

Carlo Sala (Treviso, 1984), critico d’arte, curatore e docente al Master IUAV in Photography a Venezia.
È curatore della Fondazione Francesco Fabbri Onlus per cui si occupa della direzione artistica del Festival F4 / UN’IDEA DI FOTOGRAFIA, di cui è in corso la decima edizione, e della curatela del Premio Francesco Fabbri per le Arti Contemporanee. È direttore artistico di Photo Open Up – Festival internazionale di Fotografia promosso dal comune di Padova. Ha curato, tra gli altri, progetti espositivi per la 12. Mostra internazionale di Architettura, People meet in architecture, Biennale di Venezia, il MUFOCO | Museo di Fotografia Contemporanea e il MART – museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto.
Suoi saggi e testi critici sono apparsi in varie pubblicazioni edite da Allemandi, Marsilio, Mimesis, Bruno Mondandori, Silvana Editoriale e Skira.
www.fondazionefrancescofabbri.it
photopenup.com

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