MILANO | Nuova Galleria Morone | Fino al 29 maggio 2026
di MATTEO GALBIATI
Diego Viapiana ci ha abituato a progetti espositivi che, veri e propri colpi di teatro pianificati con cura estrema, portano nella sua galleria mostre che non solo pongono un’attenzione specifica sulle modalità espressive e poetiche di autori contemporanei – talora rendendo questi appuntamenti occasione di riscoperte, momenti di studio e di ri-valorizzazione di estetiche – e sul valore intrinseco delle loro ricerche, non necessariamente allineate con le richieste del sistema, ma soprattutto hanno un valore conoscitivo e sperimentale basato sull’unicità di una proposta che segue modalità uniche di definizione di ciascun progetto, sempre differente e specificatamente dedicato.

A Milano la Nuova Galleria Morone in questo senso è diventata un luogo dove si può trovare sempre quello spunto “disallineato” che traduce la vivacità del pensiero del gallerista, degli artisti, dei critici e persino di quel pubblico che si è abituato a questo modo di “vestire” l’allestimento, la pubblicazione del catalogo e i valori che si affermano attraverso l’arte. Sottolineiamo che, nonostante l’ambiente resti pur sempre quello commerciale di una galleria d’arte, qui i risultati hanno uno spessore e un taglio museali.
Nel caso della personale che vede protagonista Mathew McWilliams (Vancouver, Canada, 1973), mostra seguita dalla precisa visione critica di Roberto Lacarbonara, si è decisamente superato ogni traguardo ad oggi raggiunto come esito rispetto i racconti espositivi precedenti: antico e contemporaneo coabitano con un sincronismo perfetto, innestando i reciproci tempi e modi in maniera così precisa che tutto l’insieme appare già definito a priori in un lungo tempo che pare addirittura antecedente a quello dell’organizzazione della mostra. Come se gli artisti si fossero parlati e avessero avuto modo di comporre ciascuno il proprio lavoro con un sincronismo dilatato nei secoli. Il progetto espositivo che ammiriamo, benché contenuto in questa sfera di intimità potente, potrebbe respirare benissimo l’aria delle istituzioni museali più blasonate. L’ambiente della galleria milanese diventa, infatti, uno spicchio di una grande istituzione internazionale, una sorta di project room museale dove approfondire, soffermarsi, osservare per riflettere e comprendere. Un esito che pare quasi pedagogico nella modalità dell’esperienza e in ciò che questa mostra lascia dopo la visita.

Senza uscire troppo dal dover essere una mostra con un suo impianto logico e rigoroso, è proprio l’equilibrio del dialogo e la corrispondenza a definire il tutto: è allora possibile che tra i dipinti dalla temperatura analitica che l’artista canadese ha realizzato per l’occasione e il superlativo capolavoro Concerto a quattro figure (1608-1610), del pittore barocco Antiveduto Gramatica (Roma, 1571-1626), possa generarsi un’energia tale da riverberare di senso il loro sguardo attraverso epoche e stili. In Things as they are, un dialogo con Antiveduto Gramatica coabitano due topologie della memoria pittorica che, tra raffinata eleganza barocca e tensione astratta in cui il solo colore è l’agente protagonista, muovono a un livello di coinvolgimento, passionalità, corrispondenza in grado di definire riflessioni e pensieri, emozioni e sentimenti in chiunque, osservando le opere, percepisca questa impagabile voce narrante che avvolge tutto. Nel panorama della pittura attuale la ricerca di McWilliams si distingue, del resto, per la sua intima capacità di trascriversi in una gamma di cromatismi che, filtranti da una colta mediazione ontologia sullo statuto dell’immagine stessa, si produce in una tensione riflessiva che porta proprio l’essenzialità della sua pittura a compiersi non unicamente come pratica espressiva, avendo come intenzione più profonda quella di proporsi quale campo di ricerca epistemologica.
Il suo gesto di pittore ha la forza di agire tanto come oggetto ultimo dell’evidenza di un’azione conoscitiva, quanto come mezzo mediatore di conoscenza sulle identità dell’autore e del modo con cui osserva gli “eventi” del reale. La pittura, in questo contesto, per McWilliams non finisce con la sola rappresentazione, perché il proprio impegno – la missione – è quella di sovvertire, interrogandole, le strutture percettive e le loro logiche invisibili.
Se da tempo ha raffinato una profonda familiarità con la cultura figurativa rinascimentale e barocca – ama moltissimo il primitivismo toscano e la pittura senese – ha allineato in parallelo gli studi sul colore e sulla costruzione spaziale intrecciando queste conoscenze della storia ai ritmi della tensione lirica e strutturale dei propri cromatismi. Qui abbiamo la verifica di quella puntualità di dialogo, cui abbiamo fatto cenno poc’anzi, con l’opera di Antiveduto Gramatica che, in occasione di questa sua prima personale da Nuova Galleria Morone, dà corso a un serrato specchiarsi, da interlocutore privilegiato, con la tradizione pittorica italiana.

Il confronto con il Concerto a quattro figure (1608–1610) si configura come un vero e proprio studio strutturale della composizione barocca: senza citazioni evidenti, i suoi monocromi entrano in relazione unica con la grammatica interna dell’opera seicentesca. McWilliams cerca la risonanza purificata e distillata delle forze più invisibili e delle linee di tensione che sostengono la costruzione dell’immagine dello storico dipinto. Cerca di restituirci, per frammenti disseminati nell’ambiente espositivo, le direttrici costruttive del quadro in nuove tele allineate a una linea generativa che è atto e principio ordinatore del suo inedito processo pittorico. Ogni sua superficie, divisa in due campi complementari, mediata da un processo fotografico e definita con un colore anti-accademico (usa inchiostri inkjet CMYK), è formalmente l’attestazione di un gesto chirurgico che rende la pittura dissezione e restituzione cartografica delle forze interne all’immagine. Tuttavia, dietro questa apparente freddezza di stampo analitico, non annulla mai la qualità sentimentale e narrativa dell’opera di Gramatica, che sopravvive come un’eco emotiva e come una memoria sensibile.

Le iconografie e i loro significati, esplorati nell’autore barocco, sono pertanto diversamente restituiti al nostro sguardo: basta ascoltare come risuonano, per assonanza, nelle dinamiche tracciate dal colore e dal registro plurilinguistico dell’artista canadese che amplifica il poco nell’ampiezza delle possibilità del suo intervento. La relazione tra oggetto e immagine, tra esperienza e racconto, emerge come snodo centrale per l’indagine di McWilliams che genera dispositivi di memoria reciproca: ogni immagine contiene l’altra e, addirittura, ogni presenza può portare in sé anche una traccia di assenza. Come quella solenne e densa di significati dell’opera di un autore barocco.
In questa prospettiva la pittura per Mathew McWilliams è un mezzo per meglio indagare la conoscenza del reale: attraverso un’indagine poetica tenta di avvicinarci alla “trama profonda” delle cose portando alla luce le strutture invisibili che, organizzando la percezione, tengono insieme tutto e ci permettono di esplorare e vivere il mondo visibile e i suoi processi nel divenire del tempo.
Mathew McWilliams. Things as they are, un dialogo con Antiveduto Gramatica
a cura di Roberto Lacarbonara
26 marzo – 29 maggio 2026
Nuova Galleria Morone
via Nerino 3, Milano
Orari: da martedì a venerdì 11.00-19.00; sabato 15.00-19.00
Info: +39 02 72001994
info@nuovagalleriamorone.com
www.nuovagalleriamorone.com



