NAPOLI | MUSEO NITSCH | FINO AL 17 GENNAIO 2026
di ANTONELLO TOLVE
La grande e imperdibile mostra dedicata a Luca Maria Patella dal Museo Nitsch di Napoli alla Biblioteca per le Arti Contemporanee Fondazione Morra, è una delle più incredibili e imperdibili esposizioni che si possono visitare oggi in una città talmente creativa da rendere anche l’oggetto più superfluo qualcosa di porosa straordinarietà. Patella, lo sappiamo, è un gigante con intelligenza di cuore, un pensatore talmente alto e anancasticamente raffinato, da esser visto spesso come un pericolo, da essere a volte finanche incompreso, in particolare da quella critica pазночинцы e di facciata, ferma alle sole superficialità (mi si lasci passare il termine sovietico raznočincy che indicava in passato l’inverso della più ricercata e elitaria intelligencija, интеллигенция appunto). Per Patella, infatti, tutto è parte di un grande e unico disegno, di un prima che si collega a un dopo, di un colore che ha valenza simbolica, di un segno che racchiude in sé la stratificazione di altri segni (di altri segnali e di gesti), di parole e di immagini che sono, in primis, esistenza fluida, energia, ufficio (“centro di referenza” direbbe Sartre) cui bisogna rivolgersi per trasformare la plumbea materia percettiva in immagine mentale, in teoria, in un nuovo atto di coscienza capace di produrre vere e proprie sintesi di elementi esteriori e di elementi psichici o di produrre sussurri ipnagogici e barlumi endottici.

Curata da Raffaella Morra, Loredana Troise e Diana del Franco, il cui meticoloso lavoro d’archivio ci porta oggi a rileggere la storia di un artista che ha avuto sempre la capacità di trasformare il potere magnetico dell’autismo in uno spazio di libera interpretazione del mondo, nonché in un discorso in cui i due mondi, immaginario e reale, vivono una fusione creativa governata da regole interne, l’esposizione presenta, al suo interno, non solo una nutrita selezione di opere, ma anche di documenti quali cataloghi, pieghevoli, presentazioni, dattiloscritti e fotografie. Come non ricordare le tre immagini in cui l’artista è nell’atto di scrivere alla lavagna luminosa durante la sua Analisi di psico vita tenuta agli Incontri Internazionali d’Arte: «nel 1970-71 avevo concepito un test in pubblico, Analisi di psico vita, a cui invitavo per esempio critici d’arte, linguisti, psicologi, a reagire ad una struttura che, a un primo livello di lettura, si dava anche come narrazione. In questa analisi, la figurazione, l’immagine di tipo proiettivo, si pone come test a cui reagire a livello psicologico, interculturale e extraculturale. Discipline e operatori diversi, presi un po’ alla sprovvista, per farli incontrare e scontrare: avevo bisogno del pubblico, rapporto/apporto del rapporto, non come corollario dell’esecuzione, ma come parte necessaria della realizzazione», ricorderà l’artista in un’intervista tenuta con Ida Panicelli.

Ma la mostra non è soltanto insieme elegante di opere, di documenti, di spazi (e vuoti) sonori, di oggetti e di rappresentanti analogici degli oggetti: propone al suo interno qualcosa che è a tratti meraviglia, a tratti visione commovente d’insieme, a tratti immersione totale d’un piacere insperato: difficilmente mi sono sentito avvolto da una così piacevole atmosfera, capace di toccare il nervo dell’artista per farne vibrare i contenuti.

Legata inscindibilmente alla “ri-apertura dell’installazione ambientale” di Les donnés mon alchive. Lo Scriptorium dell’adepto, realizzata con Rosa Foschi (compagna di una vita) nel 2013, l’esposizione fa rivivere, ora, la stessa intensità con cui tredici anni fa erano stati trattati oggetti e processi: esattamente come cause testuali e epistemologiche, come canali mentali che non hanno centro (o che hanno centri che sono spinti ai lati da un movimento centrifugo) e sono messi assieme a partire da elementi-traccia, strappati gli uni agli altri e incessantemente mobili per venir distribuiti al di fuori dei loro confini: stesso modo di procedere attuato da Derrida, da Edmond Jabès o da un indimenticabile e oscuro Maurice Blanchot.

