VENEZIA | Palazzo Grassi | Fino al 10 gennaio 2027
di MATTEO GALBIATI
Seguendo i punti cardinali del “quartetto veneziano” che, proposto dalla Pinault Collection, tolta l’Europa, tocca quattro continenti, dopo la prima tappa a Punta della Dogana con Lorna Simpson (Brooklyn, Stati Uniti d’America, 1960) e Paulo Nazareth (Borun Nak, Brasile, 1977), oggi chiudiamo la nostra ricognizione con i due appuntamenti di Palazzo Grassi dove incontriamo Michael Armitage (Nairobi, Kenya, 1984) e Amar Kanwar (India, 1964) in due personali di forte suggestione emotiva e scenografica.

Iniziamo con The Promise of Change di Armitage, ampia e ricca esposizione che si impossessa quasi dell’intero edificio veneziano saturandolo con le visioni espresse dalla sua pittura. Dipinti, che arrivano anche a dimensioni monumentali, e carte, che raccolgono la spontaneità delle sue idee, raccontano un percorso monografico sull’identità espressiva dell’artista africano. Sono 45 le tele e oltre 100 gli affascinanti studi preparatori e i disegni impegnati in un itinerario emozionale di impatto deciso che, al di là di gusti e condivisione di estetiche, non manca di colpire l’immaginazione di ogni spettatore.
Armitage, tra le figure più incisive della pittura contemporanea della sua generazione, qui si legge in tutta la sua conturbante forza narrativa dove l’esercizio pittorico e la grammatica del colore sono il viatico per coniugare alla lettura estetica, la cronaca delle storie umane e la loro interpretazione traslata in una dimensione visionaria e metafisica. L’interrogativo di fondo – di nuovo – è quello che torna a investigare i temi dell’identità, della memoria e della responsabilità dello sguardo del singolo su temi universali e globali.
La sua azione, che fa la spola tra il natio Kenya e l’Indonesia, non può fare a meno di nutrirsi di accadimenti ripresi dalla quotidianità, dai fatti politici, dagli eventi di cronaca, dai resoconti dalla letteratura, dalle iconografie del cinema, ma è anche un proponimento fiducioso, inevitabilmente legato al repertorio ampio e pluristratificato di tradizioni e riti delle diverse località con cui è sempre entrato in contatto. In questo largo orizzonte di modelli, la sua Africa ne diventa l’epicentro, il punto focale e simbolico per dare alle sue storie dipinte l’urgenza del presente e pure la possibilità di essere pausa rallentata che sconfina nella visione onirica.

Tra fedeltà documentaristica ed eccezione di libertà narrativa, qui si rende viva la sua ambiguità espressiva che è capace di trattenere, in istanti unici, sia il reportage che l’allegoria. Il risultato che appare ai nostri occhi è quello di un’inesorabile instabilità definita dal riverbero di riferimenti molteplici e assai diversi che, obiettivamente, amplificano i punti di vista critici e di identificazione delle sue storie. Nei dipinti ci sono e si sentono bene, senza errori, i riferimenti all’arte europea e alle tradizioni africane: questi coabitano nel tentativo di dare a tutti il senso di quanto avviene nel nostro tempo. Se realtà e immaginazione s’incrociano, allora si rende estesa l’interpretazione di un oggi che non resta mai privato dei suoi drammi (migrazione, contaminazioni di culture, conflitti, multiculturalismo, globalizzazione, …).

Interessante è l’uso – che diventa anche coerentemente etico – della tela lubugo per dipingere: ricavata dalla lavorazione della corteccia del Ficus Mutuba, è tipica nella cultura ugandese e rivendica un processo in cui l’arte accetta la fragilità come risorsa per una sua ulteriore cura e per una bellezza che può essere salvaguardata come le stesse identità umane.
Infine si chiude questo viaggio con la più concentrata proposta di Co-travellers di Amar Kanwar che propone, in alcune sale del secondo piano dello storico palazzo veneziano, un dialogo tra due opere indicative del suo percorso poetico. L’artista indiano, da più parti riconosciuto come una delle figure centrali nel panorama dell’arte multimediale contemporanea, si presenta all’appuntamento proposto dalla Pinault Collection con The Torn First Pages (2004-2008) e The Peacock’s Graveyard (2023): sono due video installazioni che, distanti quasi un ventennio l’una dall’altra, anche loro, come per le opere degli artisti di cui abbiamo parlato in precedenza, hanno un riverbero nell’articolazione di riflessioni sempre tese tra il dovere lucido di essere un documento e la possibilità di costituirsi, entro i parametri dell’immaginazione, come dispositivo “politico”.

