VARESE | PUNTO SULL’ARTE | Fino al 20 dicembre 2025
SARZANA (SP) | Fortezza Firmafede | Dal 13 dicembre 2025 al 3 maggio 2026
Intervista a GIUSEPPE VENEZIANO di CHIARA CANALI
Con Ogni favola è un gioco, personale ospitata alla galleria PUNTO SULL’ARTE di Varese, Giuseppe Veneziano torna a confrontarsi con uno dei territori più fertili della sua ricerca pittorica: l’appropriazione di immagini già esistenti e la loro riconfigurazione in chiave narrativa, pop e perturbante. Protagonista indiscusso del New Pop italiano e tra i principali esponenti della corrente dell’Italian Newbrow, formulata dal critico Ivan Quaroni, Veneziano ha costruito negli ultimi venticinque anni un lessico visivo che si alimenta di codici eterogenei – dall’iconografia sacra al fumetto, dalla storia dell’arte alla cultura pubblicitaria – per produrre allegorie satiriche della contemporaneità.
In questa mostra, il tema delle fiabe, spesso filtrate attraverso l’immaginario disneyano, diventa un dispositivo di interrogazione della società, sospeso tra innocenza e trasgressione, desiderio e disciplina, mito e mercato. Anche il celebre saggio di Vladimir Propp, Morfologia della fiaba, mostra come le fiabe siano costruite su una struttura profonda, fatta di funzioni e schemi che si ripetono a prescindere da tempo e luogo.

Biancaneve, Pinocchio, Cappuccetto Rosso e Alice non sono più figure pedagogiche, ma agenti di una “commedia umana” dove l’infantile e l’adulto si confondono, e dove la cultura pop appare come il luogo in cui si negoziano identità, sessualità, ruoli e paure collettive.
Attraverso campiture piatte, contorni netti e cromie vivide – cifra stilistica che rende il suo linguaggio immediatamente riconoscibile – Veneziano costruisce un teatro visivo che seduce e disturba, invitando lo spettatore a entrare in un gioco di riconoscimenti e slittamenti iconografici. Le sue immagini sono familiari, ma non rassicuranti; ironiche, ma non innocue; semplici nella forma e complesse nella trama simbolica.
Abbiamo intervistato l’artista per approfondire i temi della mostra, il rapporto con l’immaginario fiabesco e il ruolo dell’ironia nel suo lavoro, ma anche per capire se, oggi, le favole siano ancora uno strumento efficace per raccontare la realtà.

La mostra si intitola Ogni favola è un gioco, citando un brano di Edoardo Bennato del 1983. Perché hai scelto questo titolo e in che modo sintetizza il senso del tuo progetto espositivo?
Le favole e le fiabe sono state le prime letture della mia infanzia, con esse ho iniziato ad alimentare la mia fantasia. Passavo ore e ore a leggere e guardare le immagini di Biancaneve o del Brutto Anatroccolo. Provavo a ricopiare quelle illustrazioni e a inventare nuove fiabe, un processo creativo che non ho mai abbandonato. Infatti in allegato al catalogo della mostra c’è anche una favola scritta e disegnata da me. Il titolo della mostra l’ho preso in prestito da una canzone di Edoardo Bennato perché credo sia uno dei suoi capolavori. La favola e il gioco sono due aspetti fondamentali per chi vuole fare arte.
Da sempre reinterpreti le immagini già esistenti – della cronaca, della politica, della storia dell’arte e della cultura pop – costruendo nuovi intrecci iconografici. È ancora possibile, in epoca odierna, utilizzare il registro delle favole oppure bisogna rivolgersi ad altri strumenti espressivi?
Spesso mi sono chiesto chi è l’autore di un’opera? Crediamo veramente nell’autorialità? Io ho forti dubbi. Le nuove immagini sono sempre frutto di associazioni o comparazioni, e nei casi più fortunati di intuizioni. Ognuno di noi è l’insieme di tante sensazioni e suggestioni che hanno caratterizzato la sua esistenza, e quando ci esprimiamo con la parola o con il disegno, è sempre un esercizio di memoria. Credo più nell’autenticità che nell’originalità.

