MILANO | Cittadella degli Archivi | Fino al 15 maggio 2026
di MATTEO GALBIATI
Dentro un tempo che consuma rapidamente ogni certezza – e che, nel farlo, sembra erodere prima di tutto il linguaggio – la scrittura perde la sua dimensione di territorio stabile. Le parole, sempre più spesso, non coincidono più con quanto dovrebbero contenere; si incrinano, slittano, perdono aderenza. È in questa zona di attrito che si colloca da molto tempo la ricerca di Alfredo Rapetti Mogol. La sua mostra personale, per altro allestita magistralmente in un luogo significativo – dove si conservano memorie collettive – come la Cittadella degli Archivi di Milano, non a caso ha un titolo coraggioso e significativo: Lettere dall’Uragano. Tutto il suo intervento, che si muove tra opere di periodi diversi della sua storia artistica, scelti con cura e precisione per non lederne il senso, si offre al pubblico per essere precisa testimonianza visiva che trasforma la grafia in rito apotropaico contro il caos del nostro tempo, un’escursione ermeneutica al crocevia tra il grafema e l’astrazione, poesia concisa che sconfina nella sacralità dell’immagine.

Le superfici si popolano di segni che oscillano tra alfabetico e surreale composizione sillabica metasemantica, tra la riconoscibilità e la perdita di un senso lineare, a delimitare un campo visivo in cui la lettura non è mai immediata, né, se vogliamo, del tutto possibile. Alfredo Rapetti Mogol ci consegna poche parole, piccole frasi, aforismi della coscienza che, nel chiasso superficiale dell’oggi, riescono a risolversi solo nella consapevolezza e nel tempo della ragione di chi legge.
Così le sue parole si interrompono, si distanziano, si ricompongono secondo logiche che sfuggono alla linearità del lessico comune. Si fanno nuovo linguaggio insistendo in quella tensione costante in cui ogni frammento sembra trattenere qualcosa che non riesce a dirsi fino in fondo, come se il linguaggio stesso fosse sottoposto a una pressione eccessiva. Come se fosse spinto al limite massimo.
Da qui deriva quella particolare qualità delle opere di Rapetti Mogol: appaiono al contempo rigorose e instabili, silenziose e scandite da un ritmo vibrante, polarità opposte che alternano il peso dell’ossessione al valore della meditazione. Agisce – e ci costringe a farlo – secondo un mantra che non cerca soluzioni, che insegue la persistenza, la costanza. Vuole essere atto di cura.

La sua scrittura dà alla parola il valore di un segno, inciso e incuneato nelle materie, impresso come un’impronta indelebile che, allontanata dal senso e dalla retorica comuni, è, di fatto, un graffito per l’umanità, ma anche un segno di speranza di chi, non volendo soccombere al conformismo delle idee, rivendica la propria consapevolezza creativa e la condivide con chi sa ascoltare. La parola non è più un elemento che si posa sulla superficie, ma una materia attiva che tutto attraversa e modifica: libri, lettere, fogli, tele monocrome, una bara metallica colma di macerie, dove delicate farfalle hanno ancora la forza per spiccare il volo, sono tracce che non solo descrivono, ma registrano la vibrazione di un’interiorità che si desta e, scossa dalle fibrillazioni del contemporaneo, con consapevolezza e sensibilità rispettose, aaadà alla trascrizione visiva uno stato emotivo altrimenti ineffabile e inesprimibile.
Il cuore di questa mostra pulsa attraverso opere che si inseguono in una successione equilibrata, rendendo valore a una storia che si fa via via più densa. Da una lettura da lontano, poco alla volta, ci si finisce dentro, avvolti completamente dalle suggestioni poetiche, ma che non mancano di incidere, alla fine, sulla nostra coscienza.

A uno sguardo superficiale, il suo lavoro potrebbe essere interpretato come un esercizio formale, un gioco raffinato sulla scomposizione del linguaggio. Una facile concettualità. Eppure è proprio questa apparente leggerezza a rivelarsi più ambigua nel suo stesso valore iconico: più la visione permane e si trattiene all’interno delle opere, più si avverte quel giusto scarto. Il gioco presunto si incrina per lasciare spazio a una dimensione più grave, in cui la manipolazione della parola diventa gesto necessario, quasi inevitabile, per mostrare la verità delle cose. Il linguaggio, pur nella sua crisi, continua a produrre segni. Anche oggi. È una pratica di resistenza minima, fatta di ripetizioni, interruzioni, impercettibili scarti che obbligano lo sguardo a sostare, a rallentare, a misurarsi con l’incompletezza e la distorsione.

La mostra non deve rappresentare l’uragano, non ne ha bisogno, perché lo incorpora. E, in mezzo a questa turbolenza, quel che resta è quel gesto così ostinato nel continuare a scrivere con volontà indefessa, anche quando il linguaggio sembra non bastare più. Alfredo Rapetti Mogol nel pieno dell’uragano del presente riesce ancora, nonostante tutto, a darci messaggi di pace in tempi difficili.
Alfredo Rapetti Mogol. Lettere dall’uragano
ideata e organizzata da Associazione Culturale Isorropia Homegallery e Galleria Ferrero Arte Contemporanea
nell’ambito de “Le rose purpuree di Cittadella” organizzato da Cittadella degli Archivi in occasione della Milano Art Week 2026
15 aprile – 15 maggio 2026
Cittadella degli Archivi
Via Ferdinando Gregorovius 15, Milano
Orari: da lunedì a venerdì ore 10.00-19.00
Ingresso gratuito previa registrazione
Info: info@isorropiahomegallery.org
www.isorropiahomegallery.org



