Installation view, Silvia Mantellini Faieta, Atlante, Ph: Marzio Santoro

La mistica del crisantemo. Note su “Atlante” di Silvia Mantellini Faieta

Guardiagrele (CH) | /f urbä/ | Fino al 20 settembre 2026

di MATTEO DI CINTIO

Sono in pasto ai cimiteri | Morirai per me? | Sono i crisantemi neri | Sono il cielo

Un bel po’ di anni fa la band Baustelle cantava questi versi in una canzone dedicata alla figura di San Francesco. Il Santo, lungi dall’essere trattato nella sua dimensione storica, veniva in qualche modo trasceso in una funzione archetipale capace di racchiudere la tensione mistica che soggiace nel cuore di ogni essere umano, tensione che è di per sé segno della necessità di una conversione interiore. Non si tratta di adempiere ciecamente al dogma religioso, né di contrastare volontariamente le febbrili dinamiche del desiderio terreno, bensì d’inserirsi sul serio in quella dialettica che si articola come cifra di ogni umanità, ossia la divisione fra purezza sacrale e pulsione immanente, per far sì che da ciò, dalla beanza che ne viene, emerga la propria imperitura vocazione, il proprio principio di verità e salvezza. In questo orizzonte, il crisantemo acquista un rilievo decisivo. Lungi dall’essere soltanto il fiore funebre della ritualità parrocchiale, esso rinvia, già a partire dalla sua etimologia, a una dimensione altra: il “fiore d’oro”, secondo la grecità, diventa simbolo di gioia e di prosperità. Il suo schiudersi sembra evocare la possibilità di un nuovo inizio, di una nascita rinnovata, di una gioia inattesa che non cancella la perdita, ma la attraversa.

Silvia Mantellini Faieta, disegni, mostra Atlante, Ph: Marzio Santoro

È questo il simbolo-cardine attorno a cui si organizza il lavoro struggente di Silvia Mantellini Faieta, nella mostra Atlante, allestita fino al 20 settembre nello spazio /f urbä/, a Guardiagrele, a cura di Simone Marsibilio. Il crisantemo compare sia come soggetto dei disegni esposti, sia soprattutto come orpello decorativo iconografico della struttura site-specific costruita all’interno della sala principale del piccolo spazio espositivo. Per tornare alle fascinazioni misticheggianti di cui sopra, nel momento in cui si varca l’ingresso, si ha come l’impressione di accedere ad una cripta medievale, un piccolo santuario, o comunque un antico e intimo luogo di raccoglimento e preghiera. La dimensione spazio-temporale si volatilizza per lasciar spazio ad un locus spiritualis intriso di un candore al contempo candido e spurio, che induce all’assunzione di una postura raccolta e liturgica. Ci si sente chiamati soprattutto al silenzio, esteriore e interiore, per far emergere la segnatura materica del linguaggio. Perché prima di significare, il linguaggio è gesto, taglio, incisione: una motérialité, direbbe Jacques Lacan, che agisce sul corpo prima ancora di produrre senso. Le pareti dell’installazione parlano non perché spiegano, ma perché incidono parole; in questa prevalenza della parola-gesto sulla parola-senso si avverte qualcosa della condizione originaria del linguaggio stesso.

