MENDRISIO (SVIZZERA) | Museo d’Arte di Mendrisio | Fino all’11 ottobre 2026
di MATTEO GALBIATI
Il Museo d’arte Mendrisio ancora una volta ci regala un progetto espositivo ampio, coinvolgente e ricco, inedito e immersivo, con cui si possono rivedere e mettere in discussione i presupposti estetici e fenomenologici adottati nella lettura delle opere d’arte e, in particolare, con cui si riflette sul concetto di Pittura. Così dopo le personali di Cesare Lucchini (2023), Gianfredo Camesi (2022), Enrico Castellani (2024) e Markus Raetz (2025) che ci hanno indotto a ragionare al di fuori dei canoni più tradizionali e abituali, quest’anno lo spazio museale ticinese prosegue in questa direzione e ci accoglie con la grande personale dedicata a Felice Varini (Locarno, 1952) la cui pittura sembra non potersi mai trattenere esattamente dov’è o dove dovrebbe esserci.

Abbiamo avuto il privilegio e l’onore di visitare la mostra con la direttrice del museo, Barbara Paltenghi Malacrida che, con la sua appassionata introduzione critica, ci ha sempre sottolineato quanto l’intuizione pittorica di Varini in questo senso, nonostante sia per certi versi site-specific, non coincida mai definitivamente con il luogo che occupa e abita.
Questa mostra – va sottolineato essere la prima monografica di tale ampiezza e registro critico realizzata in Svizzera – restituisce con particolare chiarezza la complessità di una ricerca che, da oltre cinquant’anni, mette in discussione critica non solo le coordinate consuete dell’immagine, ma anche le modalità della sua “interpretazione” pittorica. Varini quando dipinge non si limita a occupare una superficie, ma cerca una relazione tanto forte con l’ambiente che, disseminandosi nello spazio, attraversa muri, aperture, soffitti e pavimenti. Di più, il suo speciale illusionismo pittorico incide sul ruolo di chi osserva, costretto a prendere letteralmente posizione rispetto al fenomeno, alla percezione, all’ambiente, allo sguardo e alle forme che la sua intonazione cromatica ogni volta, toccandoli, coinvolge.
I suoi segni colorati, infatti, si applicano, spezzandole, alle architetture degli spazi e alle conformazioni dei luoghi in maniera apparentemente libera e casuale, per tornare poi, da un solo, unico e preciso punto di vista, a farsi figura geometrica codificata.

Tra nuove attualizzazioni di progetti storici rimodulati e opere inedite, il percorso espositivo si offre come un saggio di approfondimento sul lavoro di Varini e impegna noi visitatori a guardare con attenzione, a cercare davvero la chiave di lettura di quanto si osserva, possibilità questa che ridà senso al tempo dello sguardo. Tempo questo che, oggi, ci è sempre più drammaticamente sottratto o ridotto dal metodo quotidiano con cui consumiamo le immagini, viste senza nemmeno averle potute guardare davvero.
Con Paltenghi Malacrida – che con lo stesso Felice Varini e Francesca Bernasconi ha curato la mostra – si è molto parlato di come questa Pittura permetta di restituire valore proprio al tempo e di comprendere come il gesto artistico qui non si compia semplicemente nel momento in cui si collocano le opere, magari in un edificio storico come questo, ma nell’atto di assunzione della responsabilità del punto di vista. Il museo viene interamente assunto come materia delle opere e dei loro colori intensi, ma in funzione di un punto di vista privilegiato con cui intenderle, punto che non è mai una scorciatoia o l’epicentro univoco, ma è da considerarsi come la destinazione di un’esperienza più ampia. Prima di raggiungerlo, infatti, ci occorre attraversare, quasi smarrendoci, la dimensione ampia delle opere nella loro condizione più inquieta e drammatica: le cogliamo per frammenti cromatici dispersi, linee interrotte, campiture che sembrano sottrarsi a ogni logica e si frantumano come in un rapsodico caleidoscopio.

Eppure è qui che si cerca, ci si muove, si torna indietro finché, improvvisamente, la forma si chiude. Non è più allora un insieme di segni distribuiti nello spazio, ma ci appare un’immagine limpida e quasi astrattamente perfetta. Il passo successivo, tuttavia, è altrettanto necessario, perché bisogna spostarsi ancora per avere la consapevolezza che l’immagine possa disgregarsi nuovamente.
Il percorso comincia già nel chiostro con 360° rouge n° 2, Kassel, 1989 Actualisation n° 4, Museo d’arte Mendrisio, Mendrisio, 2026, una linea rossa che corre a 162 centimetri di altezza, passando senza soluzione di continuità attraverso pareti, arcate, finestre, porte, cancellate. È un tentativo riuscito di dare misura elementare al luogo con un segno, dato minimo, che trasforma l’architettura in un dispositivo percettivo inusuale. È questo uno dei gangli vivi e termine più affascinante della ricerca di Varini: la Pittura resta sempre Pittura, anche nella concretezza del colore e del gesto con cui è applicata alla materia, ma la sua immagine totale non coincide più con una superficie stabile. Per esistere l’opera deve trovare la propria pienezza di senso come “corpo” nello spazio e di rivivere insieme a quello sguardo capace (da solo) di ricomporla.

