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Kounellis | Warhol. La messa in scena della tragedia umana: la classicità di Jannis Kounellis e il pop di Andy Warhol, veduta della mostra, Galleria Fumagalli, Milano, 2025. Foto Guido Rizzuti. Courtesy Galleria Fumagalli

Kounellis e Warhol: la morte ti fa pop

Avatar photoEleonora Bianchi·12 Gennaio 2026
ARTEMostre/EventiNEWS IN EVIDENZA
MILANO | GALLERIA FUMAGALLI | Fino al 29 maggio 2026

di ELEONORA BIANCHI

Sarebbe fin troppo facile leggere Kounellis | Warhol. La messa in scena della tragedia umana: la classicità di Jannis Kounellis e il pop di Andy Warhol come l’ennesimo “dialogo inatteso”, l’incontro fortuito tra due artisti che sembrano sfiorarsi in un gioco di rimandi epidermici. Altrettanto prevedibile sarebbe invocare quella spiritualità ibrida che attraversa entrambi: sottile e rarefatta in Kounellis, cupa e quasi incombente in Warhol. E sarebbe persino scontato rimarcare la discrepanza tra il sentimento personale e l’estetica delle opere dei due, la gravità materica del primo contro quella squisita leggerezza, solo apparentemente superficiale, del secondo. Tuttavia, tutto questo appartiene al primo sguardo. Alla Galleria Fumagalli, oltre tale soglia iniziale, affiora una ricerca rigorosa, quasi museale, che rilegge entrambi gli artisti mettendo a nudo la loro tensione più profonda: il tentativo di generare nuove forme di iconicità in un mondo che ha smarrito ogni trascendenza.

Kounellis | Warhol. La messa in scena della tragedia umana: la classicità di Jannis Kounellis e il pop di Andy Warhol, veduta della mostra, Galleria Fumagalli, Milano, 2025. Foto Guido Rizzuti. Courtesy Galleria Fumagalli

Nel lavoro di Jannis Kounellis la materia è il luogo primario del tragico. Ferro, carbone, sacchi, capelli: reliquie laiche, resti concreti dell’esistenza umana, impregnati di una memoria che non ha bisogno di parole. Qui l’icona nasce dall’urto diretto con la realtà: non immagine ma incarnazione, non metafora, presenza. La spiritualità che ne deriva è una liturgia della materia, un rito asciutto, severo, che restituisce al quotidiano la sua dimensione tragica. Kounellis non allude: attesta.
Warhol opera nel territorio opposto, eppure giunge a un esito sorprendentemente affine. Nelle serie Knives e Shadows, come nelle polaroid e nei celebri volti di Marilyn e Jackie, l’immagine non fa altro che suggerire, alludere. È superficie che si ripete, che si moltiplica, che insiste fino a diventare reliquia. La morte non è un tema: è la silente condizione che attraversa ogni figura, anche la più intoccabile. La patina lucente incrina la sua stessa brillantezza, lasciando affiorare una spiritualità rovesciata, che nasce dall’impermanenza.

Jannis Kounellis, Senza titolo, Svelamento, 2012, Cripta della Chiesa di San Fedele a Milano Photo Luca Casonato

Eppure, nella distanza dei loro linguaggi, Kounellis e Warhol si incontrano là dove non ci aspetteremmo: nell’idea stessa di icona come rito salvifico. Per il primo, sopravvive la materia, per il secondo, sopravvive l’immagine. Entrambi eleggono qualcosa a forma di resistenza contro la caducità: un frammento del mondo, un residuo di luce, un oggetto che testimonia o un volto che persiste. La mostra lo rivela con rara sensibilità e precisione: non è la dialettica, piuttosto ovvia, tra materia e superficie, ma tra due modalità divergenti di custodire l’esistenza nel momento in cui questa tende a dissolversi.
Il merito della Galleria Fumagalli è, allora, l’aver scelto la via più complessa: non forzare analogie, non smussare differenze, non cercare un terreno comune artificiale. L’accostamento dei due artisti non pacifica, non consola. Genera, piuttosto, una fertile frizione, che permette di cogliere come, attraverso strade opposte, entrambi abbiano cercato un’iconicità inedita, capace di sopravvivere al disincanto contemporaneo. L’una fondata sulla densità del reale, l’altra sull’esile eternità dell’immagine.
Ne scaturisce una mostra che si colloca come esercizio critico sulla possibilità dell’icona oggi, sulla sopravvivenza del sacro in un tempo che l’ha negato e sulla resistenza che arte e materia, immagine e oggetto, continuano a esercitare contro la dissoluzione del mondo.

