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Una mostra tutta giocata su emozioni, forti. A partire dai colori e dai materiali, dalla superficie, ancor prima della forma, l’opera di Vittorio Valente (s)coinvolge i sensi motivando, nell’esperienza di una visione, l’aggettivo, Strong, citato nel titolo.
Una personale che si concentra sugli ultimi quattro-cinque anni di lavoro del noto artista ligure, come scelta in perfetta sintonia con la “mission” della galleria Rinascimento Contemporaneo di Laura Moretti ed Elisabetta Rossetti aperta, il marzo scorso, nel celebre quartiere Boccadasse a Genova. In mostra disegni, gioielli, sedie e sculture fino ad arrivare all’ultima produzione di opere da parete. Tutto riconduce ad una creatività eclettica e multiforme che alla più densa introspezione coniuga una buona dose di ironia…

Francesca Di Giorgio: L’immagine usata per la comunicazione della tua personale da Rinascimento Contemporaneo ritrae, in primo piano, una sedia rossa (ricoperta da una pelle in silicone) e, sullo sfondo, in bianco e nero, l’antico borgo marinaro di Boccadasse a Genova… Perché proprio la sedia come simbolo della mostra?

Vittorio Valente:   La sedia in questa occasione ha una doppia valenza. Da una parte è in linea con la filosofia della galleria Rinascimento Contemporaneo, che nasce con una  attenzione particolare rivolta al design e alle sue caratteristiche che lo mettono alla portata della committenza, permettendo lo studio di opere ad hoc, dall’altra rappresenta una delle anime del mio lavoro che, come accade per i gioielli, si caratterizza in una certa contiguità alla sfera del design. La scelta della sedia non è casuale, forse si può considerare come un oggetto simbolo per il designer, forse il più indagato e studiato. Ciò che mi affascina di questo oggetto, tenendo sempre presente il mio approccio artistico, è la sua natura di “contenitore di corpo”, la forte interferenza che si crea con il fruitore. Il mio punto di vista, sbilanciato sull’estetica, non è chiaramente quello di un designer interessato alla forma e alla funzione, alcune delle mie sedie sono volutamente scomode. L’elemento del territorio che è stato scelto quasi come elemento “soft” rispetto all’impatto della sedia rossa in primo piano è in realtà un altro fattore che connota fortemente il lavoro della galleria e il suo essere calata nel contesto così come le opere nello spazio in cui abitano.

Puoi condurci all’interno della tua versatilità creativa? Cosa ci riserva Strong?

Nella parola Strong è racchiusa la forte emozione “a pelle” (artificiale) che suscita il mio lavoro insieme ad una voluta ironia che fa pronunciare a chi tocca un mio lavoro: «Forte!» anche se poi la lettura non è univoca e l’opera si presta a più livelli di interpretazione. Si può rimanere in superficie godendo di un puro appagamento estetico oppure approfondire. In mostra, per scelta, abbiamo deciso di esporre una selezione di lavori recenti ma che rendono conto comunque di tutto il mio percorso: dagli inizi, con l’approccio debitore della ricerca del grande Pino Pascali e alle scelte radicali, a metà anni ’80 sui materiali, l’adesione al movimento della Cracking Art, fino alla “scoperta” delle potenzialità del silicone misto a colori ad olio.

Qual’era la tua urgenza all’inizio e cos’è cambiato ma soprattutto cos’è rimasto, poi?

Il forte interesse per i materiali unito ad un recupero di una manualità manifesta nei lavori – che ha caratterizzato molta parte dell’arte anni ’90 – ha rappresentato un input poi variato negli anni ma immutato è rimasto l’interesse per la “pelle artificiale”. I Guerrieri silenziosi dell’inizio, ciò che ricopre la superficie, che sta sulla crosta, più che la massa, per usare un termine geologico la tettonica delle masse, i punti emergenti. La dimensione installativa gradualmente ha lasciato spazio a quella a parete con una componente di maggiore intimità e dialogo.

Rispetto a questo cambiamento in mostra possiamo fare esperienza di un nuovo modo di concepire i lavori a parete con l’introduzione di una teca, una sorta di protezione/isolamento dal contatto esterno, soprattutto tattile e che da sempre caratterizza la tua ricerca, quali possibilità apre nella lettura dei tuoi lavori?
I lavori di cui parli sono di per sé “esperimenti”, nel senso che è prematuro prevedere ciò a cui mi porteranno. Il loro essere è in divenire. Sono forme geometriche come cilindri, parallelepipedi… chiusi in una teca. La tua osservazione riguardo all’uso del plexiglass come isolamento e protezione porta l’attenzione, istintivamente, all’allontanamento dalla dimensione propriamente tattile del mio lavoro, dall’altra però sembra rafforzare quella concettuale a scapito dell’aspetto materico.

A cosa stai lavorando ora? Progetti per il futuro?
Rispetto a quanto di cui abbiamo parlato prima non so ancora verso quale “devianza” mi stia dirigendo. In fondo, partendo dalla realtà che ci circonda, osserviamo come anche il mio lavoro si componga di vari frammenti, “microvariazioni sul tema”, slittamenti dal kitsch  al minimal. I confini sono mobili, certo, su di uno stesso binario, che nel mio caso gioca sempre sull’idea del silicone. Al momento sono in mostra dei miei lavori nella collettiva Please me Fashion. Fluttuazioni fra arte e moda a cura di Isabella Falbo, Ferruccio Giromini e  Roberto Roda al Palazzo Ducale di Sabbioneta (MN) dal 5 giugno al 18 luglio.

La mostra in breve:
Vittorio Valente. Strong
Rinascimento Contemporaneo. Uno spazio per l’arte
Via Marsilio da Padova 2 rosso – Genova Boccadasse
Info: +30 010 3076789
www.rinascimentocontemporaneo.it
Fino al 25 settembre 2010

In alto da sinistra:
Una veduta della mostra
Contenitore di corpi, 2010, silicone colorato su sedia

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