Valerio Berruti. More Than Kids, veduta parziale della mostra, Palazzo Reale, Milano Courtesy l'artista Foto Arthemisia

Valerio Berruti a Milano: quando tutto deve ancora accadere…

MILANO | Palazzo Reale | Fino al 2 novembre 2025

di ALESSANDRO MONDINI

«Mia madre perse sua madre quando aveva sei anni». C’è una sola fotografia che le ritrae insieme. Lei era molto piccola, aveva appena tre anni. Sua nonna, la madre di sua madre, ne aveva invece quaranta. Soltanto a vederla, lei cominciava a piangere. Sempre. Un pianto disperato, instancabile, eterno. «Perché a me non dice nulla quella fotografia?», s’è chiesto Valerio Berruti (Alba, 1977). Forse alcune immagini «hanno un superpotere privato», ha provato a spiegarci. Se è davvero così, allora dovranno pur esistere altre immagini – stavolta universali – capaci di toccare chiunque, senza mai concludersi in una storia precisa. Afferrarne il segreto, farle accadere, è l’ossessione artistica che accompagna Valerio da più di vent’anni. Un’idea limite? Non proprio.

Valerio Berruti. More Than Kids, veduta parziale della mostra, Palazzo Reale, Milano Courtesy l’artista Foto Arthemisia

Per capirci qualcosa, quando era ragazzo, si mise a ridisegnare compulsivamente le fotografie della sua infanzia. Le sceglieva dagli album di famiglia, le ricopiava a mano, le osservava cambiare sulla carta. E se poi gli riusciva di mostrare quei fogli a qualcuno, spesso si sentiva dire: «Sai, ho una fotografia identica a casa». E se succedeva, significava che il risultato era promettente, la strada era giusta, le immagini che cercava erano vicine. Presto s’accorse che di sé lasciava soltanto un contorno. Un profilo vuoto, permeabile, come la cornice di uno specchio. Gli bastava togliere anziché aggiungere, accettare il foglio bianco piuttosto che riempirlo di segni. Piene, del resto, erano già le fotografie da cui partiva. Colme di ricordi personali, affollate da volti con nomi propri. Sature di particolari e di sfumature narrative, che inquadravano ogni scena in un universo ermetico. Ma se svuotate, alleggerite dal peso autobiografico, quelle immagini diventavano trasparenti. Si aprivano. E finalmente potevano essere di chiunque.

Valerio Berruti. More Than Kids, veduta parziale della mostra, Palazzo Reale, Milano Courtesy l’artista Foto Arthemisia

Anche quando più tardi si allontanerà dalla propria infanzia, mettendosi a creare archivi di storie inedite, Berruti non cambierà mai metodo. A variare saranno infatti i modelli, mentre l’effetto sulle persone rimarrà identico. A Seoul, nel 2008, portò alcune opere in cui aveva ridisegnato Martina, la sua nipotina. Capitava che la gente, guardando quei lavori, dopo un primo momento di silenzio, commentasse: «Assomiglia a mia figlia». Qualcuno ringraziò addirittura Valerio per «aver ritratto le bambine e i bambini coreani». Piccole note di colore, insomma. Episodi che si sono ripetuti ovunque nel mondo. Dal Sudafrica agli Stati Uniti, dalla Cina al Giappone. Qualche critico potrebbe, però, ridurre tutto ciò a un noioso, sterile, solipsismo. «Se i bambini di Berruti possono essere chiunque, allora non sono nessuno», immagino dica. Ma è davvero un male? Discriminazione e inclusività sono preoccupazioni frequenti per chi oggi racconta una storia. Il perché è da trovarsi proprio nelle storie che ci raccontiamo. Sono storie spesso in difetto col tempo. Per alcuni sono favole, per altri sono lacune. Pochi sono i fortunati coinvolti, molti sono gli esclusi. Ovunque vada, Valerio permette invece a tutti di riconoscersi. Di indossare i contorni dei suoi disegni. Paradossalmente, nessuno ci scappa. Scettici compresi.