Kounellis | Warhol. La messa in scena della tragedia umana: la classicità di Jannis Kounellis e il pop di Andy Warhol, veduta della mostra, Galleria Fumagalli, Milano, 2025. Foto Guido Rizzuti. Courtesy Galleria Fumagalli

A questo punto, una parte di me sarebbe tentata di chiamare in causa quel film degli anni ‘90, La morte ti fa bella. Non solo per inserire nella recensione un riferimento pop, quanto più per l’estetica scintillante e la fissazione per l’eterna giovinezza descritte nella pellicola, che intercettano in modo quasi profetico un nervo scoperto del nostro presente. L’immortalità passa per la superficie. La sopravvivenza non è più una questione biologica, ma visiva. La morte, paradossalmente, diventa glamour, un effetto speciale da maneggiare con cautela. In questo corto circuito tra splendore e rovina s’insinua una considerazione curiosa: la morte ti fa pop. A durare, alla fine, non è la vita, ma ciò che di essa diventa icona. E forse è qui che si comprende una cosa semplice: le reference non servono a spiegare l’opera, ma a misurare quanto siamo disposti a confessare ciò che ci ha formati. È quasi comico: tutti vogliono sembrare originali, poi basta un dettaglio perché riemerga quello che ci ha cresciuti, la nostra zona franca, ciò che ci è vicino anche quando fingiamo di essere passati oltre.
Forse è per questo che, davanti a certe immagini, smettiamo di chiederci cosa raccontano e iniziamo a chiederci cosa lasciano. Ogni mostra, in fondo, prova a competere con il tempo: alcune si consumano, altre sedimentano. Ed è lì che succede qualcosa di raro. Non quando capiamo tutto, ma quando riusciamo a riconoscere ciò che resta. Lì si vede se un’opera sopravvive, se diventa memoria, se diventa segno. O, per dirla senza giri di parole, se diventa pop.

Kounellis | Warhol. La messa in scena della tragedia umana: la classicità di Jannis Kounellis e il pop di Andy Warhol
da un’idea di Annamaria Maggi

26 novembre 2025 – 29 maggio 2026

Galleria Fumagalli
via Bonaventura Cavalieri 6, Milano

Orari: da lunedì a venerdì 13.00-19.00

Info: +39 02 36799285
info@galleriafumagalli.com
www.galleriafumagalli.com

Kounellis | Warhol. La messa in scena della tragedia umana: la classicità di Jannis Kounellis e il pop di Andy Warhol, veduta della mostra, Galleria Fumagalli, Milano, 2025. Foto Guido Rizzuti. Courtesy Galleria Fumagalli
Kounellis | Warhol. La messa in scena della tragedia umana: la classicità di Jannis Kounellis e il pop di Andy Warhol, veduta della mostra, Galleria Fumagalli, Milano, 2025. Foto Guido Rizzuti. Courtesy Galleria Fumagalli
Kounellis | Warhol. La messa in scena della tragedia umana: la classicità di Jannis Kounellis e il pop di Andy Warhol, veduta della mostra, Galleria Fumagalli, Milano, 2025. Foto Guido Rizzuti. Courtesy Galleria Fumagalli
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Kounellis | Warhol. La messa in scena della tragedia umana: la classicità di Jannis Kounellis e il pop di Andy Warhol, veduta della mostra, Galleria Fumagalli, Milano, 2025. Foto Guido Rizzuti. Courtesy Galleria Fumagalli
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Kounellis | Warhol. La messa in scena della tragedia umana: la classicità di Jannis Kounellis e il pop di Andy Warhol, veduta della mostra, Galleria Fumagalli, Milano, 2025. Foto Guido Rizzuti. Courtesy Galleria Fumagalli
Kounellis | Warhol. La messa in scena della tragedia umana: la classicità di Jannis Kounellis e il pop di Andy Warhol, veduta della mostra, Galleria Fumagalli, Milano, 2025. Foto Guido Rizzuti. Courtesy Galleria Fumagalli
Kounellis | Warhol. La messa in scena della tragedia umana: la classicità di Jannis Kounellis e il pop di Andy Warhol, veduta della mostra, Galleria Fumagalli, Milano, 2025. Foto Guido Rizzuti. Courtesy Galleria Fumagalli
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Eleonora Bianchi

Eleonora Bianchi è critica d’arte e curatrice. Si forma all’Accademia di Belle Arti SantaGiulia di Brescia, dove consegue il diploma di primo livello in Comunicazione e Valorizzazione del Patrimonio Artistico e conclude il biennio specialistico in Comunicazione e Didattica dell’Arte. Collabora con gallerie e associazioni culturali tra mostre e progetti educativi. Scrive per Espoarte dal 2023, con tanta passione per l’arte e poca pazienza per il superfluo.

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