VENEZIA | Isola di San Giacomo | Fondazione Sandretto Re Rebaudengo
di FRANCESCO LIGGIERI
Mentre tutti stanno in fila da due giorni sotto la pioggia per visitare le sedi centrali de La Biennale, io ho deciso di muovermi per l’unico vero evento della stagione in laguna, l’apertura dell’isola della Sandretto, ribattezzata in laguna e dai veneziani come “l’isola della signora di Torino” che pare quasi sia una santa. La tabella di marcia consiste nel prendere un traghetto dalla riva vicino ai giardini per arrivare all’isola, mi raccomando puntuali! (E non non ci sono riusciti neanche sto giro…). Dopo una quarantina di minuti scarsi, si scende sull’isola di San Giacomo, e già dall’orizzonte si possono vedere aquiloni e campanili sbilenchi. Quando si attracca, la sensazione si amplifica ulteriormente.
È quella sensazione che cercavo, quella che i grandi spazi istituzionali non ti danno più (quella di arrivare da qualche parte che non si è ancora consegnata al mondo, che ti aspetta invece di esibirsi).

Stavo pensando a quest’isola prima di partire: un quadrato di terra in mezzo all’acqua, tra Murano e Burano, circondato dalla laguna veneziana e ho pensato: ecco. Ecco cosa può fare l’arte quando smette di fare le cose a metà.
San Giacomo ha quasi mille anni. È stata monastero di cistercensi, lazzaretto, deposito di polvere da sparo, presidio militare, e poi per decenni niente. Rovi. Coperture crollate. Il silenzio di tutto ciò che viene dimenticato e ora, dal 7 maggio 2026, è diventata qualcosa di completamente diverso: uno spazio vivo. Una fondazione d’arte contemporanea che ha deciso di prendere sul serio la parola luogo. Questo è raro di questi tempi credetemi, è dannatamente raro.

Conosciamo tutti i musei che cadono dal cielo (poi a Venezia solo negli ultimi tre anni ne stanno mettendo su a raffica) grandi scatole bianche, neutrali, intercambiabili, che potrebbero stare a Dubai come a Detroit. Hanno le stesse luci, gli stessi pavimenti in resina, la stessa cafeteria con le stesse insalate. L’arte ci entra dentro e smette di avere contesto. Smette di avere un corpo. Patrizia e Agostino Re Rebaudengo hanno fatto esattamente l’opposto: hanno comprato un’isola nel 2018, l’hanno salvata dall’abbandono, e invece di cancellarla, l’hanno ascoltata. Le polveriere napoleoniche diventano spazi espositivi e il fatto che l’arte ora abiti dove una volta c’era la polvere da sparo non è solo un dettaglio poetico. È un programma. È una visione. Raga, è una roba fatta bene, come dovrebbe essere fatta!
Poi c’è Matt Copson. Fanfare/Lament, curata da Hans Ulrich Obrist, già il titolo mi dice tutto quello che ho bisogno di sapere: che qui non si celebra senza piangere, che la gioia e il lutto abitano lo stesso respiro. È questo che voglio dall’arte oggi. Non consolazione. Non decorazione. Voglio che mi metta a disagio nel modo giusto.
Nel giardino: Claire Fontaine, Mario Garcia Torres, Hugh Hayden, Goshka Macuga, Pamela Rosenkranz, Thomas Schütte (installazioni permanenti sparse nell’isola come pensieri che non vuoi perdere), un giardino che è anche collezione, paesaggio che è anche discorso. Quando era l’ultima volta che un giardino di sculture ti aveva fatto sentire qualcosa di vero? Io aspetto sempre quel momento.

Ma quello che mi ha colpito davvero quello che mi ha fatto fermare è questa idea di isola aperta. L’accesso è gratuito, tutto progettato per essere accessibile anche alle persone con disabilità. Una fermata su richiesta del vaporetto ACTV (che speriamo mettano presto!) un molo in costruzione. Stanno costruendo un molo! Pensateci. Non stanno costruendo un brand, non stanno costruendo uno shop. Stanno costruendo un modo per arrivarci.
In un momento in cui Venezia rischia di diventare un set cinematografico di sé stessa, un’isola che sceglie la lentezza, la residenza, la ricerca, la sostenibilità reale (non quella da comunicato stampa) è un atto politico. Le monache cistercensi che nel 1238 bonificarono quei terreni e coltivarono la terra sapevano qualcosa che noi abbiamo quasi dimenticato: che un luogo si guadagna con la cura, non con la velocità.

Io non so ancora quando tornerò a San Giacomo, ma so già che questo è il tipo di progetto che merita di esistere. Non perché sia perfetto, ma perché ci prova davvero. Perché sceglie la difficoltà. Perché un’isola in mezzo alla laguna non è comoda per nessuno, e loro l’hanno scelta lo stesso. L’arte dovrebbe fare cose scomode, dovrebbe farti prendere un vaporetto che si ferma solo se lo chiedi.
Isola di San Giacomo:
la nuova sede della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo a Venezia
Fanfare/Lament di Matt Copson
a cura di Hans Ulrich Obrist
Dal 7 maggio 2026



