RAVENNA | Fondazione Sabe per l’arte | Fino al 28 giugno 2026
di GIULIA GORELLA
C’è una frase di Borges su Ravenna che sembra scritta apposta per questa mostra. Lo scrittore argentino, di fronte alla città dei mosaici, parla di una complessità che non spaventa, di una molteplicità che non scivola nel caos. È da lì che nasce il titolo di Molteplice senza disordine, la collettiva inaugurata alla Fondazione Sabe per l’arte di Ravenna, curata da Enrico Camprini con tre artisti italiani di generazioni diverse: Alice Cattaneo, Elisabetta Di Maggio e Remo Salvadori.
Non è un solo un titolo, ma una dichiarazione di intenti. Molteplice senza disordine arricchisce la scultura italiana di un capitolo fondamentale con l’inaugurazione del progetto espositivo, che vede la partecipazione di tre figure cardine del panorama artistico nazionale. L’esposizione si configura come un dispositivo narrativo e critico volto a esplorare le intersezioni tra tre diverse generazioni di artisti. Il titolo stesso, prelevato con precisione filologica dalle pagine de L’Aleph di Jorge Luis Borges, funge da chiave ermeneutica per interpretare non solo il rapporto tra le opere e lo spazio, ma anche la dialettica tra singolarità e armonia corale. Attraverso una disamina della materia, del tempo e del gesto, l’esposizione propone una riflessione sulla ricerca di un equilibrio che non nega la complessità, ma la organizza in una sintesi multiforme di sguardi e pensieri.
La scelta del titolo Molteplice senza disordine non è un mero esercizio letterario, ma una dichiarazione di intenti, dicevamo. Borges, nel descrivere il suo primo incontro con Ravenna, evoca infatti un’immagine di complessità ordinata che si sposa perfettamente con la struttura musiva della città e, per estensione, con la pratica della scultura contemporanea. In questo contesto, la mostra allude all’incontro tra Cattaneo, Di Maggio e Salvadori come a una convergenza di energie che, pur mantenendo la propria autonomia ontologica, generano una tensione poetica risolta in una connessione peculiare con lo spettatore. L’esposizione stessa diventa un Aleph, un punto in cui convergono visioni diverse della materia e dello spazio, offrendo una sintesi che rifugge il caos per abbracciare una molteplicità strutturata.

Il curatore Enrico Camprini, la cui ricerca si articola attorno all’idea di mostra come dispositivo critico, ha saputo trasporre questa suggestione letteraria in una disposizione spaziale in cui le opere abitano la Fondazione come presenze autonome. La relazione tra i lavori non si esplicita su un piano puramente formale, bensì su una reciprocità di intenti che mette al vaglio lo sguardo e la presenza umana nel tempo. Questa prospettiva permette di superare la tradizionale categorizzazione storica per approdare a un dialogo basato sulla sensibilità percettiva e sulla consapevolezza del “qui e ora”. L’esperienza proposta da Molteplice senza disordine invita lo spettatore a fruire dell’opera in modo più consapevole e attivo. Non si tratta di una fruizione passiva, ma di un esercizio di consapevolezza che richiede attenzione, presenza e responsabilità. Le opere stimolano la percezione e la consapevolezza del corpo nello spazio, trasformando la Fondazione in un luogo di relazione profonda.
Alice Cattaneo, nata a Milano nel 1976, apporta alla mostra una riflessione profonda sulla natura della scultura intesa come punto di unità tra l’immagine mentale e la dimensione primigenia della materia. La sua formazione, avvenuta tra la Glasgow School of Art e il San Francisco Art Institute, traspare in un approccio che privilegia l’essenzialità e la precarietà degli equilibri. Cattaneo lavora con materiali spesso considerati marginali o “poveri” – legno, ferro, vetro, filo di cotone – sottraendoli alla loro funzione quotidiana per elevarli a segni nello spazio.

Elisabetta Di Maggio, nata a Milano, 1964 introduce una dimensione di meticolosità artigianale che sconfina nella pratica meditativa. La sua indagine si concentra sulla rete di comunicazioni che sostiene la vita: dai circuiti nervosi alle trame delle foglie, dalle griglie urbane alle strutture cosmiche. Attraverso il gesto dell’intaglio, eseguito con bisturi su materiali organici come foglie di loto o di eucalipto, ma anche su materiali artificiali come il sapone di Marsiglia o la carta velina, l’artista rivela l’architettura invisibile che ci circonda. Il lavoro di Di Maggio è intrinsecamente legato al concetto di tempo necessario affinché i processi vitali abbiano luogo. In un’epoca caratterizzata dall’accelerazione frenetica, le sue opere invitano a una visione rallentata, quasi immobile. La fragilità, nelle sue mani, non è una condizione passiva, ma un atto di forza: la capacità di dichiararsi vulnerabili pur mantenendo una struttura complessa e resiliente. La rassegna Frangibile presso la GAM di Torino (2025-26) ha messo in luce come ogni suo taglio sia una traccia di responsabilità e cura, un gesto irreversibile che non ammette ripensamenti. L’intaglio per Di Maggio è una forma di conoscenza. Scavare la materia significa scoprirne l’anima strutturale, evidenziando analogie tra contesti apparentemente distanti. Le sue “mappe” di sapone di Marsiglia, ad esempio, trasformano un oggetto d’uso comune in un territorio da esplorare, dove il vuoto creato dal bisturi disegna la fisionomia di grandi agglomerati urbani. A Ravenna, questa ricerca di equilibrio tra naturale e artificiale si manifesta nella capacità di creare pattern percettivi che evocano la sacralità della natura. L’artista sottolinea come tutto sia interconnesso: il sistema linfatico di una foglia non è diverso, nella sua logica funzionale, dalle reti di comunicazione che definiscono la nostra quotidianità. Questa visione olistica contribuisce al senso di “molteplicità senza disordine” della mostra, offrendo una struttura portante – sia fisica che concettuale – su cui innestare il dialogo intergenerazionale.

