Installation view Spazi di Resistenza, Mattatoio di Roma, Padiglione 9B. Courtesy Latitudo Art Projects © Monkeys Video Lab

Trauma, con o senza perdono. Spazi di Resistenza al Mattatoio di Roma

ROMA | MATTATOIO | Padiglione 9b | FINO AL 12 OTTOBRE 2025

di MATTEO DI CINTIO 

Il titolo del mio contributo occhieggia quello di un famoso saggio della psicoanalista Clara Mucci, Trauma e perdono. Tale lavoro analizza dettagliatamente le varie declinazioni che il trauma può assumere nella vita di un individuo, sia nelle sue interconnessioni con la collettività che con il proprio dinamismo psichico. La studiosa pescarese intercetta, in particolare, diversi livelli di afflizione traumatica che si stagliano in uno spettro che procede dallo sfaldamento dei legami relazionali precoci ai traumi di massa sociali e collettivi. Si tratta appunto di uno spettro, di un ventaglio “poroso” di elementi che non si irretiscono in monolitiche categorie, ma che si condizionano e s’incastrano tenacemente a vicenda. La letteratura psicopatologica, ad esempio, ci avverte di come la spinta violenta e feroce di un trauma collettivo possa esacerbare forme di relazione primaria disorganizzate così gravi da impattare su quella linea intergenerazionale umana che, pur non vivendo direttamente una esperienza traumatica, la esperisce attraverso gli stati depressivi e borderline dei loro caregiver. Mucci, via Sandor Ferenczi, preleva dal mondo cristiano il concetto di perdono per articolare una possibile azione riparatrice dal trauma. Slavata da ogni concezione religiosa, l’atto del perdonare consiste in un lavoro terapeutico che contempli la comprensione profonda – senza giustificazioni – del comportamento negativo altrui, per non esserne né perseguitati, né parassitati.

Installation view Spazi di Resistenza, Mattatoio di Roma, Padiglione 9B. Courtesy Latitudo Art Projects © Monkeys Video Lab

Proprio dal “lavoro del perdono” vorrei partire per parlare della mostra collettiva Spazi di Resistenza, allestita presso il Mattatoio di Roma con la curatela di Benedetta Carpi De Resmini. Nata da un’idea di Ivana Della Portella e realizzata da Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con Latitudo Art Project, l’esposizione riunisce il lavoro artistico di sei artiste provenienti da contesti geografici e generazionali diversiSimona Barzaghi, Gea Casolaro, Romina De Novellis, Šejla Kamerić, Smirna Kulenović e Mila Panić – per commemorare i trent’anni dalla fine della guerra in Ex Jugoslavia, dall’assedio di Sarajevo e dal genocidio di Srebrenica dove, si ricorda, morirono più di ottomila uomini bosgnacchi. L’azione delle artiste, declinata in differenti modalità di linguaggio (installazione, video, fotografia, performance), si configura non solo come il climax di una volontà commemorativa, l’elaborazione di uno sguardo rivolto al passato memoriale, ma soprattutto, come direbbe Mucci, un “lavoro sul perdono”, più che mai attuale, più che mai complesso e contrito dalla destabilizzazione provocata dal ritorno del trauma. Sì, perché se il mondo ancora non ci scampa da fenomeni orrorifici come quello del genocidio, allora l’arte non può e non deve limitarsi a ricordare: deve mantenere aperto un varco, una messa in discussione della posizione che si assume spesso rispetto al dolore storico e alle memorie collettive.

Installation view Spazi di Resistenza, Mattatoio di Roma, Padiglione 9B. Courtesy Latitudo Art Projects © Monkeys Video Lab

Spazi di Resistenza vuole essere quindi, a parere dello scrivente, un “cantiere aperto” sul fenomeno dell’elaborazione traumatica, un lavoro sul perdono che non trova in realtà una pacificazione definitiva, ma che richiede, nella società dello sfaldamento democratico, un insistente riassetto riflessivo, un alternarsi continuo fra riparazione e diniego. È questa la chiave di lettura che attraversa il Mattatoio: non esiste perdono che cancelli, ma si ha gesto artistico che testimonia, resiste e trasforma. E proprio nel segno della testimonianza che Simona Barzaghi percorre il fiume Drina, luogo-simbolo dei confini e delle separazioni che hanno attraversato i Balcani. Camminare lungo il bordo, bordare ciò che è confine, diventa gesto relazionale e politico: ogni passo riscrive il paesaggio, lo ascolta, lo fa parlare. Di fronte a queste immagini, il visitatore non assiste solo a un atto performativo, ma è chiamato a immaginare una geografia alternativa in cui i fiumi uniscono invece di dividere.