Così sono Ellisse blu, Nero giallo blu e rosso per l’ellisse e il cerchio, Dischi vuoti e semivuoti nel rettangolo o Spirale gialla, citando alcune altre opere che non vogliono rappresentare solamente una forma, ma sono immanentemente forma mentre questa accade.
In questo movimento continuo risiede, forse, la qualità più radicalmente contemporanea di Felice Varini perché, in un presente che, come dicevamo, consuma immagini con la rapidità compulsiva dello scroll, questa suo ricerca ci domanda una temporalità contraria: non basta, infatti, guardare, ma bisogna guardare a lungo. Pure non è necessario solo vedere, ma anche – e soprattutto – bisogna prendere una posizione. Questo impegno cui ci sollecita è per noi un atto critico, riconoscendo che ogni immagine dipenda dalla nostra presenza, dalla nostra collocazione, dal tempo e dall’impegno che siamo disposti a dedicarle.
Varini non cede alla lusinga illusoria dell’immagine perfetta, vuole rendere visibile la condizione per cui ogni immagine – forse – possa diventare tale, sempre alla luce di una rilevata instabilità della percezione. Dobbiamo ricordarci che, in termini di esperienza, allorquando la forma si ricompone, non cancella mai ciò che abbiamo visto poco prima. La memoria della propria dispersione rimane legata allo statuto di quell’opera colta nel momento del suo perfetto equilibrio. I frammenti esistono ancora e perdurano, così come rimangono vive le successioni delle sue interruzioni.

In questo senso dalla mostra ricaviamo un ulteriore insegnamento nel complesso strutturale del racconto espositivo: tutto ci appare particolarmente riuscito e coinvolgente perché non è una banale successione di opere da osservare. Tutto si consolida come esperienza essendo un organismo nel quale ogni cosa è riscritta nelle proprie coordinante essenziali e esistenziali, persino gli spazi del museo.
La Pittura di Felice Varini attraversa l’antico, lo solca e lo incide senza mimetizzarsi nella sua storia e senza imporsi su di essa; non è decorazione contemporanea, in quanto ci sollecita nel rivelare la complessità di ogni parte di quel reale che rende visibile. Contro ogni immediatezza Varini restituisce alla visione – che per noi è esperienza tangibile – il suo tempo. Bisogna fermarsi, avanzare, sbagliare direzione, tornare indietro, cercare. Bisogna, infine, comprendere che trovare il punto esatto non significa conquistare una verità definitiva, ma assumersi la responsabilità del proprio sguardo.
Felice Varini
a cura di Barbara Paltenghi Malacrida, Felice Varini, Francesca Bernasconi
mostra sostenuta da Repubblica e Cantone Ticino – Fondo Swisslos
catalogo Edizioni Casagrande bilingue italiano/inglese con saggi di Barbara Paltenghi Malacrida, Paolo Bolpagni, Gianni Biondillo
10 maggio – 11 ottobre 2026
Museo d’arte Mendrisio
Piazzetta dei Serviti 1, Mendrisio (Svizzera)
Orari: martedì-venerdì 10.00-12.00 e 14.00-17.00; sabato-domenica e festivi 10.00-18.00; chiuso il lunedì
Ingresso intero CHF14.00; ridotto CHF12.00; gratuito ≤ 18 anni, AMS, ICOM, ASSSA-VKKS, ASASI, Passaporto Musei Svizzeri, Visarte, AG Cultura
Info: +41 58 688 33 50
museo@mendrisio.ch
www.mendrisio.ch
Felice Varini (Locarno, 1952) è tra i più importanti artisti contemporanei svizzeri, noto a livello internazionale per i suoi interventi pittorici realizzati nello spazio architettonico e urbano. Dal 1978 vive e lavora a Parigi, città che ha segnato una svolta decisiva nella sua carriera. La sua ricerca si fonda sull’uso della prospettiva e della percezione visiva: dipinge forme geometriche essenziali – cerchi, ellissi, linee e poligoni – su superfici complesse come edifici, interni museali, paesaggi urbani o naturali. Le opere risultano pienamente leggibili solo da un punto di vista preciso; da altre angolazioni si frammentano e si confondono con l’ambiente, generando un’esperienza dinamica che rinnova la tradizione anamorfica in chiave contemporanea.
Il suo metodo è rigoroso e costante dagli anni Settanta: ogni progetto nasce in relazione alla specificità del luogo, instaurando un dialogo tra opera, architettura e spettatore e prevede l’uso di proiezioni per trasferire la forma sull’architettura, con una palette ridotta spesso limitata ai colori primari. Sin dagli anni Ottanta ha esposto in importanti istituzioni internazionali e realizzato interventi site-specific in Europa, Asia, Australia e Nord America, operando in contesti che spaziano dai musei alle piazze, fino a interi quartieri urbani. Tra i progetti più noti si ricordano interventi su larga scala come Cercles concentriques, excentriques alla Cittadella di Carcassonne (2018). Nominato al Premio Marcel Duchamp (2000/2001), Varini ha all’attivo oltre 50 mostre personali e numerosi interventi in spazi pubblici in più di 20 città nel mondo. Il suo lavoro, caratterizzato da rigore formale e forte impatto visivo, ridefinisce la percezione dello spazio e invita a riflettere sul rapporto tra realtà, visione e punto di vista.