In questo strepitoso ambiente, Lo Scriptorium dell’adepto (uno “psicolavoro in atto” che trasforma lo spettatore in inevitabile e a volte inconsapevole attore) «è una segreta e preziosa Wunderkammer attorno a cui le curatrici, per celebrarne il ripristino, hanno creato delicati ambienti ispirati ai 4 volumi editi da Edizioni Morra, Io son Dolce Sirena (poesie del 2000 e 2002), Romanzo ferroviario (1974-2003), Patella Ressemble à Patella (2007), Dichiarazioni Noètiche+Imàgines e Romanzino del volume Stazione di Vita (2003-2011), seguendone le tracce, collegate da un riferimento cromatico, riconducibile alla teoria dei Colori Psichici di Lüscher e alle quattro funzioni psicologiche di Jung, riprese anche per la Porta dei 4 Colori che contrassegna l’accesso allo Scriptorium». Partendo appunto dai quattro colori basilari di Max Lüscher (Blu, Verde, Rosso, Giallo) utilizzati da Patella per costruire un apparecchio della visione a dir poco unico [“il mio ambiente, che interpreta Duchamp, ecc! (a Napoli, 2013)”], Raffaella Morra, Loredana Troise e Diana del Franco hanno pensato di assecondare il pensiero dell’artista e di offrire al pubblico una visione spaziale determinata da illuminazioni diverse, da sale ognuna delle quali irradia luci avvolgenti, quasi a estendere Le quattro chiavi di lettura della Porta dei 4 Colori.

«Grazie all’interessamento e passione di Giuseppe Morra, ho potuto realizzare, nei suoi Spazi Espositivi, un progetto Ambientale stabile, in muratura e carpenteria, denominato: LO SCRIPTORIUM DELL’ADEPTO. Si riferisce alla ultima installazione di Marcel Duchamp, Etant donnès: eau et gaz. Avevo notato la strana coincidenza dell’ingresso della “casa dell’adepto” piastrellato in bianco e nero con l’analogo pavimento di Etant donnès, del tutto invisibile all’osservatore dell’opera duchampiano. Ho quindi svelato tale coincidenza nella mia opera – Scriptorium, anche essa piastrellata in bianco e nero. L’interno si osserva da 3 spioncini disposti sulla porta chiusa. Il primo un fish eye mostra la totalità dell’ambiente; il secondo, mostra solo il pavimento, il terzo spioncino è posto ad altezza di bambino. La porta è dipinta nei colori delle quattro funzioni psicologiche di Jung. Se invece si entra nella stanza dello Scriptorium si possono consultare numerosi libri di Luca Maria Patella» si legge in una delle tante lettere indirizzate alla Fondazione Morra.

Questi libri, grazie alla generosità di Casa Morra – Archivi del Contemporaneo che ha varie anime tra Napoli e Caggiano, sono tutti consultabili gratuitamente in biblioteca e per chi avrà voglia di andarci sarà anche occasione di capire e conoscere, con maggiore intensità, quei compagni di strada che sono stati per Patella scenari, lingue di parole, luoghi capaci di raggirare gli steccati del quotidiano per dotarla di specchi in cui i riflessi appaiono e scompaiono vagando nelle notti del mondo: «ci si pone oggi il problema di un esame, sempre più consapevole, dei linguaggi e dei significati», scriveva Patella nel 1965. «Con libertà, l’artista deve sforzarsi di vedere le cose da sveglio e studiare i meccanismi di pressione psicologica sociale, che, nascosti da razionalizzazioni ingenue, portano avanti modi di vita scaduti e già superabili».
Luca Maria Patella
Les donnés mon alchive. LO SCRIPTORIUM DELL’ADEPTO (Eau et Gaz)
a cura di Raffaella Morra, Loredana Troise, Diana del Franco
25 settembre 2025 – 17 gennaio 2026
Biblioteca per le Arti Contemporanee Fondazione Morra
Vico Lungo Pontecorvo 29/d, Napoli



