ISOLA DELLA GIUDECCA (VE) | #Report
di FRANCESCO FABRIS
Silvia Canton (Conegliano, 1974), è artista nota per la sua dedizione ed attenzione ai temi, sapientemente rielaborati, del cambiamento climatico e della sostenibilità, della tutela dell’ambiente e della delicata relazione con esso. L’isola veneziana della Giudecca ha ospitato, nella suggestiva sala del Camino del Chiostro dei SS.Cosma e Damiano gestito dalla Fondazione Bevilacqua La Masa, una mostra personale di Silvia Canton, dal titolo, L’amore finisce dove finisce l’erba. Dopo Vaia, il bostrico tipografo, con l’indovinata curatela di Martina Cavallarin con Antonio Caruso ed emblematica dell’impegno e della poetica dell’artista.
L’esposizione, organizzata da Techne Art Service in collaborazione con la Fondazione Bevilacqua la Masa, storica istituzione per l’arte contemporanea, ha raccontato uno dei più recenti e drammatici collassi ecologici italiani e, con essa, il simbiotico e profondo lavoro dell’artista con la natura, le sue trasformazioni ed i suoi linguaggi. La tempesta Vaia, di inaudita violenza, ha lasciato sulle Alpi una ferita fisica e simbolica impossibile da ignorare. Più di 40.000 ettari di foresta d’abete rosso abbattuta e un carico di legname schiantato e distrutto che ha alimentato (con l’innalzamento climatico) la proliferazione del bostrico tipografo, insetto minuscolo in grado di “riscrivere” cortecce lacerate e legni scortecciati.
La tempesta, in altre parole, ha agito come un dispositivo di verità, scoprendo un equilibrio paesaggistico fragile e precario, affidato all’uomo e troppe volte sottoposto a tensione. La ferita del territorio viene trasformata in materia estetica ed occasione di riflessione. Le opere della Canton, in bilico tra pittura e scultura, sapientemente collocate in un ambiente di ascolto più che di osservazione, hanno lasciato che la devastazione e l’avanzata silenziosa del bostrico tipografo parlassero attraverso le tracce lasciate sulle cortecce e sui materiali assemblati. La galleria di segni lasciata dall’insetto sotto la corteccia è dunque fatta emergere come un alfabeto imprevedibile e musicale che, attraverso l’intervento dell’artista, viene colto nella sua duplice natura di ferita e scrittura, dissoluzione e linguaggio.

Canton raccoglie i materiali provenienti dai boschi flagellati, li purifica e li tratta, ricomponendoli in dispositivi in bilico tra la reliquia e l’archivio ecologico, mai comunque statico. Il racconto non è invero la narrazione di un residuo, del resto malato di un fenomeno ecologico. Si tratta piuttosto della condivisione di un processo in atto, di una trasformazione in cui l’insetto, seppur agente di distruzione, appare parte di un equilibrio e di un sistema biologico già alterato da cause più lontane e profonde e ce le racconta come un cartografo − attraverso la sua scrittura sotterranea – lasciandoci il ruolo di fragili compartecipi del sistema ecologico.
Il titolo della mostra, d’altronde, è tratto da una felice ispirazione del poeta Giorgio Caproni, che qui ci rimanda all’ascolto dei luoghi ed ai limiti della civiltà moderna.
“L’amore finisce dove finisce l’erba” è un titolo scelto non per il suo richiamo nostalgico ad un mondo naturale che non c’è più, ma come indicazione necessaria di ripensare la relazione tra umano ed ambiente nell’ottica di un sistema di cura, attenzione ed appunto amore, perché dalla consapevolezza che dove la foresta crolla è data la possibilità di un nuovo sguardo, estetico, critico e salvifico assieme. Cifra stilistica, questa, che rappresenta un tratto profondo e sentito del pensiero dell’artista.
Le superfici lavorate dall’insetto e poi trattate con diversi materiali (foglia d’oro, di rame o argento) per conferirne preziosità e valore, si trasformano in un palinsesto nelle mani dell’artista. In scena, non già una raccolta di residui, ma il racconto di una trasformazione colta dall’interno, in cui è data la libertà di leggere la tensione tra ordine biologico e disordine climatico, tra forma e ferita.
Il tempo dettato dall’artista è invero un tempo lento, geologico, che riconnette con la natura e suoi limiti, la nostra responsabilità e la complessità del disastro, rifuggendo costruzioni retoriche e facilmente critiche.

In un tempo in cui la crisi ecologica viene tradotta in semplici cifre, narrazioni ed allarmi, Silvia Canton non si concede alla facile retorica del discorso morale, ma apre strade, traiettorie di senso ed assunzione di responsabilità. Un “modo”, dunque, di stare all’interno del mondo naturale.
Il racconto, indovinato e denso, è impreziosito da una misurata interdisciplinarietà propria degli studi sul post-naturale e sulla geoestetica. Grandi fotografie raccontano l’immersivo processo di creazione, video ed apparati testuali di istituzioni scientifiche caldeggiano l’aiuto alla ricerca per la salvaguardia boschiva mentre chi osserva è invitato ad ascoltare, in contemplativa solitudine, la narrazione di Sottocorteccia di Pietro Lacasella e Luigi Torreggiani, un diario di viaggio divulgativo e scientifico che, anche simbolicamente, mette chi lo ascolta al centro della narrazione e dell’assunzione di responsabilità per la salvaguardia del pianeta, per mettere al riparo “l’erba” con il gesto d’amore introdotto dal titolo dell’esposizione, supportata dall’Università di Padova e dalla Fondazione Silla Ghedina Apollonio Menardi, fondazione di montagna sorta con il fine di valorizzare il patrimonio artistico, storico ed ambientale di Cortina d’Ampezzo e della Regione Dolomitica.

Silvia Canton. L’amore finisce dove finisce l’erba. Dopo Vaia, il bostrico tipografo
a cura di Martina Cavallarin con Antonio Caruso
In collaborazione con Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia
Organizzazione Techne Art Service
Sala del Camino, Fondazione Bevilacqua La Masa
Chiostro SS. Cosma e Damiano Giudecca 620, Venezia