Favole, citazioni storiche, cultura pop, religione: nel tuo lavoro gli immaginari si incontrano e si scontrano. Qual è il ruolo dell’ironia?
L’ironia è salvifica, ti permette di raccontare la realtà da una certa distanza. Fare incontrare mondi lontanissimi ti dà la possibilità di generare paradossi che aprono nuove porte e nuove chiavi di lettura nella tua visione del mondo.
Una parte della mostra è dedicata a sculture e installazioni, come The murder of Grumpyo Innocenti evasioni. Per te la tridimensionalità cosa aggiunge alla narrazione del racconto visivo?
Sono arrivato alla scultura molto tardi, ho realizzato la prima scultura a quarant’anni. È stato il gallerista Stefano Contini a commissionarmela. Si trattava di un David in bronzo alto quasi tre metri. Da allora non ho più smesso, quando ne ho la possibilità ne realizzo di nuove. Il processo ideativo è lo stesso della pittura, si individua un tema da trattare e si tenta si svilupparlo con il proprio linguaggio. Non credo che la scultura aggiunga qualcosa in più nella narrazione visiva, semplicemente alcune idee funzionano anche nella tridimensionalità e altre no.

Nel dipinto Alice Wonder Social del 2025, la protagonista di Carroll viene riscritta attraverso l’esperienza digitale: la meraviglia diventa scrolling. È una critica alla nostra epoca iperconnessa?
Alice diventa un’ottima metafora per rappresentare gran parte della generazione di adolescenti del nostro tempo. Per molti di loro il paese delle meraviglie si trova proprio dentro la dimensione dei social.
Sei in procinto di inaugurare una mostra antologica presso la Fortezza Firmafede di Sarzana (La Spezia) dove presenti oltre settanta opere in un allestimento che sembra voler consacrare il tuo ruolo nel panorama contemporaneo italiano. Guardando a ritroso la tua storia, dalla prima mostra nella Galleria Inga-Pin di Milano nel 2006 al presente, riconosci un’evoluzione nel tuo percorso di ricerca?
La mostra nella galleria di Luciano Inga Pin arrivò dopo 5 anni che vivevo a Milano. I primi anni nella capitale meneghina sono stati difficili, mi sentivo uno sprovveduto a cui nessuno dava ascolto. Non so oggi quante gallerie darebbero fiducia a un giovane artista senza pedigree e in quelle condizioni. In realtà non mi sono mai posto la questione dell’evoluzione del mio percorso, ho sempre seguito solo le mie intuizioni e la mia coscienza. Dietro ogni mia opera non c’è nessuna strategia, c’è tanta riflessione e progettualità, un’attitudine che ha sicuramente a che fare con la mia laurea in architettura. La mostra pubblica Anthology a Sarzana, a cura di Luca Nannipieri, vuole consacrare questi 25 anni di attività artistica, saranno esposte molte opere che in questi anni sono state oggetto di polemiche, ma anche molte altre che la polemica l’hanno saputa evitare. Penso che la sincerità dell’artista nei confronti del proprio lavoro, alla fine venga riconosciuta e ripagata.

Molte tue opere, negli anni, sono state oggetto di censura o hanno acceso dibattiti pubblici, coinvolgendo scrittori, critici, intellettuali e personalità pubbliche, da Oriana Fallaci a Dario Fo, fino ad Oliviero Toscani, Philippe Daverio e Vittorio Sgarbi. Secondo te, che ruolo ha avuto lo scandalo nel tuo percorso artistico: è stato un effetto collaterale inevitabile di una ricerca iconografica radicale, o una componente consapevole della sua strategia visiva? Come pensi che, a distanza di anni, queste opere possano essere lette oggi, in un contesto culturale radicalmente cambiato, ma forse ancora più sensibile e polarizzato?
Spesso le mie opere sono delle trappole visive. Può capitare di trovarsi di fronte a un’immagine suggestiva, colorata, accattivante, mentre il soggetto parla di dolore o di morte. Nel momento in cui rappresenti qualcosa, non puoi limitarti a dipingere solo il bello, il buono, il divertente, sarebbe una visione parziale del mondo in cui vivi. Attraverso le mie opere tento di rappresentare la contestualità delle dimensioni opposte.
Giuseppe Veneziano. Ogni favola è un gioco
Fino al 20 dicembre 2025
PUNTO SULL’ARTE
Viale Sant’Antonio 59/61, Varese
Info: www.puntosullarte.com
Giuseppe Veneziano. Anthology
a cura di Luca Nannipieri
13 dicembre 2025 – 3 maggio 2026
Fortezza Firmafede, Sarzana
Info: www.fortezzafirmafede.it



