BOLOGNA | Pietro | 4 febbraio – 15 marzo 2026
di FRANCESCO LIGGIERI
Quest’anno ho deciso di non andare ad Arte Fiera. Lo dico perché so già che mi darebbe fastidio: vedere giovani artisti esposti come vecchie infradito nei mercati rionali delle località di mare, appesi lì a prendere polvere e sguardi distratti. E, allo stesso tempo, assistere allo spettacolo delle grandi opere dei grandi artisti messe al banco come un qualunque pesce spada al mercato del pesce, con il prezzo ben in vista e zero mistero. Sono stufo di vedere e rivedere sempre le stesse cose nelle fiere, lo stesso giro di giostra, le stesse facce, le stesse frasi dette a mezza voce davanti a un bicchiere di prosecco tiepido. Così, per questo 2026, mi sono promesso una cosa semplice: andare a vedere solo i progetti satelliti per cui valga davvero la pena scrivere qualcosa di sensato e magari, dopo, finire in qualche posto a mangiare tortellini in brodo, per festeggiare il fatto che c’è ancora, da qualche parte, un’arte che tiene il banco davvero. Nonostante tutto.

Mentre sto entrando da PIETRO in via Galliera, mi accorgo che qualcosa non torna. Non è una cosa clamorosa, niente effetti speciali da fiera dell’arte, ma una specie di lieve sfasamento, come quando la radio gracchia in auto e tu continui a girare canale sperando che la voce torni pulita. Solo che qui la voce non arriva mai. Permanent Loss of Signal di Valerio D’Angelo parte da lì, da quell’istante sospeso in cui capisci che il segnale è perso per davvero e che l’unica cosa sensata da fare è restare ad ascoltare il rumore di fondo. L’antenna all’ingresso, grande, ostinata, che si muove senza tregua alla ricerca di qualcosa che non risponde, è un manifesto senza slogan: una di quelle immagini semplici e cattive che ti rimangono addosso come una canzone sentita per caso in autogrill.

D’Angelo, classe ’93, romano, uno a dirla tutta che ha imparato il mestiere restaurando superfici barocche e dorature prima di mettersi a trafficare con la luce e con i materiali di scarto, costruisce uno spazio che non ti viene incontro: ti guarda. Le installazioni site-specific non arredano la galleria, la occupano, la modificano, la mettono in crisi, ti muovi dentro un ambiente che sembra sapere più cose di te, e non è detto che abbia voglia di condividerle, insomma un bel problema e sottolineo bello. Il titolo è una di quelle espressioni tecniche che sembrano inventate apposta per raccontare la nostra epoca: Permanent Loss of Signal è il momento in cui un oggetto smette di comunicare con la Terra e diventa detrito spaziale, roba che gira a vuoto nell’orbita di nessuno. Tradotto in vita quotidiana: esserci ma non essere più intercettabili, parlare senza ricevere risposta, desiderare di essere visti e scoprire che lo sguardo passa oltre. Insomma non farsi vedere nonostante tutto.
Dentro questo cortocircuito, la tecnologia non è né demonio né salvezza è un mezzo potentissimo che promette connessioni infinite e intanto produce solitudini silenziose, derive individuali, piccole e grandi perdite di orientamento. Le opere di D’Angelo, realizzate con oggetti di seconda mano, detriti, materiali recuperati, portano addosso i segni di una vita precedente. Non sono reliquie nostalgiche, ma corpi stanchi che continuano a emettere segnali deboli, interferenze, bagliori la luce, che nel lavoro recente dell’artista diventa materia vera e propria, non serve a chiarire: distorce, proietta ombre ambigue, cambia la percezione dello spazio. L’architettura della galleria si piega, sembra respirare male, come se avesse preso una botta e non avesse ancora deciso se guarire o peggiorare. È un’esperienza che non si consuma in fretta: più cerchi un senso lineare, più ti sfugge. Curata da Niccolò Giacomazzi (che io lo dico qui in tempi non sospetti presto anzi prestissimo il mondo dell’arte si accorgerà di quanto talento ha questo ragazzone), la mostra evita con cura qualsiasi retorica apocalittica. Qui non c’è la fine del mondo, ma qualcosa di più sottile e forse più spaventoso: la sensazione di essere rimasti fuori campo, di continuare a trasmettere mentre nessuno è più sintonizzato, una deriva esistenziale che non si vede, ma orienta ogni tentativo di contatto.

Presentato nel contesto di ART CITY Bologna e della White Night, Permanent Loss of Signal funziona come una pausa storta, un momento di disallineamento rispetto al flusso continuo di immagini, eventi, inaugurazioni. Non chiede di essere capita subito, né tantomeno fotografata bene ma chiede tempo, presenza, una certa disponibilità a stare nel rumore come tutte le opere e le belle mostre che sono sempre più rare ma di cui abbiamo sempre più bisogno. Alla fine esci e Bologna è sempre lì, via Galliera continua a fare via Galliera, e personalmente sono felice di non essere andato in fiera. Forse la consapevolezza che perdere il segnale non è sempre un incidente: a volte è una condizione, altre una scelta. E che in mezzo a tutte queste antenne che cercano, il silenzio può diventare, paradossalmente, il messaggio più chiaro.
Valerio D’Angelo. Permanent Loss of Signal
a cura di Niccolò Giacomazzi
nell’ambito di ART CITY Bologna 2026 e ART CITY White Night, in occasione di Arte Fiera
PIETRO
Via Galliera 20, Bologna
Orari: da giovedì a sabato h 17-20. Ingresso libero