Valerio Berruti. More Than Kids, veduta parziale della mostra, Palazzo Reale, Milano Courtesy l’artista Foto Arthemisia

Quest’anno Berruti è protagonista del più grande progetto espositivo a lui mai dedicato. Si intitola More Than Kids. Una sinfonia in tre atti curata dall’amico Nicolas Ballario. Un’idea tutta piemontese, nata nelle Langhe di Pavese, di Fenoglio e della famiglia Ferrero, dove Valerio è cresciuto e ha deciso di abitare. Proprio lì, ad Alba, negli spazi della Fondazione Ferrero, s’è svolto il primo capitolo (leggi qui) del progetto, con opere storiche, bozzetti preparatori e lavori inediti. Un’introduzione intima e familiare, inaugurata in primavera e terminata a inizio luglio. Il tempo necessario per prepararsi all’atto successivo. Quello centrale, il più atteso e importante.
Così More Than Kids è arrivata a Milano. La sua musica risuona ora nelle Sale Nobili di Palazzo Reale, insieme a un manifesto che dichiara dappertutto in città: «Sono più che bambini». Valerio l’aveva già accennato ad Alba, seppure in scala ridotta, anticipandoci cosa avremmo visto quest’estate. Non più disegni appesi a una parete, ma opere ingombranti, davanti alle quali non possiamo far finta di niente. Lo si capisce subito entrando nella prima sala. In un ambiente buio, dove i passi si fanno più lenti e incerti, incontriamo le sculture monumentali di una bambina e di un bambino aggrappati a un salvagente di cemento.

Valerio Berruti. More Than Kids, veduta parziale della mostra, Palazzo Reale, Milano Courtesy l’artista Foto Arthemisia

Si tratta di A Safe Place (2025), un’opera che riflette sul dualismo di un oggetto che, pur galleggiando nello stesso mare, può avere significati differenti. «Nelle “nostre” coste è un gioco colorato, una ciambella spesso decorata con personaggi dei cartoni animati che in acqua tiene compagnia ai bambini. – scrive Ballario – Basta spostarsi di qualche decina di miglia ed ecco che invece assume un altro ruolo: quello di ultima speranza, di sopravvivenza per chi decide di attraversare il Mediterraneo in cerca di una vita migliore, più felice». Ricorrente nelle sale successive è anche la dualità tra luci e ombre, tra sicurezze e paure, come in Un mondo nuovo (2022) e Out of Your Own (2017), in cui la paura è un’emozione da accettare, proprio perché è parte di noi.
I soggetti delle opere di Berruti non sono mai stati bambini del tutto. Forse è sempre stato così. Valerio ha compreso che l’infanzia è il nostro denominatore comune. Chiunque c’è passato e può riconoscersi. È un tempo che può diventare spazio di incontro, un territorio comune dal quale far nascere un dialogo. Le sue opere sono metafore, immagini disposte a tradire la propria forma, il proprio significato letterale, per parlarci dei grandi temi della contemporaneità.

Valerio Berruti. More Than Kids, veduta parziale della mostra, Palazzo Reale, Milano Courtesy l’artista Foto Arthemisia

Succede nel cortile di Palazzo Reale, quando ci avviciniamo a Don’t Let Me Be Wrong (2024), l’enorme busto di una bambina che guarda preoccupata il cielo di Milano, prima dell’ennesimo disastro ambientale. Si ripete in Nel Silenzio (2024), due bambine addormentate su un letto di terra arsa dal Sole. E si moltiplica nella penombra in Nel nome del padre (2024), un’opera ambientale che ci parla di guerra e indifferenza, di speranza e cambiamento.
Con il capitolo milanese di More Than Kids, Berruti si trasforma ora più che mai in un regista. Ogni opera si mostra in un’atmosfera ben definita, fortemente evocativa, valorizzata inoltre dalle colonne sonore di Ludovico Einaudi, Paolo Conte, Lucio Disarò, Samuel Romano, Ryūichi Sakamoto, Rodrigo D’Erasmo e Daddy G dei Massive Attack.
Il terzo atto della sinfonia – il capitolo finale – avverrà di nuovo ad Alba, stavolta nella Chiesa di San Domenico, il prossimo autunno. Sarà come tornare a casa. Per Valerio è sempre stato così.

Valerio Berruti. More Than Kids
a cura di Nicolas Ballario
prodotta da Comune di Milano – Palazzo Reale, Arthemisia

con il fondamentale sostegno di Fondazione Ferrero

22 luglio – 2 novembre 2025

Sale Nobili
Palazzo Reale
Piazza Duomo 12, Milano

Orari: martedì, mercoledì, venerdì, sabato e domenica 10.00-19.30; giovedì 10.00-22.30

Info: www.palazzorealemilano.it
www.valerioberruti.com

 

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