Zehra Doğan. Light and fight, installation view, MACC – Museo d’Arte Contemporanea di Calasetta, Calasetta (SU) Courtesy Fondazione MACC Foto di Margherita Villani

Riumanizzare arte e storia contro le anestesie del potere: l’esempio di Zehra Doğan

CALASETTA (SU) | MACC – Museo d’Arte Contemporanea di Calasetta | Fino al 30 settembre 2025

Intervista a EFISIO CARBONE di Matteo Galbiati

Questa estate abbiamo avuto l’occasione di vivere un’esperienza coinvolgente, appassionante, carica di quell’umanità spontanea che esaudisce – fuori da ogni sistema – l’aspetto migliore di chi, operando con la cultura e l’arte intende questo lavoro con una visione di valore principalmente etico. L’intero staff del MACC – Museo d’Arte Contemporanea di Calasetta, i responsabili del programma di residenza internazionale Laboratorio Mediterraneo e tutti i loro collaboratori coinvolti si sono spesi con encomiabile abnegazione e autentico coinvolgimento, denso di trasporto e sostegno, per l’importante mostra  Light and fight – Luce e lotta nelle opere di Zehra Doğan, la quale, a nostro avviso, è esempio lodevole e degno di nota, perché costituisce una vera e propria presa di posizione responsabile rispetto i compiti e la missione di un’istituzione culturale e il suo ruolo nel suo presente.

Zehra Doğan. Light and fight, opening (Efisio Carbone), MACC – Museo d’Arte Contemporanea di Calasetta, Calasetta (SU) Courtesy Fondazione MACC Foto di Margherita Villani

Non è mancato loro, infatti, il coraggio di esporre – e quindi dare voce – le opere di Zehra Doğan (Diyarbakır, Turchia, 1989), artista visiva, attivista, e giornalista curda che, come noto, per i suoi atti di denuncia contro la repressione e la violenza cui è costretto il suo popolo – in Turchia ma non solo – e per essersi schierata contro il regime al potere ha subìto la dura carcerazione nelle prigioni del suo paese natale.
Residente esule in Germania dove ha trovato rifugio, Doğan nel museo sardo presenta, oltre alle opere nate durante la residenza, anche video, installazioni, disegni e fotografie che definiscono la sua pratica di denuncia. Fortissimi e carichi di una drammaticità che tocca e commuove, sono poi i lavori nati nel periodo di prigionia, intrisi sia di tutto il dolore provato, sia della speranza motivata da un dovere di resistenza per le cause per cui si batte.
Abbiamo avuto lunghi scambi con Efisio Carbone, direttore onorario della Fondazione MACC, durante i giorni inaugurali, con lui li abbiamo riassunti adesso in questa profonda intervista:

Zehra Doğan. Light and fight, installation view, MACC – Museo d’Arte Contemporanea di Calasetta, Calasetta (SU) Courtesy Fondazione MACC Foto di Margherita Villani

Come è nato questo progetto che vede impegnata un’artista complessa come Zehra Doğan? Cosa vi ha spinti a coinvolgerla proprio nel periodo estivo, per voi più centrale?
La mostra nasce da un’urgenza etica prima ancora che curatoriale: mettere al centro del Museo MACC una pratica artistica che ha trasformato la prigione in laboratorio di memoria e la clandestinità in linguaggio politico e poetico. Zehra Doğan non “illustra” il reale: lo ferisce per riaprirne i significati, usando ciò che il potere scarta – lenzuola, giornali, caffè, tè, bucce di melograno, cenere di sigaretta, sangue mestruale, capelli – per riscrivere una storia che l’Occidente preferisce anestetizzare. Portarla a Calasetta in estate significa assumersi la responsabilità di intercettare il pubblico più ampio e dire: l’arte contemporanea serve a riumanizzare dove il discorso dominante disumanizza. La mostra Light and Fight – Luce e lotta è presentata da me e curata da Valentina Lixi, vice direttrice del MACC, ed è frutto della sinergia con Prometeo Gallery di Milano-Lucca. Si inserisce nel programma di residenza internazionale Laboratorio Mediterraneo, diretto da Claude Corongiu. La Fondazione MACC è presieduta da Maria Carla Armeni e il progetto di residenze è sostenuto dalla Regione Sardegna tramite l’Assessorato della Pubblica Istruzione, Beni Culturali, Informazione, Spettacolo e Sport.

