VENEZIA | Ex Chiesa di San Lorenzo | Fino all’11 ottobre 2026
di LUCA BERNARDINI
Nel contesto dell’ex chiesa di San Lorenzo a Venezia, oggi sede di Ocean Space, TBA21–Academy presenta Tide of Returns, un progetto espositivo che, in continuità con quelli degli anni scorsi, è centrato sul tema dell’acqua e sulle comunità che con essa intrattengono rapporti materiali e simbolici. Al centro del percorso si colloca la riflessione sul rimpatrio dei beni culturali, tema altre volte trattato nel dibattito artistico contemporaneo e nella museografia (si pensi alle controversie di lunga durata sui marmi del Partenone o al caso dei Bronzi del Benin, più volte emerso anche nelle recenti Biennali veneziane). Nel caso di Ocean Space il ritorno è inteso come processo aperto e inscritto in pratiche rituali e l’acqua assume un ruolo centrale non solo come elemento simbolico, ma come principio connettivo capace di collegare comunità, territori e temporalità differenti.

L’installazione del Repatriates Collective nella navata ovest costituisce il nucleo immersivo del percorso. La scena è dominata da una duna artificiale di sabbia ottenuta attraverso granelli di sughero che richiama simultaneamente paesaggi costieri e desertici, con un riferimento diretto alle dune della Namibia e, più in generale, a territori segnati da una forte interazione tra terra e oceano. Su questa superficie si distribuiscono migliaia di bambole rituali, le Dadikwakwa-kwa, realizzate con conchiglie, fibre, tessuti e perline. From My Mother’s Country introduce uno scarto rilevante rispetto alle più canoniche narrazioni sul rimpatrio, spesso incentrate su manufatti di alto valore artistico o archeologico: qui l’attenzione si sposta su oggetti appartenenti alla sfera quotidiana, a lungo relegati alle collezioni etnografiche e sottratti al loro contesto d’uso. Si tratta di una tipologia di manufatti che, nella logica museale occidentale, è stata storicamente separata dalle categorie dell’arte, pur essendo centrale nei processi di trasmissione dei saperi. Nei contesti di origine, le Dadikwakwa-kwa sono considerate entità portatrici di memoria e strumenti pedagogici attraverso cui si articolano forme di conoscenza intergenerazionale: il loro significato non risiede nella dimensione estetica o nella loro eventuale unicità, ma nell’uso e nella relazione continua con le comunità che le producono e le usano. Così si comprende perché una delle condizioni emerse in un recente caso di restituzione, quello relativo ai materiali rientrati dal Manchester Museum, preveda che le bambole debbano continuare a essere utilizzate, inclusa la possibilità per i bambini di giocarvi periodicamente. Questa prescrizione, apparentemente marginale, mette in crisi uno dei presupposti fondamentali della conservazione museale occidentale: la separazione tra oggetto, uso e tempo. Diverso è invece l’intervento di Samson Ogiamen, disseminato nello spazio come presenze scultoree discrete e silenziose, volti che reintroducono una dimensione più esplicitamente conflittuale del dibattito sulla restituzione e del tema dell’identità culturale. La sua pratica si fonda sul principio della restituzione quale atto dovuto di rivendicazione storica e di responsabilità non negoziabile. Le sue opere evocano proprio la tradizione plastica dei Bronzi del Benin e dialogano in modo decisamente puntuale con la struttura lapidea dell’altare della chiesa e l’atmosfera generale dell’ex edificio monastico.

Oltre lo spazio dell’altare, nella zona un tempo riservata alle monache, l’intervento di Verena Melgarejo Weinandt introduce una diversa declinazione dei temi della mostra, centrata in modo più esplicito sul corpo e sul gesto. Weaving Connections si sviluppa come un ambiente tessile dominato da tonalità blu, attraversato da lunghe trecce nere che evocano simultaneamente il fluire dell’acqua e la dimensione materiale dei capelli, elemento centrale nella pratica dell’artista e nella costruzione di una genealogia culturale e personale di matrice boliviana. Il video a tre canali insiste su azioni ripetute, intrecciare, lavare e immergere, costruendo una temporalità non lineare e ciclica, in cui il gesto assume una funzione conoscitiva e trasformativa. L’acqua, in questo contesto, non opera come semplice metafora, ma come principio operativo che connette corpi, territori e memorie in uno stato di continua mutazione. Le trecce, a loro volta, funzionano come dispositivo di condensazione simbolica: non solo elementi identitari, ma forme attraverso cui si articolano processi di trasmissione, perdita e rinegoziazione dell’identità stessa. Rispetto all’installazione della navata ovest, la riflessione sul rimpatrio si sposta qui su un piano più esplicitamente critico e genealogico, legato alla formazione storica degli immaginari coloniali e alla loro persistenza nelle istituzioni culturali europee e nelle narrazioni visive contemporanee. In questo senso, il lavoro si innesta su una più ampia riflessione sulla costruzione dell’alterità e sulle modalità attraverso cui tali rappresentazioni continuano a strutturare il presente.

Accanto al percorso espositivo troviamo la research room Nature Speaks: Ascoltare i diritti della natura a Venezia e in Europa. Il progetto, co-prodotto da TBA21–Academy insieme al NICHE Centre for Environmental Humanities dell’Università Ca’ Foscari, IDRA e Confluence of European Water Bodies, si inserisce in una linea di ricerca negli studi ecologici contemporanei: quella che propone il riconoscimento giuridico di elementi naturali e paesaggistici come soggetti dotati di diritti. Ecosistemi come la laguna veneziana non sono più concepiti unicamente come patrimonio da tutelare, ma come entità attive all’interno di un sistema di relazioni ecologiche, culturali e politiche. La research room, per sua natura aperta alla città e alla comunità veneziana, rende consultabili i materiali di ricerca prodotti dal programma, tra cui dossier dedicati proprio alla biodiversità lagunare e documenti di altri contesti in cui si sta lavorando per l’ottenimento di diritti legali per gli ecosistemi acquatici, o in cui si sono già ottenuti, come nel caso del Mar Menor in Spagna.

La tensione verso l’esterno del programma culturale di Ocean Space è diventata particolarmente manifesta durante la settimana di apertura della Biennale Arte 2026, durante la quale il progetto si traduce in una costellazione di eventi performativi, discorsivi e sonori che ribadiscono il carattere processuale del “ritorno”. Tra questi, la performance di Verena Melgarejo Weinandt che, con il gesto della treccia che attraversa lo spazio, mira a mettere in comunicazione corpi e spazi acquatici esterni allo spazio espositivo. Il progetto si configura così come una riflessione aperta che tiene insieme, senza risolverle, pratiche rituali e rivendicazioni storiche.
In questo equilibrio instabile, il ritorno non appare né come esito né come soluzione, ma come dinamica viva, attraversata da istanze anche divergenti che ne impediscono una definitiva ricomposizione.
Tide of Returns
a cura di Khadija von Zinnenburg Carroll
commissionata e prodotta da TBA21–Academy
Artisti: Verena Melgarejo Weinandt, Samson Ogiamen, Repatriates Collective
Nature Speaks. Ascoltare i Diritti della Natura a Venezia e in Europa
a cura di Pietro Consolandi e Amalia Rossi
coprodotto con NICHE Centre for Environmental Humanities dell’Università Ca’ Foscari di Venezia
28 marzo – 11 ottobre 2026
Ocean Space
Ex Chiesa di San Lorenzo
Campo San Lorenzo 5069, Venezia
Orari: da mercoledì a domenica ore 11.00-18.00
Ingresso libero
Info: www.tba21.org



