CATANZARO | SEDI VARIE | RESTITUZIONE PUBBLICA TRA FEBBRAIO E MARZO 2026
interviste a cura di LIVIA SAVORELLI
Il Festival Performing, che ha animato la città di Catanzaro sino all’estate 2025, si sta preparando per un nuovo intenso momento di restituzione, che si svilupperà tra febbraio e marzo 2026.
Concepito come una piattaforma di ricerca e produzione artistica diffusa – promosso dall’Accademia di Belle Arti di Catanzaro con il sostegno del Ministero dell’Università e della Ricerca e il coinvolgimento di altre undici istituzioni tra AFAM e Università italiane – il Festival funge da attivatore, attraverso il linguaggio performativo e con il coinvolgimento del territorio, di pratiche che continuano ad evolvere e svilupparsi attraverso mostre, opere video, azioni collettive e pubblicazioni.
Per ripercorrere i progetti principali del Festival – Cantalamissa di Luana Perilli, Spazio Tempo Corpo di Fabio Sandri, Landscapes for Ghosts di Simone Bergantini, Ruinate: Donne Ribelli di Elena Bellantoni e Lucky Girl di Matilde De Feo – abbiamo raggiunto alcunə artistə e Simona Caramia, docente ABACZ e responsabile scientifica Performing…

Cantalamissa è un progetto attivato a partire da laboratori che hanno coinvolto le comunità locali dell’Appennino centrale, intorno alla definizione di paesaggio. Il progetto, basato sulla pratica collettiva delle walking art, come si è strutturato e che diverse prospettive ha abbracciato? Quale è il risultato finale di questo processo collettivo?
Luana Perilli: Il processo alla base di Cantalamissa è stato attivare e condividere delle comunità temporanee che unissero locali e non, umani e non nell’idea di abitare le narrazioni radicate ed estemporanee come una intelligenza collettiva unita dalla geografia dell’altitudine. Questa collettività Appenninica si è ritrovata, di volta in volta, ad attraversare i boschi utilizzando i rami come bastoni per camminare e poi scolpendo insieme opere individuali e al contempo collettive che compongono una enorme installazione di oltre 100 bastoni che raccontano le visioni e i corpi del bosco e dei camminatori. Contemporaneamente in ogni tappa abbiamo intervistato persone del territorio partendo dai giochi condivisi con gli stessi insetti e animali, chiamati in modo dialettale con differenti nomi in zone differenti. Incontri e scontri con la fauna tessono la narrazione di una videoinstallazione in cui il coro dissonante degli intervistati racconta la propria memoria a partire dai ricordi di caccia e appropriazione a volte teneri e giocosi e a volte crudeli ma, molto più spesso, in una zona grigia tra queste modalità di relazione e narrazione dell’animalità dell’umano.

