MILANO | A arte Invernizzi | Fino al 25 febbraio 2026
di MATTEO GALBIATI
Non si deve pensare che la riflessione sull’astrazione di Mario Nigro (1917-1992), ridotta agli essenziali termini minimi del rappresentabile, sia dettata solamente da una logica di rigore formale distante dal fermento delle pulsioni dell’anima. Se la radicalità delle sue posizioni, differentemente narrate nei diversi passaggi delle sue iconiche “famiglie” pittoriche, è accertata ed evidente, altrettanto rilevante risulta essere, infatti, il continuo tendere alla presenza latente del “naturale”. La Natura viene perseguita da Nigro attraverso l’evidenza dei suoi fenomeni nel loro esserci assoluto e “totale”, lasciati quindi solo intuiti e accennati, quasi lo spirito e la mente dell’uomo non riuscissero a razionalizzarne l’imponderabile peso del Sublime attraverso figure tangibili. Spetta, quindi, a una certa geometria mobile del suo segno tentare l’ardita missione di gestirne la restituzione visibile.

Tempo e spazio diventano così luoghi a procedere per la pittura di Nigro che espande le sue volontà narranti proprio grazie alle variabili di un’insistita ripetizione differente che, ultimata solamente con l’esperienza dell’opera che definisce la fine di un preciso ciclo, afferma l’infinita mobilità delle emozioni e delle suggestioni. Nelle sue tele il peso e la profondità dell’armonia è rivendicato sempre attraverso energie divenienti che incarnano il dibattito, costante e vivo, tra polarità di opposte: sono luce e ombra, infinito e finito, logica e emotività, ordine e caos, (…), a regolare sempre gli equilibri delle forme, delle direzioni, delle profondità che affiorano, prima impensabili, sulla superficie pittorica.
Un saggio di indubbia bellezza sul pensiero di Nigro si concretizza a Milano grazie all’importante occasione che la galleria A arte Invernizzi, da sempre impegnata nella valorizzazione dell’opera del maestro toscano, ci regala con Spazio totale 1952-1956, preziosa antologica in cui l’attenzione si focalizza sull’omonima serie di lavori che l’artista realizza negli anni Cinquanta. Proprio in questi famosi e connotanti lavori abbiamo un primo e chiaro enunciato della sensibilità con cui Nigro si impegna in un metodo compositivo che dà evidenza alle infinite musicalità “naturali” che, nello specifico tra il 1952 e il 1966, conferiscono a ogni Spazio totale, il dovere di abbattere i confini della rappresentazione, di dare eco plastico al colore, intagliare prospettive multiple simultanee, dare qualità tridimensionali a strutture coincidenti.

Con opere davvero prestigiose, negli ambienti della galleria milanese questa mostra si concentra sulla sua astrazione nel cruciale passaggio degli anni Cinquanta, quando, anche con diverse e approfondite riflessioni teoriche enunciate in numerosi scritti, Nigro si muove verso una speculazione geometrica differentemente ripetuta, dove la peculiare tensione geometrico-reticolare si incontra con l’intensità mutevole del segno cromatico, segno attraverso il quale l’artista sonda nuove dimensioni possibili per rappresentare l’intuizione di un’altra realtà.
Nei silenzi della superfici, pur densi di tensioni, allora Nigro non cerca mai di rappresentare, ma vuole misurare, più che la realtà tangibile, le nostre esperienze emotive: ecco perché rincorre così assiduamente il tentativo di definire e chiarire fino allo sfinimento la misura dello spazio (e poi del tempo), là sino a dove si genera attrito tra sguardo e pensiero. La sua pittura non è più un campo evasivo da attraversare con gli occhi, ma è una soglia dimensionale da oltrepassare con una consapevole coscienza. Ogni linea è una decisione irrevocabile, sofferta poiché tracciata con quella puntualità consapevole dell’inevitabile sconfitta e fallimento finali. Ogni colore, come l’albore di un’aurora, si fa vibrazione trattenuta sull’orlo della sua stessa manifestazione. Appare e muta, sopraggiunge e vira immediatamente nell’accento di una nuova cromia. In questo modo Mario Nigro non dipinge mai immagini, privilegia anzi la costruzione “concreta” di sistemi di tensione che, in questa mostra così dettagliatamente esposti e riflessi uno dopo l’altro e uno nell’altro, in modo netto per noi vogliono farsi comprendere.

Le sue griglie scure non sono certo gabbie che ci imprigionano in un limite, ma marcano le identità di partiture aperte il cui ritmo è espressione risultante del continuo variare delle nostre architetture mentali. Il segno si ripete, è vero e lo abbiamo ribadito più volte, ma proprio ripetendosi, si differenzia; la variazione non è più e mai ornamento lezioso, è logica necessità interna al suo fare. In questa disciplina severa, la pittura di Nigro rinuncia all’aneddoto ed è energia pura, un campo magnetico in cui il gesto non esplode in una libertà inconsulta, ma si concentra nel suo dovere di trascrivere la verità pura delle emozioni.
Possiamo quasi dire che in queste sue testimonianze di astrazione ci sia un’etica intrinseca quando categoricamente, nella prassi agita, rifiuta l’illusione: sono la fedeltà alla struttura, l’ostinazione nel dare forma all’invisibile senza tradirlo nella chiarezza di una figura ammiccante a emancipare la sua pittura in qualcosa di più nobile.

Le bande cromatiche, le scansioni modulari e i reticoli in tensione di ciascuno Spazio totale non sono mai schemi decorativi, ma organismi in crescita, attraversati da un flusso di circostanze che pulsa sotto e dentro il derma cromatico a tal punto che lo spazio non è il presupposto di uno sfondo, è in primis il protagonista, silenzioso ma con un proprio respiro interiore che dilata e avvicina.
Le superfici di queste opere sono luogo, ambiente ideale per lo sviluppo di una concentrazione estrema, dove la nostra logica è sfidata a in-seguire le traiettorie segniche sino al loro presupposto il-limite. Abbiamo già rilevato l’assenza di ogni tipo di narrazione, ora dobbiamo capire che Nigro dipinge un accadere di cui noi spettatori abbiamo fisicamente un ruolo attivo – e decisamente rilevante – nel suo processo, in questo modo la sua pittura è atto di fiducia rivolto a chi accetta di impegnarvisi con ragione sensibile. Mario Nigro ha scelto la via di una coerente tensione continua dove è la libertà rigorosa a trasformare, restituire e intagliare il tutto nel vivente.
Mario Nigro. Spazio totale 1952-1956
a cura di Paolo BolpagniArticolo
4 dicembre 2025 – 25 febbraio 2026
A arte Invernizzi
Via Domenico Scarlatti 12, Milano
Orari: giovedì e venerdì 15.00-18.00; sabato e domenica 10.30-12.30 e 15.00-18.00
Info: +39 02 29402855
info@aarteinvernizzi.it
www.aarteinvernizzi.it