Silvia Mantellini Faieta, particolare della mostra Atlante, Ph: Marzio Santoro

Tale distinzione tra parola gesto e senso è ciò che nell’opera del famoso paleoantropologo francese André Leroi-Gourhan si evidenzia come possibilità stessa del linguaggio nella traiettoria dell’ominazione; l’abilità del produrre parola non deriva affatto dall’affinamento evolutivo del mentale ma dal fatto che a un certo punto l’uomo si sia “staccato da terra”, in particolare le “zampe anteriori” si siano sganciate dal suolo per liberarsi dalla loro funzione più pesante d’appoggio; in questo sollevamento le mani si sono alleggerite nella loro struttura, hanno conquistato una motricità fine e hanno permesso alla bocca di staccarsi dal meccanismo prensile e di dire finalmente, indicare prima ancora di parlare, liberandosi così dal destino più colloso dell’ingombro del cibo e della caccia. Insomma, c’è stata un’anatomia liberata e sollevante che si è “riterritorializzata” ripensandosi nei suoi campi gestuali e funzionali, disabbonandosi dalla rigidità della vita del fabbisogno immediato e immergendosi nel riconoscimento dell’oggetto – se c’è indicazione c’è anche la scoperta di un mondo fatto di cose. Non parliamo di un guadagno di autonomia, ma in fondo di una nuova dipendenza dalla rete di segni che attraversa questa “liberazione” del corpo sulla realtà. La mano, resa libera, non ha smesso di essere presa ma ha soltanto mutato il proprio oggetto, passando dalla materia al simbolo, dall’utile al segnante. E la bocca, sottratta al compito immediato dell’addentare, non si è limitata a dire: ha cominciato a farsi luogo di taglio, di risonanza, di intoppo, come se nel parlare la specie avesse trovato non tanto il proprio strumento, quanto la propria ferita originaria. In questo senso, il linguaggio non nasce come trasparenza del pensiero, ma come riassetto del corpo che si organizza attorno a una perdita: il vivente si scopre esposto a un’eccedenza di tracce, a un ordine simbolico che precede e conduce, orienta il soggetto prima ancora che egli possa dirsi “io”. Il dire non viene dopo il corpo, ma lo attraversa e lo riscrive; lo addestra, lo spezza.

Silvia Mantellini Faieta, mostra Atlante, lavori in corso, Ph: Marzio Santoro

Il lavoro di Mantellini Faieta s’innesca in questa realtà ombratile del linguaggio: se da un lato l’artista innerva un rapporto fiduciario con la parola, incidendo all’interno del locus una disseminazione di riflessioni sul fare arte, sulla bellezza, sull’esistenza, sulla disposizione dell’umano alla potenza, alla fragilità, alla purezza, un vociare che mescola sapientemente le intuizioni dell’artista con Bachelard, Tarkovskij, Bataille, Gualtieri, dall’altro tutti questi campi discorsivi non rasentano la chiusura della risposta ma si dispongono come un inanellamento di domande sempre aperte, sempre eccedenti, insistenti e indomabili. La riflessione si disperde nella propria congettura per lasciar spazio al farsi corpo dei significanti attraverso il gesto dell’incisione. È il colpo del tratto, la forza della mano che rincorre ed alimenta il linguaggio ad interessarci nel lavorio poetico di Mantellini Faieta perché, nell’affastellamento semantico, sembra che il segno, la pressione sul biancore delle pareti di MDF restituisca la consistenza materiale delle parole e, al contempo, la stessa consistenza si levighi, trascendentalizzi le sue forme.

Silvia Mantellini Faieta, particolare mostra Atlante, Ph: Marzio Santoro

Non è forse qui che si può riconoscere una forma di spiritualità, persino di misticismo: nel tentativo di smantellare il senso, di distaccarsi almeno per un istante dalla presa del linguaggio, per lasciar emergere e liberare ciò che in esso eccede e resiste? È qui che il titolo Atlante acquista la sua piena forza simbolica. Atlante è il titano che regge il mondo sulle spalle, e per questo diventa una figura del soggetto che sostiene il peso del senso, ma che al tempo stesso ne subisce l’instabilità, la dispersione, i punti d’arresto e di vaghezza, la caduta possibile. L’artista, in quanto essere di linguaggio, sopporta il senso e insieme la sua irriducibile opacità; porta il discorso fino al suo limite, là dove non vi è più compiuta intelligibilità, ma ab-senso. Ed è proprio su questa soglia che il gesto artistico può farsi, se non mistico in senso religioso, almeno nel senso più rigoroso del termine: un’esperienza del limite, una esposizione al non dicibile, una fedeltà al reale che non si lascia convertire integralmente in significato. In questo senso, Mantellini Faieta non si limita a interpretare e rappresentare la bellezza: la attraversa, la vive, la lascia accadere. Una promessa di cominciamento, al di là delle parole che sembrano essenziali ed effimere, così tenacemente incaute.

Atlante di Silvia Mantellini Faieta
a cura di Simone Marsibilio

26 luglio – 20 settembre 2026

/f urbä/
Via Tripio 145, Guardiagrele (Chieti)

Orari: su appuntamento

Info: +39 3286959165
fondazioneurbana@gmail.com

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