ROMA | MUSEO NAZIONALE ETRUSCO DI VILLA GIULIA | FINO AL 6 FEBBRAIO 2026
di MATTEO DI CINTIO
Ecco – forse – la direzione
questo nostro cercare il mistero delle cose
diviene una luca chiara
che segna un nuovo percorso
(Sonia Giovannetti, Il nostro cercare, 2015)
Partirei da una sorta di assunto che, a ben vedere, presenta i contorni opachi e opinabili di una restituzione squisitamente personale. A parere di chi scrive, nel corso di tutta la sua traiettoria artistica ancora in atto, ancora in perenne divenire, Marcello Maloberti (classe 1966) compie uno sforzo enorme, cioè quello di mostrare come, saccheggiando a piene mani le parole di Roland Barthes, «l’atto di scrittura soggioga l’atto pittorico, di modo che dipingere non è mai altro che inscrivere». In altri termini, l’artista codognese cerca sempre di insistere, con la disciplina degna di un calligrafo orientale, sul carattere irruzionalista del processo di significazione nei gangli della morfogenesi di ogni atto artistico o, ancor di più, evidenzia come il gesto dell’Arte, qualunque esso sia, non possa prescindere dal primato del significante. Ma come determinare ciò? Maloberti ritorna semplicemente – e audacemente – alla scrittura: koan, automatismi di natura verbovisiva, sketch improvvisi, minimalismo poetico, martellate come direbbe l’artista, proprio per evidenziare il carattere vibrante dell’“inchiostrazione” impulsiva delle parole. Tali procedimenti scritturali, spesso costellati da lettere disadorne che marchiano quasi con sgarbo il fondale bianco di uno spazio nullo, ci inducono a pensare che la scrittura non è la fine di un percorso ma il “gorgoglio” anticipatore di ogni possibile atto artistico. Frammento di senso prima dell’accadimento del gesto.

Se diamo per buone queste affermazioni, possiamo allora osare nel dire che l’installazione Poesia, a cura di Cristiana Perrella e ubicata negli spazi esterni del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia di Roma (fruibile fino al 6 febbraio 2026), tocchi il vertice di questa riflessione, recuperando una sorta di primordiale e religioso logos anteposto ad ogni suo movimento d’intrusione linguistico-strutturale. Insomma, solo segno luminoso prima di ogni possibile creazione semantica, traccia flebile e ardita incastonata in un paesaggio chiaroscurale (quello dei giardini di Villa Giulia) di una bellezza struggente. Se si ha l’impressione, però, che l’installazione malobertiana galleggi in un vuoto e, in tal modo, presentifichi un atto che è in procinto di realizzarsi, ciò non ci deve indurre in tentazione: non ci deve far pensare ad una sorta di Pre-simbolico che sta lì lì pronto per divenire struttura. L’artista, infatti, sussume a parer nostro la lezione lacaniana secondo cui non c’è principio originario che non sia già inserito in un linguaggio, condizionato dalla presa del significante. Ma la scelta del sintagma poesia, delineato come un precipitato di lettere, ci deve aprire le porte ad uno sguardo più sottile.

Come scrive Alain, pseudonimo del filosofo e scrittore del primo Novecento Émile-Auguste Chartier, «ogni pensiero inizia con una poesia». Lo ricordava recentemente la poetessa Sonia Giovanetti che, nel suo saggio La poesia, malgrado tutto, osserva come i poeti possiedano
una lingua da cui si origina ogni altra lingua, una scintilla che accende il pensiero, fatta di suoni che suscitano emozioni e sensazioni e animano il pensiero prima che questo li organizzi secondo forme convenzionali.
E continua:
è come se i poeti disponessero di una lingua speciale, di un alfabeto originario che, nominando le cose, consente che essi divengano reali e riconoscibili.
Solo dopo questo movimento verso la realtà, dice Giovannetti, le cose possono divenire disponibili al pensiero logificante, al principio ordinatore della classificazione razionale. Questo movimento è ciò che permea il contributo di Maloberti: disvelare il mondo trattando, in un folgorante lavorio puntellato da pochi elementi essenziali ed icastici, il non senso che prelude o è insito nel senso, quella vibrazione che anticipa e poi contorna l’essenza della nominazione, prima che questa diventi strutturazione di realtà. In forza di ciò, il poeta-artista ci offre un’instabilità intrinseca alla stazionatura dell’opera: capovolge le lettere, offre loro una sorta di caduta sospesa, uno scivolamento nel creato. Perché le lettere di Maloberti cadono? l’opera, forse, vuole toccare ciò che Lacan attribuiva alla lettre: qualcosa che può smarrirsi, «cadere fuori posto» e che in Lituraterre descrive come una sorta di precipitazione capace di lasciare tracce nel campo del senso. Poesia allora agisce proprio qui, in questo scarto di tempo: nel momento in cui la lettera perde il suo posto abituale e apre una breve e vibrante fenditura nel simbolico, rendendo possibile sì il recupero di una forza poetica originaria, ma anche – e proprio per effetto di ciò – l’apparizione di un nuovo senso, ancora in attesa di essere letto.
Marcello Maloberti. POESIA
a cura di Cristiana Perrella
7 novembre 2025 – 6 febbraio 2026
Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia
Piazzale di Villa Giulia 9, Roma
Info: www.museoetru.it