Figura di spicco dell’arte contemporanea internazionale, Remo Salvadori (Cerreto Guidi, 1947) porta a Ravenna una ricerca decennale fondata sulla trasformazione della materia e sulla centralità dell’osservatore. La sua pratica si muove tra scultura, installazione e interventi site-specific, utilizzando metalli come rame, piombo e ferro, ma anche elementi primari come l’acqua e il colore. Per Salvadori, l’opera non è un oggetto finito, ma un’occasione di trasformazione alchemica e un flusso di conoscenza che coinvolge sia l’artista che lo spettatore. Il concetto di relazione è il cuore pulsante del suo lavoro: relazione tra opera e ambiente, tra materiali diversi e, soprattutto, tra l’oggetto artistico e chi lo guarda. Opere storiche e seminali come Continuo Infinito Presente (1985) o Nel momento (1974) incarnano la volontà di riconnettere lo spazio fisico del “qui e ora” con la dimensione dell’eterno. In Salvadori, la scultura diventa una cristallizzazione di energia, un punto fermo in un mondo in perenne mutamento.
La produzione di Salvadori viene spesso descritta come un “cantiere”, un termine che sottolinea la dimensione processuale e l’interazione tra le persone coinvolte nella creazione e nell’esposizione. La sua partecipazione a rassegne prestigiose come Documenta a Kassel e la Biennale di Venezia ha consolidato un linguaggio personale che rifugge la cronologia per abbracciare la simultaneità. In occasione della sua grande mostra antologica a Palazzo Reale di Milano (2025), è emerso chiaramente come le sue opere site-specific, collocate in spazi di alto valore storico come la Sala delle Cariatidi, siano in grado di offrire una nuova consapevolezza di sé e del mondo attraverso minime risonanze della materia. A Ravenna, Salvadori funge da perno per il dialogo tra le generazioni. La sua capacità di far dialogare i metalli pesanti con la leggerezza del pensiero fornisce una base teorica solida per comprendere la “molteplicità ordinata” del progetto. Le sue sculture, disposte secondo griglie matematiche o equilibri sottili, creano interazioni impreviste che sfidano la fissità del medium scultoreo tradizionale.

Molteplice senza disordine non si limita a presentare tre percorsi individuali, ma cerca di innescare una conversazione inedita tra artisti che, pur avendo vissuto contesti storici e formativi diversi, condividono una “tensione poetica” comune. Il curatore Enrico Camprini ha strutturato il percorso espositivo in modo che le opere non si sovrappongano, ma si integrino, creando un sistema di rimandi e risonanze. L’incontro tra queste tre visioni produce una sintesi che riflette lo stato attuale della scultura italiana contemporanea, ormai definitivamente affrancata dalle eredità dell’Arte Povera per percorrere strade legate alla percezione pura e alla micronarrazione. Se Salvadori rappresenta la solidità filosofica e l’aspirazione all’universale, Di Maggio apporta la cura del dettaglio e la consapevolezza biologica, mentre Cattaneo introduce il dubbio, l’antropizzazione dello spazio e la sfida alla stabilità.

Situata a pochi passi dal MAR – Museo d’Arte di Ravenna, la Fondazione Sabe non è solo uno spazio espositivo, ma anche un centro di documentazione e catalogazione. La biblioteca specializzata in scultura contemporanea e l’archivio delle opere di Mirella Saluzzo costituiscono risorse preziose per ricercatori e appassionati, mentre iniziative come Molteplice senza disordine dimostrano la volontà della Fondazione di aprirsi a collaborazioni esterne, invitando curatori indipendenti come Enrico Camprini a proporre letture trasversali e innovative del panorama artistico attuale.
La mostra riesce nell’intento di dimostrare come la scultura, nelle sue declinazioni più contemporanee, sia in grado di offrire risposte poetiche alla complessità del reale. Attraverso l’equilibrio instabile di Cattaneo, la trama vitale di Di Maggio e la tensione alchemica di Salvadori, si delinea un “insieme molteplice senza disordine” che onora la memoria di Borges e la bellezza di Ravenna, proiettando allo stesso tempo l’arte italiana verso nuove e affascinanti prospettive di ricerca. L’esposizione rimane aperta fino al 28 giugno 2026, offrendo un’occasione rara per esplorare il presente dell’arte attraverso tre sguardi profondamente connessi e necessari.
Molteplice senza disordine
Alice Cattaneo, Elisabetta Di Maggio, Remo Salvadori
A cura di Enrico Camprini
19 aprile – 28 giugno 2026
Fondazione Sabe per l’arte
via Giovanni Pascoli 31, Ravenna
Orari: da giovedì a domenica dalle 16.00 alle 19.00
Ingresso libero



