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Sbobina|Design

Intervista a EMILIANO BONA di Matteo Galbiati

Un orientamento che appare sempre più delineato e presente – tanto nei sistemi produttivi quanto anche nell’arte e nella creatività – è un impegno, a diverso titolo e con diverse risorse, verso un’etica della produzione con attenzione particolarmente rivolta al tema del riuso, del recupero e della salvaguardia dell’ambiente. Ridurre gli sprechi, evitare la consumazione inutile di prodotti, creare dal già fatto, non significa solo ottimizzare risorse ed energie o fare scelte consapevoli, ma anche sviluppare una creatività che nasce da una consapevolezza profonda e che mira a valori altri, diversi dalla mera affermazione, dal successo o dal profitto.
La collezione di Sbobina|Design s’ispira proprio a questa volontà di recuperare ciò che esiste già per re-interpretarlo in altri oggetti d’uso che non rinunciano ad un principio di bellezza estetica ma, anzi, riavvicinano il gusto a quell’antico fare artigiano – per inevitabili procedimenti di interventi manuali richiesti dallo specifico processo produttivo – che  valorizza l’unicità irripetibile del pezzo prodotto.
Incontriamo il giovane Emiliano Bona ideatore di Sbobina|Design – reduce dal recente Salone Internazionale del Mobile di Milano dove ha presentato una nuova collezione che proprio dell’ecodesign e dell’umanizzazione del prodotto ha fatto fondamento primo della filosofia delle sue realizzazioni:

Come e quando hai iniziato a dedicarti al design? Ti sei orientato fin da subito al recupero e alla re-interpretazione di materiali industriali che avevano una precedente diversa funzione?
Dopo aver lavorato per anni a stretto contatto con alcuni grandi artisti contemporanei, che nel loro lavoro hanno privilegiato l’impiego di materiale povero in tutte le sue valenze formali e simboliche, ho iniziato un percorso personale di studio di tale materiale nelle arti applicate, mia passione da sempre. Il recupero in sè non è importante per me, è stato invece fondamentale fin da subito il lavoro e la trasformazione dei materiali industriali, legno e ferro soprattutto, usurati e deformati dal tempo, così da renderli nei miei arredi ironici e conferirgli una nuova leggerezza, quasi come trasformare un asino da soma nell’asino di Sancho Panza!

Cosa ispira ogni tua creazione? Quanta progettualità c’è, quanto istinto o intuizione invece?
Mi ispirano i giocattoli di fine Ottocento e le forme astratto-geometriche di alcuni movimenti artistici d’avanguardia del primo Novecento, Suprematismo in primis. C’è moltissima progettualità, legata alla funzionalità dei miei prodotti che devono essere comodi e non decorativi, ma c’è molto istinto per i colori e certi dettagli, come le ruote che metterei ovunque.

Quanto influisce e/o condiziona le forme nuove – e i loro conseguenti utilizzi – l’uso dell’oggetto di partenza che poi recuperi?
Io parto autonomamente sempre da un progetto definito, più simile a un canovaccio teatrale che a un copione vero e proprio: l’oggetto di partenza ovviamente crea sempre inconvenienti tecnici, e spesso suggerisce involontariamente delle modifiche formali al progetto iniziale, molte volte piacevolmente sorprendenti. Si sa sempre dove si parte, ma mai esattamente dove si finisce. Come nel jazz.

Come vengono lavorati i tuoi pezzi?
Si inizia con la pulizia del materiale, procedura lunga e difficile perché si deve intervenire manualmente come un restauratore per evitare di togliere irreversibilmente il temps perdu del materiale. Dopodichè si costruisce il pezzo, sempre rigorosamente a mano, cercando un equilibrio tra la ludicità, l’ironia e un’eleganza formale più minimale possibile.

Il tuo modo di operare sull’oggetto rende il processo produttivo più vicino all’unicità dell’artigianato che non alla pratica industriale. Un valore che sembra non solo estetico ma anche etico…
Assolutamente. Quello che privilegio è l’unicità che ogni pezzo deve far trasparire dalla propria pelle, perché il lavoro manuale aggiunge sempre al prodotto una valenza umana e temporale, oltre che formale, che una pratica industriale non consente. L’industria intesa come macchina che produce serialità ad infinitum è destinata a fallire.

Cos’è l’ecodesign?
È l’embrione di una possibile rivoluzione.

Quando parli di umanizzazione delle forme industriali cosa intendi esattamente?
Prendi un prodotto industriale – che è stato creato nell’industria e che viene utilizzato per la sua funzionalità nell’industria –  lo guardi, lo smonti, lo lavori, lo colori, gli dedichi del tempo, delle idee, delle riflessioni. A quel punto l’industria sa di uomo, e non più il contrario.

Durante lo scorso Salone Internazionale del Mobile hai presentato una nuova collezione: di cosa si tratta e in cosa differisce dalle altre?
Presso la Fabbrica del Vapore ho presentato alcune nuove sedute Boris. La loro forma modulare consente di accostarle tra loro per creare delle panche, oppure di sovrapporle creando delle librerie. La modularità nel design, come nell’arte, è qualcosa che mi lascia sempre a bocca aperta, come un bambino.

Bobine elettriche, assi da ponteggio, pallet… Quale altro materiale industriale ready made potresti riabilitare? Progetti in corso? Cosa vorresti realizzare?
Sto concludendo una nuova linea di armadietti e librerie creati da casse di imballo per opere d’arte. L’idea che una cassa, che poteva in precedenza contenere un patrimonio, possa ora contenere frutta o verdura, o un semplice libro mi diverte molto. Blasfemo al punto giusto.
A breve aprirò al pubblico un grande atelier insieme ad altri designer e artisti che svilupperà al massimo l’interdisciplinarietà di tutte le arti, ecodesign e arti visive in primis.

Sbobina|Design

Info:
Emiliano Bona
+39 333 6657615
info@sbobinadesign.com
www.sbobinadesign.com

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