Con il tuo progetto Spazio Tempo Corpo esplori una visione performativa del linguaggio fotografico. Puoi approfondire per noi?
La progettualità, curata da Luca Panaro, si è basata anche su uno scambio universitario tra l’Università svedese di Göteborg e l’ABA di Catanzaro… Che forma prenderà la restituzione finale del progetto?
Fabio Sandri: È stato realizzato un workshop di camera oscura, con alcuni docenti di fotografia e studenti dell’ABA di Catanzaro e di Goteborg. La fotografia analogica è intesa prima di tutto come specifica identità plastica ancor prima che iconografica, nel suo essere impronta e processo fisico, la processualità e i suoi materiali sono un linguaggio che permette di riesperire in maniera particolare e con nuovi significati lo Spazio, il Tempo e il Corpo.
Abbiamo utilizzato alcune tecniche off-camera. Prima una particolare reinvenzione della tecnica storica del fotogramma, che io definisco infrafotogramma, che permette di rilevare nello stesso momento l’impronta da entrambe le direzioni spaziali del verso e del dorso del piano della carta fotosensibile e dunque dello spazio con cui “l’immagine” è in contatto diretto. Il rilievo della stessa aula – laboratorio di fotografia è stato il soggetto stesso dell’opera, abbiamo quindi prodotto una sua impronta in scala 1:1 con questo particolare processo. In una seconda fase gli studenti hanno sperimentato un’altra particolare tecnica sperimentale, la videoimpronta, che combinando analogico e digitale prevede la resistenza e il controllo del corpo di chi partecipa forzando la durata del tempo di posa-impressione realizzando dei particolari autoritratti di tempi lunghi. Infine il fotogramma della stanza-laboratorio prodotto con la carta fotosensibile, di dimensioni in scala 1:1, è stato mostrato come entità scultorea e particolare sezione dello spazio, perciò un’opera-luogo anche in relazione con altri spazi di esposizione e fruizione del pubblico. Installata prima nell’aula magna dell’Accademia di Catanzaro e poi in quella di Göteborg. Queste operazioni vogliono far riflettere e dare valore alla natura indicale della fotografia, e al suo stretto rapporto con la corporeità concreta e il suo essere processo performativo che contiene sempre nuove possibilità simboliche.
Luca Panaro ha presentato le implicazioni teoriche e contestualizzato la tematica della storia della fotografia off-camera in Italia, a partire dalla metà del 900 fino alle ricerche più contemporanee. Gli studenti italiani e svedesi sono stati coinvolti direttamente sia nelle fasi di produzione in laboratorio a Catanzaro che di installazione e di documentazione durante la presentazione del lavoro presso l’Università di Goteborg. Un’ulteriore fase del progetto prevede la pubblicazione di un testo scientifico con contributi di alcuni critici e artisti con cui ho già collaborato in passato, quali Tim Otto Roth, Eva Fabbris, Mario Cresci, Roberto Maggiori oltre allo stesso Luca Panaro.

Con Landscapes for Ghosts indaghi il tema dell’identità sottolineando il crescente isolamento emotivo di una società costantemente iperconnessa. Quali elementi sono stati fondamentali nella sua definizione e come hai utilizzato in questo contesto, che guarda al linguaggio performativo, il tuo medium prediletto ovvero la fotografia? Che tipo di partnership e collaborazioni hai attivato?
Simone Bergantini: Questo progetto ha preso forma come attività di ricerca in ambito accademico e si è sviluppato come naturale riflessione agli stimoli del presente che, come artista e docente, ho osservato e cercato di studiare in questo ultimo tratto di vita. È un passaggio che va dalla progressiva uscita dal Covid ad oggi: un arco temporale fortemente caratterizzato da un’accelerazione delle dinamiche legate agli equilibri tra la realtà, per come la conoscevamo, e una sua nuova forma di stratificazione mista con i mondi digitali.
Le economie digitali stanno creando nuovi spazi infrasottili che, grazie alla penetrazione dei device nella nostra manualità, aumentano la quantità e la frequenza delle relazioni, ma abbassano la densità degli spazi emotivi, rendendo le distanze “umane” più difficili da colmare.
Il progetto, nel suo complesso, ha dato vita a un corpus centrale di fotografie realizzate grazie all’aiuto di alcuni studenti dell’Accademia di Belle Arti di Catanzaro, tra il deserto spagnolo di Tabernas e la grotta di San Michele nell’enclave britannica di Gibilterra; una performance successiva realizzata in Italia, sul tetto dell’Accademia di Belle Arti di Catanzaro, con i nostri studenti e con la collaborazione della Prof.ssa Carolina Molina Péreze e del Prof Vicente Pablo Rodes Domene e di un gruppo dei loro studenti dell’Easda di Alicante; un video tratto dalla performance, “Fog manual” con il prezioso contributo del Prof.Gianluca Donati e a un libro che riprende il titolo del progetto, ai quali hanno contribuito la curatrice scientifica Simona Caramia e i curatori Sara Benaglia, Gianluca Marziani, Carlo Sala e Mauro Zanchi.