Nel contesto dell’Asia da cui proviene, Kanwar si è sempre contraddistinto – sin dagli anni Novanta – per raccogliere pensieri, poetici ma schietti, a volte persino duri, sulle tensioni di potere, sulle violenze e sulle violazioni, esplicitate con un metodo raffinato dove cinema, letteratura e testimonianza archivistica si saldano strettamente nella reciprocità delle proprie caratteristiche espressive.
Le sue opere catturano con un magnetismo identitario, allontanandosi da ogni più consolidata linearità narrativa: all’artista piace sollecitarci con materiali stratificati, strutture di semplicità complessa e, anche qui, realtà oggettiva e finzione rappresentativa diventano un flusso lirico e sospeso, la cui meditazione guarda criticamente un presente che, di fretta, diventa storico.
The Torn First Pages è un’installazione con cui reinterpreta la lotta per la democrazia in Birmania: numerosi documenti, video e stampati, pongono rilievo sulla protesta ardita di strappare le prime pagine dei libri imposti dalla propaganda dittatoriale. Un gesto di libertà, una presa di posizione rischiosa che è ora da lui fissata come emblematica di un modo di fare resistenza nel quotidiano.

Uguale e contrario è The Peacock’s Graveyard: su sette schermi, tra immersione immaginifica e contestualizzazione rituale, agiscono immagini astratte e letture testuali con cui, in sovrapposizione alle sonorità di partiture del pianista Utsav Lal, si prova a dar conto ad un fluire temporale dilatato e lento, quai meditativo. Come favole contemporanee – non sono esenti dall’intervento di figure fortemente simboliche – si parla di giustizia, potere, conflitto,… sperando sempre di ricavarne la giusta morale finale che ci dà l’occasione per avere (forse) degli utili insegnamenti.
Le due installazioni sono allora in chiara continuità concettuale rispetto alla poetica di Kanwar: la prova più ardua è dare valore alla resistenza in chiave di trasfigurazione allegorica, per non perdere, si spera, un modo per mantenere viva l’analisi e la riflessione del presente rispetto alla fragilità delle verità con cui viene tramandato.
Michael Armitage. The Promise of Change
a cura di Jean-Marie Gallais (curatore Pinault Collection)
in collaborazione con Hans Ulrich Obrist (art director Serpentine Galleries)
catalogo trilingue (italiano, inglese, francese) Marsilio Arte a cura di Hans Ulrich Obrist, prefazioni di François Pinault (Presidente d’onore della Pinault Collection) e Bruno Racine (Amministratore delegato e Direttore di Palazzo Grassi-Punta della Dogana), testi di Manthia Diawara (professore di Letterature comparate e di Cinema presso la New York University (NYU), scrittore e regista), Jean-Marie Gallais (curatore della mostra e conservatore della Pinault Collection), Salman Rushdie (scrittore e vincitore di numerosi premi, tra cui il Booker Prize, Regno Unito e il Premio Grinzane Cavour, Italia), Ocean Vuong (scrittore, fotografo e autore di romanzi), conversazione tra Michael Armitage e Hans Ulrich Obrist
Amar Kanwar. Co-travellers
a cura di Jean-Marie Gallais (curatore, Pinault Collection)
catalogo trilingue (italiano, inglese, francese) Marsilio Arte a cura di Jean-Marie Gallais, testo di Amar Kanwar, prefazione François Pinault (Presidente d’onore della Pinault Collection)
29 marzo – 10 gennaio 2027
Palazzo Grassi
San Samuele 3231, Venezia
Orari: aperti tutti i giorni, tranne il martedì, ore 10.00-18.00. Ultimo ingresso alle ore 17.00
Ingresso intero €20, ridotto €15, biglietto 20-26 €7
Info: www.pinaultcollection.com
www.marsilioarte.it



