MONOPOLI (BA) | sedi varie | Fino al 16 novembre 2025
di TOMMASO EVANGELISTA
Con la decima edizione di PhEST, Festival internazionale di fotografia e arte, che si sta avviando verso la conclusione, Monopoli ha riaffermato la sua centralità nel Mediterraneo come laboratorio permanente di linguaggi legati alla fotografia. Il tema scelto, THIS IS US – A Capsule to Space, fa da bussola poetica e politica: costruire una capsula del tempo, un messaggio collettivo da affidare idealmente al cosmo, come avvenne con il Golden Record della NASA nel 1977. Ma questa volta, il messaggio non è affidato ai suoni della Terra, bensì alle sue visioni, alla pluralità di sguardi che raccontano l’umanità in un momento di profonda crisi ecologica, identitaria e relazionale.

Altra novità di questa edizione è stata la riapertura integrale del Monastero di San Leonardo, divenuto nuovo quartier generale del festival. Dopo anni di abbandono, questo luogo stratificato e denso di memoria è tornato a vivere grazie a un progetto di recupero promosso direttamente da PhEST. La scelta è simbolica: restituire alla comunità uno spazio sottratto all’oblio significa opporsi all’erosione del patrimonio e del senso dei luoghi.

In tale cornice densa di presenze, Martin Parr inaugura la mostra madrina Pleased to Meet You, curata da Arianna Rinaldo e Giovanni Troilo: un’antologia che ripercorre cinquant’anni di ironia britannica e acume sociale.
L’opera di Parr occupa il cuore del festival come un grande specchio deformante dell’umanità mentre i suoi celebri scatti a colori restituiscono la dimensione pop, talvolta grottesca, della vita quotidiana contemporanea: corpi in vacanza, cerimonie domestiche, abitudini del consumo e del desiderio. Con la sua cabina telefonica installata all’esterno del monastero e i “binocoli fotografici”, il fotografo spinge il pubblico a una riflessione meta-fotografica: vedere e farsi vedere, osservare e essere parte dell’immagine. Nella Chiesa di San Salvatore, con le opere giovanili, invece, il bianco e nero offre un contrappunto più intimo e malinconico, rivelando la costante empatia che attraversa il suo sguardo.

Con Francisco Goya, “Los Caprichos – La ragione dei mostri”, curata da Roberto Lacarbonara e Giovanni Troilo in collaborazione con il Museo de Bellas Artes de Valencia, PhEST apre un varco tra il Settecento e il presente. Le incisioni, con la loro carica visionaria e satirica, appaiono come il preludio di ogni modernità critica: la follia della ragione, la distorsione morale, l’ambiguità tra sogno e realtà. In contrappunto, la mostra Jitter Period di Yorgos Lanthimos, curata da João Linneu e Myrto Steirou, esplora l’instabilità percettiva del mondo digitale e post-umano. Lanthimos, cineasta prestato alla fotografia, costruisce una grammatica visiva che intreccia surrealtà e corporeità, ponendo l’immagine come strumento di alienazione e di libertà.
Con 38 mostre fotografiche distribuite tra chiese, spazi pubblici, giardini e architetture, PhEST si afferma anche quest’anno come una geografia complessa della visione contemporanea. Ogni artista contribuisce a una sezione ideale del Golden Record, componendo una sinfonia di esperienze. Sam Youkilis – Under the Sun, curata da Sophia Grieff per c/o Berlin, è una mappa delle abitudini globali, una contemplazione del quotidiano come rituale planetario.
Arianna Arcara, frutto della residenza artistica nella Daunia, presenta un’indagine lirica sulle aree marginali della Puglia interna, dove la vita scorre tra silenzi, lentezze e memorie rurali. Dylan Hausthor What the Rain Might Bring presenta un racconto sospeso tra mitologia e meteorologia, che trasforma la fotografia in visione oracolare.
Sam Gregg See Naples and Die (2014–2022) espone il ritratto di una città contraddittoria, dove l’eros e la precarietà convivono in una stessa luce.
Deanna Dikeman in The Place of Ordinary Moments offre una cronaca familiare fatta di addii, riti domestici. José Angelino Out of the Blue. Resistenze 2025, a cura di Melania Rossi, trasforma la memoria in installazione site-specific: un atto di resistenza poetica contro l’oblio. Zed Nelson The Anthropocene Illusion, installato nel cortile del Monastero tra le piante, costruisce un dialogo tra arte e natura, un paesaggio ibrido dove l’uomo è presenza evanescente. Alexey Titarenko City of Shadows e Phillip Toledano We Are at War denunciano la guerra invisibile delle città contemporanee, tra solitudine, paura e spettacolo. Rhiannon Adam Rhi-Entry e Lorenzo Poli The Geoglyphs of Our Time guardano alla Terra come pianeta in osservazione, ribaltando il punto di vista cosmico. Greg Segal 7 Days of Garbage infine, trasforma l’immondizia quotidiana in reliquia dell’Antropocene: un monito estetico e ambientale. L’identità di PhEST si completa nella relazione diretta con il territorio. L’artista Aleksandra Mir trasforma la città in un museo diffuso, installando le sue opere in case private, botteghe storiche e spazi domestici. Nello stesso spirito, Piero Percoco con The Silent Sun, Brighton riporta la fotografia al quotidiano, alla luce che unisce Puglia e Inghilterra, radice e altrove.