Un luogo, simbolo di trauma e di ferita, per parlare del corpo femminile come luogo da esplorare e cucire… Chi sono le protagoniste della nuova performance Donne Ribelli: la voce delle Ruinate di Elena Bellantoni?
Simona Caramia (docente ABACZ e responsabile scientifica Performing): Nell’opera video di Elena Bellantoni emerge un mondo tragico, ma anche a tratti comico: un mondo carico di ferite, affrontato a testa alta da donne ribelli, che lottano, ma che hanno deciso di non prendersi troppo sul serio. Un esercito di “ruinate”, dotato di armature e mantelli colorati, è guidato da una formidabile Giovanna D’arco, storico e iconico simbolo di resistenza contro ogni sopruso. Sono donne vittime di ‘ndrangheta e di giochi di potere, le cui armi più potenti sono le parole: quelle frasi che Elena ha scelto con cura per ognuna delle dodici combattenti, per ricordarci che il patriarcato è una storia culturale nella quale siamo invischiati.
Alle ferite psichiche dell’intimità, corrispondono le rovine dei luoghi abbandonati, di paesi vuoti caratterizzati dallo spopolamento, tipici dell’entroterra calabrese. Mentre rafforza l’ironia di un’armata senza armi, dalle vesti immaginifiche ed esagerate – disegnate in collaborazione con la designer Karisia Paponi – il paesaggio lunare, a tratti fantasy dei calanchi del crotonese, terra di origine, e di ritorno con questo lavoro, della stessa artista.

La tua opera Lucky Girl è un omaggio all’opera Alfabeto Officinale di Tomaso Binga. Come, a partire da una riflessione sul corpo, hai declinato il nuovo alfabeto visivo che origina da un’originale combinazione tra corporeità e tecnologia e come esso si congiunge alla riflessione congiunta legata al paesaggio?
Matilde De Feo: Fortunata è un alfabeto generativo video-corporeo, prodotto da un algoritmo scritto per i contenuti dell’opera. Il progetto nasce all’interno di Amménta, una ricerca realizzata con gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria, per costruire una mappa inedita dall’Aspromonte allo Stretto, intrecciando linguaggi video-performativi, interattivi e contenuti AR. L’opera è un omaggio alla poesia visiva italiana e alle ricerche verbo-iconiche degli anni Settanta, evocando Giuseppe Chiari, Gianfranco Baruchello e soprattutto Tomaso Binga, che dedicò gran parte della vita alla costruzione di alfabeti corporei, come nel suo Alfabeto Officinale (1981). Il corpo non illustra la parola, diventa scrittura vivente, segno mobile e performativo che reinventa la relazione tra gesto, immagine e linguaggio. Il dispositivo alfabetico è concepito come una struttura estremamente versatile: modificando il prompt, la stessa grammatica corporea può definire qualunque paesaggio o concetto. L’AI linguistica genera parole di massimo nove lettere riferite al paesaggio calabrese, ma sempre diverse, imprevedibili, soggette alla logica del caso. Il titolo Fortunata rievoca i procedimenti aleatori e casuali di Cage, concetti che si attualizzano grazie ad AI, il corpo femminile, il paesaggio calabrese, richiamando anche sette fiori autoctoni – Fico, Ortica, Origano, Rosmarino, Timo, Ulas, Narciso e Acetosella – frutto di un dialogo biomorfico con l’AI. Il sistema si basa su input corporei che sostituiscono le lettere dell’alfabeto e vengono elaborati da un codice dedicato in TouchDesigner, connesso all’intelligenza artificiale Gemma AI. L’AI genera parole sempre diverse sul paesaggio tra Aspromonte e Stretto, producendo combinazioni imprevedibili e coreografie inattese.L’opera si articola in tre livelli di complessità: 1) una funzione randomica che produce, senza ripetizione, parole sempre nuove sul paesaggio; 2) una modalità interattiva in cui il visitatore può scrivere parole con l’alfabeto corporeo; 3) il segmento più avanzato della ricerca: l’AI risponde in tempo reale alle domande degli utenti, generando un dialogo sensibile tra corpo-segno e linguaggio artificiale.

Info: www.prmgfestival.com