Simona Barzaghi, Waterline, 2024, installazione, cornice vernice rossa, fotografie su dibond, disegni-collage, video, 250×750 cm © Simona Barzaghi. Courtesy l’artista

In apparente contrasto, Romina De Novellis sceglie l’interno dello spazio espositivo per inginocchiarsi e pulire incessantemente un pavimento. Ogni straccio utilizzato ed inzuppato di sapone e acqua è lasciato a terra come a puntellare e tracciare l’ordito della bandiera della Bosnia ed Erzegovina. È chiaramente un gesto semplice ma, al contempo, devastante: la pulizia, atto quotidiano e domestico, diventa impossibile quando si tratta di liquefare la dura memoria di massacri e violenze.

Romina De Novellis, performance presso Mattatoio di Roma, Padiglione 9B. Courtesy Galleria Alberta Pane (Parigi, Venezia) e Latitudo Art Projects © Paola Farfaglio

La sua azione non offre consolazione, ma afferma che la cura può solo coabitare con la ferita, non eliminarla. Šejla Kamerić, tra le voci più riconosciute dell’arte post-bellica bosniaca, propone invece un lavoro che rimette al centro il corpo come archivio vivo di memoria e ribellione (Bosnian Girl). Le sue opere, spesso attraversate da ironia amara e delicatezza visiva, svelano le dinamiche di potere che governano i conflitti e le loro narrazioni ufficiali. Allo stesso modo, Smirna Kulenović affida alla natura un compito radicale: foglie, acqua, terra diventano mediatori ancestrali di una guarigione collettiva, come se la terra stessa custodisse una saggezza che supera le divisioni umane.

Installation view Spazi di Resistenza, Mattatoio di Roma, Padiglione 9B. Courtesy Latitudo Art Projects © Monkeys Video Lab

L’immagine dell’erba di Gea CasolaroL’erba di Sarajevo #2 – si configura come uno dei simboli più potenti dell’esposizione: fragile e resiliente, l’erba copre i campi minati ma, al contempo, annuncia la rinascita. È un doppio registro, duplice semiopoiesi che elicita sia fertilità, sia minaccia, ricordandoci come la vita e la morte possano convivere nello stesso spazio.

Gea Casolaro, L’erba di Sarajevo #2, 1998 – 2025, 60 stampe Lambda 46,66 x 70 cm © Gea Casolaro. Courtesy l’artista

Mila Panić, infine, invita a un viaggio autobiografico: il gesto arcaico del bruciare un campo agricolo che è parte della sua futura eredità, quest’atto che è un Costruire per distruggere – per citare gli Afterhours – diventa riflessione sulla decostruzione come precondizione per la trasformazione, un invito a pensare al trauma non solo come perdita ma anche come possibilità di generare nuove forme di esistenza. In questo excursus artistico non c’è alcun sentimentalismo o retorica; non c’è estetizzazione del dolore, ma una lucidità poetica che riconosce al trauma il suo peso e alla memoria il suo valore politico.
In un tempo in cui nuove guerre e nuovi esodi ridisegnano le mappe del mondo, Spazi di Resistenza ci ricorda che l’arte può farsi spazio di responsabilità civile ben al di là di ogni pratica di perdono. Un luogo in cui la storia non è un archivio chiuso ma una presenza perturbante che continua a interrogare il presente. In tal senso, in questa fruizione incandescente e diversificata, il visitatore è chiamato a prendere una posizione: accettare che il trauma non si perdona, ma si attraversa, che la memoria non è un esercizio del passato, ma una responsabilità del presente. E che l’arte può ancora essere un gesto di cura e di resistenza.

Mila Panic, Burning Field, 2017, HD video proiezione
106’ © Mila Panic. Courtesy l’artista

SPAZI DI RESISTENZA
Simona Barzaghi, Gea Casolaro, Romina De Novellis,  Šejla Kamerić, Smirna Kulenović, Mila Panić
a cura di Benedetta Carpi De Resmini

12 settembre – 12 ottobre 2025

Mattatoio di Roma, Padiglione 9b
Piazza Orazio Giustiniani 4, Roma

Orari: dal martedì alla domenica, dalle ore 11.00 alle 20.00. Lunedì chiuso

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