Zehra Doğan. Light and fight, performance Dentro la guerra, MACC – Museo d’Arte Contemporanea di Calasetta, Calasetta (SU) Courtesy Fondazione MACC Foto di Margherita Villani

La si definisce artista visiva, giornalista e attivista: tre identità coincidenti. Come le rivendicazioni del popolo curdo diventano esempio universale, oggi che le tragedie sono spesso assorbite da retoriche che offuscano le coscienze?
La vicenda curda – un popolo frammentato tra confini imposti – è un prisma per leggere ogni colonialismo ancora in atto. L’Occidente, che pretende neutralità, ha spesso normalizzato l’estrazione di vite, risorse, e persino memorie; la pratica di Zehra capovolge questa normalizzazione: prende i materiali dell’ordinario e li carica di una verità irriducibile. In questo senso l’opera non è “sul” Kurdistan, ma “da” una posizione curda: situata, resistente, anticoloniale. Per noi, istituzione periferica del Mediterraneo, allearsi con questa voce significa rifiutare la comoda estetica del trauma e assumere un compito: trasformare il museo in luogo di riparazione simbolica e di presa di parola contro la disumanizzazione. (Su biografia e attivismo: cofondatrice dell’agenzia femminile JINHA; incarcerata per aver documentato la devastazione di Nusaybin; inclusa nella Power 100 di ArtReview).

Zehra Doğan. Light and fight, installation view, MACC – Museo d’Arte Contemporanea di Calasetta, Calasetta (SU) Courtesy Fondazione MACC Foto di Margherita Villani

L’esperienza del carcere continua a risuonare nelle opere. Cosa si legge nei lavori esposti? Quale narrativa deve accompagnarli?
Si legge una pedagogia della materia: ciò che il sistema carcerario usa per annientare—regole, perquisizioni, povertà di mezzi—diventa nella sua mano grammatica formale. Le opere nate su stoffe, giornali, tovaglioli, con pigmenti “impropri”, non romantizzano la privazione: la denunciano traducendola in forma. La narrativa non è “pietà”, è alleanza: non guardare “a” una detenuta, ma guardare “con” lei, dentro un’epica femminile di cura e cospirazione quotidiana. I materiali e i metodi di Zehra (caffè, tè, cenere, sangue mestruale, capelli, residui di cibo) sono documentati in interviste e contributi critici; in mostra li incontriamo come linguaggio che sfida il silenzio imposto e restituisce dignità alle compagne di cella.

Zehra Doğan. Light and fight, installation view, MACC – Museo d’Arte Contemporanea di Calasetta, Calasetta (SU) Courtesy Fondazione MACC Foto di Margherita Villani

Quale percorso avete strutturato con lei? Cosa incontra il visitatore?
Abbiamo costruito un dispositivo espositivo sobrio e vigile: dipinti, installazioni, fotografie e video che fanno dialogare la produzione storica con opere attivate in residenza. Il percorso non produce spettacolo; produce prossimità e responsabilità. Il visitatore incontra superfici vive—tessuti e carte come pelli—e una mappa di segni che rifiuta la neutralità. L’allestimento, pensato con attenzione ai tempi lenti della lettura, mette al centro il respiro delle opere e la loro funzione testimoniale, senza feticizzare il trauma.

