CONCESIO (BS) | Collezione Paolo VI Arte Contemporanea | Fino al 28 marzo 2026
di ELEONORA BIANCHI
Ci sono, nell’inesauribile produzione della pittura, contemporanea o meno che sia, immagini che si impongono e immagini che si sottraggono allo spettatore. In modi opposti ma, in qualche modo, convergenti, Carola Mazot (1929-2016) e Marco Grimaldi (1967) mettono in crisi quell’idea di immagine come superficie e forma compiuta e spostano il fulcro dell’opera nel sempre precario rapporto tra percezione e proiezione.

Nella selezione di tele presentata in Gioco e passione, la pittura così intensamente gestuale di Mazot si fa strumento di una ricerca assoluta dell’essenzialità. Ogni pennellata restituisce – sia pur in maniera estremamente sintetica e istintiva – il vigore dei soggetti, il trasporto di un’esistenza colta nel suo farsi, attraverso volti che sembrano abbozzati ma che sanno trasmettere una densità psicologica che interroga l’osservatore con la forza di un archetipo. Nel corpus esposto l’artista riesce nel paradosso di distillare il dinamismo di una figura statica.
Il titolo parla, con ragione, di gioco, non tanto perché i soggetti sono degli sportivi, ma più perché si percepisce, nella danza del pennello, un che di ludico, di libero, quasi eroico e irresistibile.

I soggetti perdono la dimensione – scontata, se parliamo di calciatori – dell’icona pop, per assumere la più elevata dimensione dell’icona in senso stretto, religiosa per definizione. L’atleta di Mazot non è un simulacro mediatico, tende, piuttosto all’invisibile: la vera partita si gioca fuori dal quadro, punto dove i protagonisti delle tele guardano. Nulla di blasfemo, dunque, nell’accostamento tra lo sport e lo spirito, poiché la passione appartiene al vocabolario di entrambi; in Mazot, il campo da gioco e lo spazio del sacro convergono in un unico, vibrante atto di fede pittorica
D’altro canto, nel Castello Interiore di Grimaldi la pittura smette persino di essere rappresentazione per farsi evento sensibile, rituale d’accoglienza che scuote le difese di chi osserva. La sua ricerca non si esaurisce nella pura composizione cromatica, o in un compiaciuto estetismo formale, ma sembra rispondere a quella viscerale necessità di sentirsi amati e di abbandonarsi tra le braccia di chi si prende cura di noi; sentimenti che l’artista traduce nella morbidezza dei passaggi tonali, in quella capacità della tela di farsi rifugio e conversazione quasi sacra. È un invito al disarmo dello sguardo, un passaggio tra il tangibile e l’intangibile che richiede all’osservatore un disciplinato esercizio di percezione, lo stesso che si riserva alle cose fragili e preziose.

In questa dimensione di cura, la luce si manifesta come un’iridescenza dalle forme inafferrabili. Pensiamo di capire quello che vediamo ma ecco che la luce cambia forma, si prende gioco del nostro occhio troppo lento e, insieme, troppo veloce nel tradirsi, nel vedere un esito già atteso. La mano di Grimaldi è piacevolmente inaspettata, è una mano che accarezza il supporto e dipinge un gioco che sembra perfetto, ma che fa dell’imprecisione la sua cifra distintiva, come se l’errore fosse l’unica prova di un’autentica spiritualità. Radiografie di un altrove, genesi imperfette nate da autocombustioni cromatiche, macchie di Rorschach meno oscure, i lavori di Grimaldi accolgono le proiezioni dei nostri principi di creazione più intimi.

I Diari, poi, testimoniano l’immensa fedeltà al disegno dell’artista, mezzo espressivo che solo in seguito cede il passo al colore. L’unico limite dato al carboncino è la fine del foglio, ma anche qua, il tratto continua sulla nostra retina, in uno spazio tra il chiaro e lo scuro, a prolungare l’emozione ben oltre il supporto fisico. Quando il colore finalmente affiora, è così diafano, così mobile e intrinsecamente vivo da sembrare muoversi sulla tela, crescere, fino a strabordare al di là del telaio. È un’esondazione di impressioni, vibrazioni e sincopi, un codice dell’anima che travolge il nostro sguardo che poco sa cogliere e che, solo nell’errare, sa trovare un appiglio in questa splendida, necessaria aleatorietà.
Carola Mazot. GIOCO E PASSIONE
a cura di Giuliano Zanchi
in collaborazione con Atelier Mazot Milano
Marco Grimaldi. IL CASTELLO INTERIORE
a cura di Giuliano Zanchi e Giovanna Brambilla
31 gennaio – 28 marzo 2026
Collezione Paolo VI Arte Contemporanea
via Guglielmo Marconi 15, Concesio (BS)
Orari: da mercoledì a venerdì 9.00-13.00 e 14.00-17.00; sabato 14.00-19.00
Info: + 39 030 2180817
info@collezionepaolovi.it
www.collezionepaolovi.it



