ROMA | z2o SARA ZANIN e z2o Project | FINO AL 17 GENNAIO 2026
di MATTEO DI CINTIO
Proverei, con una certa impavida arditezza, a delineare una sorta di trait union che sappia confrontare, più che legare, le due mostre in esposizione negli ampi e aulici spazi della galleria z2o Sara Zanin di Roma. Frequentare i linguaggi artistici di Kaarina Kaikkonen (classe 1952) e Josefina Ayllón (classe 1973), così diametralmente opposti nel gesto, nell’uso di supporti e dispositivi (uno installativo, l’altro pittorico), nelle tecniche espressive, nella voluminosità e profondità delle forme che pongono in atto, ci fa sgombrare il campo da ogni possibile liaison, che non sia magari una certa “salinatura” emotiva, aggrumata attorno alla capacità di entrambe le artiste di sondare la complessità dell’animo umano, con le sue vivide espressioni e tensioni esistenziali.

A ben guardare, però, germina sul fondo un’intuizione, che provo a sviluppare ponendo come ad un vertice speculativo la figura del padre. Il titolo della recensione occhieggia – anzi saccheggia completamente – quello di un saggio di Geneviève Delaisi de Parseval la cui trattazione s’incentra appunto sul padre, sia inteso biologicamente che come funzione psichica e sociale. Lo so: non si tratta di un argomento à la page, considerato che il dibattito culturale odierno si sta imbrigliando in nuovi o rinnovati discorsi, come il femminismo, la cultura woke e la presa di coscienza minoritaria. Anzi: si potrebbe ben dire, almeno di primo acchito, che il declino del padre – già ampliamente diagnosticato anni or sono – abbia raggiunto il suo funesto e funereo collasso proprio con l’emersione di questioni che hanno completamente detronizzato il paterno, reo di aver creato una struttura sociale eteronormativa, capitalistica e fallocentrica. La psicoanalista ed etnologa francese citata poc’anzi ha rintracciato la matrice di questa “evaporazione” (per usare un termine caro a Lacan) proprio nel cuore della società occidentale, nella mitologia originaria su cui si fonda la civiltà giudaico-cristiana. Ella, infatti, osserva come ristagni
una divisione della nozione di paternità, divisione che si riscontra nella stessa persona del padre. Che cosa si può vedere infatti nella nascita di Gesù Cristo? Esattamente due padri […] E, tra questi due padri, sussiste, nella storia di Gesù, un dubbio che non sarà mai completamente tolto. [1]
Una paternità quindi divisa e ambivalente si staglia sull’orizzonte mitologico del legame sociale, ulteriormente pietrificata da un sostrato ideologico che stereotipizza la differenziazione del ruolo dei sessi nello sviluppo dell’infante. Se volessimo operare un lavoro ermeneutico che vada al di là della genealogia mitologica, possiamo interpretare questa divisione del paterno come una sorta di ontologica frattura fra vuoto e presenza. Il padre, infatti, non si dà mai come figura pienamente incarnata, e la sua funzione simbolica deriva da questa incompiutezza strutturale. In altre parole, si configura come una figura-soglia, un punto di passaggio tra immanenza esperienziale e dimensione di senso. Spetta al figlio – all’erede, all’artista, al soggetto – far qualcosa di questa mancanza costitutiva del padre, trasformandola in narrazione, immagine, gesto artistico. È su questo terreno che – forse – trovano vigore le opere esposte delle due artiste.

L’opera di Kaarina Kaikkonen si presenta anche per quest’occasione – la mostra Unfolding Hope – come una serie che borda i contorni di un trauma; essa è perciò seria, dal momento che insiste indelebile su un punto cieco dell’esistenza, un vuoto in sovrasenso che ha bisogno, seppur in maniera approssimativa e residuale, di essere colmato. I lavori esposti in galleria trovano nell’intreccio di vestiari maschili – per di più camicie – il proprio punto di capitore, direbbe ancora Lacan, ossia una tipologia strutturale che intreccia il vuoto reticolandolo. Tale vuoto si configura, per la Kaikkonnen, come un trauma: a dieci anni, l’artista finlandese subisce la morte improvvisa del padre; una perdita che ha disincarnato la presenza umana, lasciando dietro di sé solo abiti dismessi. Il riutilizzo di vestiari maschili edulcora la sparizione ma, al contempo, risana, con la loro matericità, la pulsatile erosione prodotta dalla ferita. Opere come Unfolding Hope, There is Light Inside Me, Soon I Will Depart., Maybe, non fanno che lavorare su un resto che diviene, al contempo, la sola e possibile chance di trasmissione, ossia quell’eredità affettiva estrinsecata nello spazio-tempo della propria esistenza, raggomitolata nel minimalismo dell’oggettistica quotidiana. Di contraltare, e forse per dare più forza al messaggio ereditario circostante, l’opera The Queen of Night svela l’enigmatico cannibalismo del materno: poter ricavare un fiore da ciò che ci ha fatto soffrire non significa forse porre in atto creativamente la legge del padre?

Per una genealogia identitaria
Se in Kaikkonen riscontriamo un recupero della traccia paterna attraverso una materialità sospesa, potremmo dire che nella mostra L’appuntamento della pittrice Josefina Ayllon qualcosa della traccia si nebulizza in funzione. Nella sua ritrattistica intensa, caratterizzata da una gestualità immersiva e da una tavolozza cromatica materica e pastosa, il senso della paternità si sovrappone e si confonde con la dimensione dell’autorialità. Ayllón incarna la funzione simbolica paterna proprio perché attraverso la motilità del tatto, l’imprimitura del gesto delle dita sulla tela, “creaturizza” delle figure in procinto di essere identità autonome, con delle espressività proprie.

In altre parole, il suo atto pittorico, che si approssima alla lavorazione dell’argilla, racchiude in sé una forza simbolica capace di inaugurare un’identità, un volto, e quindi uno stare al mondo, proprio come la funzione del paterno dovrebbe operare. Gli individui ritratti sono strappati alla pura immanenza pre-simbolica, all’hinc et nunc del divenire amorfo, per essere colti in tutta una loro umanità enigmatica, in procinto di svelarsi e disvelarsi per quello che sono: uomini donne e infanti nel groviglio delle proprie emozioni. All’“appuntamento” con ciò che è creato, Ayllón trasforma la pittura stessa in un padre-soglia: un luogo in cui le identità affiorano, si separano e trovano la loro forma.
[1] Geneviève Delaisi de Parseval, Padre al padre, Milano, Bompiani, 1982, p. 240.
Kaarina Kaikkonen. Unfolding Hope
con un testo di Marina Dacci
15 novembre 2025 – 17 gennaio 2026
z2o Sara Zanin
via Alessandro Volta 34, Roma
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Josefina Ayllón. L’appuntamento
a cura di Giulia Gaibisso
21 novembre 2025 – 17 gennaio 2026
z2o Project
via Baccio Pontelli 16, 1° Piano, San Saba, Roma
Orari di apertura: da martedì a sabato, 12-19
Info: +39 06 80073146
info@z2ogalleria.it
https://www.z2ogalleria.it/