Zehra Doğan. Light and fight, installation view, MACC – Museo d’Arte Contemporanea di Calasetta, Calasetta (SU) Courtesy Fondazione MACC Foto di Margherita Villani

Che aspetti di “urgenza” ha il suo lavoro polisemantico (fotografia, performance, pittura, disegno, ricamo…) rispetto a molta produzione della sua generazione?
L’urgenza non è uno stile: è una condizione politica. In Zehra ogni medium è un’arma povera contro la rimozione. Le sue performance e i suoi ricami non “decorano” il dolore: lo articolano come sapere situato. È una pratica che non delega alla cronaca ma che usa la cronaca come detonatore poetico. Per questo il suo lavoro ha avuto risonanza in contesti istituzionali esigenti – PAC Milano, Tate, Drawing Center, MUCEM, Biennale di Berlino – che hanno riconosciuto in lei la forza di un linguaggio capace di tenere insieme testimonianza e forma.

Zehra Doğan. Light and fight, performance Dentro la guerra (Zehra Doğan), MACC – Museo d’Arte Contemporanea di Calasetta, Calasetta (SU) Courtesy Fondazione MACC Foto di Margherita Villani

Quali iconografie, immaginari e pratiche sono fondanti nella sua espressività?
Ritornano corpi femminili comunitari, animali-totem, alfabeti inventati, mappe di città assediate, e figure mitiche come Shahmaran, che Zehra reinterpreta come contro-mito antigerarchico. Matericamente: supporti tessili, carta di giornale, stoffe clandestine; pigmenti ricavati da cibo e fluidi corporali; scritture che scivolano tra kurmanji e segni personali. È un immaginario postcoloniale che rifiuta il realismo documentario per affermare un “realismo della sopravvivenza”, dove ogni frammento è prova forense e canto insieme.

Zehra Doğan. Light and fight, installation view, MACC – Museo d’Arte Contemporanea di Calasetta, Calasetta (SU) Courtesy Fondazione MACC Foto di Margherita Villani

La mostra rientra nella Residenza Internazionale “Laboratorio Mediterraneo”. Perché è un’occasione importante e come si connette alla progettualità più ampia?
Laboratorio Mediterraneo concepisce il MACC come porto di mare: un crocevia dove l’arte mette in relazione comunità locali e rotte globali. La residenza non è un “servizio” offerto all’artista, è un patto di scambio: l’artista lavora immersa nello spirito del luogo e noi apprendiamo nuovi modi di custodire e rilanciare i saperi del territorio. Nel programma, le residenze generano opere site-specific, rafforzano reti internazionali e implementano la collezione con donazioni degli artisti. In questo orizzonte, la presenza di Zehra ha attivato un dialogo tra memoria curda e tradizione tessile sarda, trasformando il museo in un laboratorio di riumanizzazione concreta. Il progetto di residenze è diretto da Claude Corongiu.

Zehra Doğan. Light and fight, installation view, MACC – Museo d’Arte Contemporanea di Calasetta, Calasetta (SU) Courtesy Fondazione MACC Foto di Margherita Villani

In loco su cosa si è orientata la ricerca? Avete deciso subito di lavorare sulla tradizione della tessitura? Quali comunità avete coinvolto?
Sì, la decisione è stata immediata ma dopo una lunga riflessione attivata dalle lacrime di un’artigiana che intervistai durante la presentazione di una mostra presso il Museo Etnografico Regionale Collezione Luigi Cocco. Come funzionario direttore dei musei dell’ISRE (Istituto Superiore Regionale Etnografico) ho programmato una serie di dialoghi tra la tessitura contemporanea e le collezioni permanenti. Questa indagine ci ha portato dentro i laboratori tessili di Sardegna che soffrono l’assenza di giovani disposti ad impegnarsi nella formazione e nella produzione. Le tessitrici e i tessitori che ancora lavorano sono sempre più esigui e subiscono il carico della responsabilità di tramandare saperi e pratiche. Ecco la riflessione: una comunità può morire sotto le bombe o nel silenzioso massacro della dimenticanza, sotto questa luce tessere assume un valore politico di resistenza. Chiedere a Zehra di intervenire sui tessuti sardi è stato come chiederle di legare due popoli in un unico destino di sopravvivenza.
Il tessile per Zehra non è un supporto, ma un corpo narrativo che respira con le storie delle mani che lo hanno intrecciato. Durante la residenza l’artista ha ricevuto in dono quattro tappeti provenienti dai principali centri di produzione dell’isola; tra questi, quelli di Maria Antonia Urru (Samugheo), della Cooperativa artigiana Su Trobasciu (Mogoro) e di S’Iscaccu (Bolotana). Questi manufatti, già depositari di saperi antichi, sono diventati “pagine” su cui inscrivere una memoria mediterranea condivisa – un’alleanza tra donne, comunità e pratiche di resistenza.