PhEST celebra i suoi dieci anni di attività con una mostra-archivio dedicata alle residenze artistiche, che debutta anche in forma editoriale. Il primo volume prodotto dal festival raccoglie immagini, visioni e testimonianze di un decennio di esperienze condivise, segnando il passaggio da evento a piattaforma. Tra gli artisti presenti: Leo & Pipo, Album – Ritratti di famiglia #WeWereInPuglia; Mattia Balsamini, Under This Sun; Arianna Arcara, Bangers; Caimi & Piccini, Nzìm; Alejandro Chaskielberg, The Walking Trees; Roselena Ramistella, Ground Control; Sanne De Wilde, Terre di Santi. Il ritorno di Piero Martinello, con la nuova edizione de I gladiatori di Nettuno, realizzata con i pescatori di Monopoli, chiude simbolicamente il cerchio: un atto di riconoscenza verso la comunità che ha dato origine al festival.

La sezione outdoor diffonde l’energia del festival nello spazio urbano. Fabrizio Bellomo, con Abito Mari analizza il rapporto tra identità e paesaggio, tra mare e memoria industriale. Il progetto Brera x PhEST, Hey you up in the sky, presenta una mostra virtuale degli studenti dell’Accademia di Brera, segno di un dialogo intergenerazionale sul futuro della fotografia. Pietro Terzini, con il neon Just One More Glass, Amore Mio, realizzato per TramArt, intreccia linguaggio pop e riflessione sul consumo, fondendo ironia e malinconia visiva. La Pop-Up Open Call 2025 dà spazio alle voci emergenti di Angeniet Berkers, Mario Red De Gabriele e Brigitta Tullo, premiata con il Premio Fuji, mentre le menzioni speciali a Magdalena Baranya, Nadia Koldaeva, Ettore Giammatteo e Hsin I (Camille) Lin testimoniano la vitalità della scena indipendente e sperimentale.
Più che un festival, PhEST si propone come manifesto di un nuovo modello culturale: un’alternativa al turismo di massa basata sull’ascolto dei luoghi, sulla lentezza e sul dialogo tra comunità, artisti e istituzioni. Con il sostegno di Regione Puglia, Comune di Monopoli e partner internazionali, la direzione di Giovanni Troilo, la curatela fotografica di Arianna Rinaldo e l’organizzazione di Cinzia Negherbon, l’edizione del decennale riafferma la vocazione di PhEST come piattaforma generativa di esperienze e riflessioni, dove l’arte non documenta soltanto il reale, ma lo rigenera attraverso lo sguardo.

PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte
X edizione
PhEST – See Beyond the Sea è prodotto e promosso dall’Associazione Culturale PhEST, con il sostegno di Regione Puglia e del Comune di Monopoli
8 agosto – 16 novembre 2025
Monopoli (BA), sedi varie