Zehra Doğan. Light and fight, installation view, MACC – Museo d’Arte Contemporanea di Calasetta, Calasetta (SU) Courtesy Fondazione MACC Foto di Margherita Villani

Quali opere saranno restituite e cosa resta come eredità del risiedere di Zehra Doğan?
Resta un ciclo di lavori su tessile che porterà la tradizione sarda dentro circuiti internazionali; resta un metodo –l’ascolto – come pratica curatoriale; resta una rete di relazioni tra artigiane, artiste e pubblico che continuerà oltre la mostra. Sul piano istituzionale, resta il consolidamento del MACC come museo di confine capace di leggere il contemporaneo senza filtri anestetici e di far crescere la propria collezione integrando le donazioni delle residenze.

Zehra Doğan. Light and fight, installation view, MACC – Museo d’Arte Contemporanea di Calasetta, Calasetta (SU) Courtesy Fondazione MACC Foto di Margherita Villani

La mostra volge al termine: quale eredità morale, insegnamento, emozioni hai registrato nelle persone che l’hanno visitata?
Ho visto persone spostarsi dal consumo estetico all’empatia politica. Non “mi piace/non mi piace”, ma “che cosa mi chiede questa opera?”. Molti hanno riconosciuto nei materiali poveri la dignità di una lotta che riguarda anche noi, perché la disumanizzazione non è altrove: abita le nostre abitudini informative, le nostre economie dell’attenzione. La lezione è che la bellezza non è evasione: è un atto di responsabilità reciproca.

Zehra Doğan. Light and fight, installation view, MACC – Museo d’Arte Contemporanea di Calasetta, Calasetta (SU) Courtesy Fondazione MACC Foto di Margherita Villani

Cosa ne ricaviamo tutti come comunità umana?
Che l’arte contemporanea, quando è radicale, non separa estetica ed etica. Riumanizzare oggi significa disinnescare l’indifferenza: partire dai corpi, dai gesti minimi, dalle parole interdette. I musei periferici hanno un compito preciso: osservare con attenzione, custodire le differenze, interpretare il mondo senza sudditanze a centri egemonici. Da Calasetta, isola di confine tra Africa, Mediterraneo ed Europa, affermiamo un’alleanza con la causa curda come lotta per tutte e tutti: contro ogni colonialismo, contro ogni cancellazione, per la dignità della vita e della memoria.

Light and fight – Luce e lotta nelle opere di Zehra Doğan
presentata da Efisio Carbone, direttore onorario Fondazione MACC
a cura di Valentina Lixi, vice-direttrice Fondazione MACC
in collaborazione con Prometeo Gallery
con il contributo di Fondazione di Sardegna
con il patrocinio di Regione Autonoma della Sardegna, Comune di Calasetta
la mostra è parte della Residenza Internazionale Laboratorio Mediterraneo (Calasetta, luglio 2025)

12 luglio – 30 settembre 2025

MACC – Museo d’Arte Contemporanea di Calasetta
Via Savoia 2, Calasetta (SU)

Orari: da martedì a domenica 18.00-21.00

Info: www.fondazionemacc.it

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