MODENA | Teatro Sociale di Novi di Modena | 14 febbraio – 22 marzo 2026
Intervista ad ANDREA SALTINI di Francesca Di Giorgio
Con Hamlet Suite, l’artista Andrea Saltini – attraverso un percorso espositivo che comprende dieci dipinti inediti di medie e di grandi dimensioni, tutti realizzati nel 2024 e nel 2025 e quattro sculture dedicate a Ofelia, Rosencranz, Guildenstern e Yorik – rilegge la storia dell’Amleto, un testo da attraversare più che da citare, innestandolo in uno spazio reale – il Teatro Sociale di Novi di Modena (attualmente in restauro) – che diventa scena mentale e architettura simbolica. Questa intervista entra nel laboratorio del progetto, toccando i temi dell’originalità, della tradizione, del ruolo dello spazio espositivo e della responsabilità dell’artista nel maneggiare figure cariche di memoria e di potere.
Tra rovine, impalcature e fantasmi, Hamlet Suite mette in scena, dal 14 febbraio al 22 marzo, un dialogo inquieto con il classico per eccellenza della modernità occidentale. Mentre in questi giorni si parla molto del film, ora nelle sale, Hamnet – Nel nome del figlio, un’indagine sulla capacità dell’arte di trasformare il dolore non superato, l’Amleto di Saltini diventa qui una maschera critica, un dispositivo per attraversare le contraddizioni del presente…

Hamlet Suite sembra inserirsi nella lunga genealogia delle riscritture di Amleto (da Laforgue a Carmelo Bene), assumendo l’opera shakespeariana come dispositivo critico più che come semplice fonte iconografica. In che modo il progetto si pone rispetto a questa tradizione di “tradimenti produttivi” del classico? Quale posizione teorica rivendichi rispetto all’idea di originalità quando si lavora su un testo fondativo della modernità occidentale?
L’originalità nella reinterpretazione di un testo come l’Amleto porge il petto alle coltellate dell’analisi e alla riflessione critica… L’attualità dei suoi temi e la sua forza contemporanea sono eterne e non smettono di sviluppare nuove domande, significati non ancora espressi. Per me è una cosa naturale, da sempre, nel mio lavoro, non mi preoccupo di ricercare un’originalità autentica anche quando cito o agisco per ispirazione di opere canoniche. La bellezza della pittura è che c’è sempre una distanza da colmare, un viaggio da percorrere di fronte a noi poi, accade esattamente come nella vita, quando ci si pone un obiettivo e si finisce quasi sempre da un’altra parte… Come un salmone che balza fuori dal fiume, e si ritrova sulla terraferma, boccheggi, mentre il fiume, poco lontano, continua a scorrere… Ma alla fine termini l’opera, e questa sembra dirti: ecco come sei finito qui! Sono fermamente convinto che in arte, l’originalità non deve essere intesa come un’assenza di influenze, ma piuttosto come una risposta attiva e riflessiva a un patrimonio culturale sterminato e complesso. Dialogare con il passato in un modo diverso, nuovo, un modo mio.

Il Teatro Sociale di Novi, chiuso e in restauro, diventa parte integrante dell’opera: uno spazio reale che si trasforma in mappa mentale dei personaggi. In che modo l’architettura del teatro ha influenzato le scelte compositive e narrative della mostra? Il luogo diventa a sua volta protagonista del lavoro? Possiamo leggere questo dispositivo come una riflessione sulla scena contemporanea?
Il Teatro Sociale di Novi, chiuso da cinquant’anni, attualmente in restauro, non è solo un elemento scenografico, ma diventa un attore centrale nel processo creativo. Dal momento in cui ho mostrato alla curatrice Anna Vittoria Zuliani questo spazio magnifico, condividendo con lei la mia visione, l’architettura del teatro si è trasformata in una mappa mentale che riflette le complessità psicologiche e relazionali dei personaggi di Amleto. Lo stato di assopimento pre restauro in cui versano le diverse aree del teatro può essere interpretato come metafora dei conflitti e delle dinamiche interne della tragedia shakespeariana e allo stesso tempo suggerisce un tema di imminente rinascita. L’intento è stato quello di creare un allestimento in grado di condurre il pubblico attraverso il tempo impiegato nel viaggio verso l’opera – che poi è anche il viaggio dello spettatore – creando un ambiente in grado di amplificare le emozioni e le tensioni presenti nel testo. Le imponenti e totalizzanti impalcature che sorreggono e avvolgono tutto simboleggiano non solo il recupero di uno spazio, ma anche il diramarsi di narrazioni e significati. Questo approccio mi ha consentito di giocare con la percezione del pubblico, invitandolo a esplorare la mia reinterpretazione dei contenuti dell’Amleto in un contesto fisico che ne intensifica il significato, evocando riflessioni sulla continuità e il riemergere della contemporaneità. Quello che Carmelo Bene definiva “gonfiage”.

Per la prima volta nel tuo percorso compaiono sculture: corpi assemblati da objets trouvés che incarnano figure archetipiche come Ofelia, Yorick, Rosencranz e Guildenstern. Cosa ti ha permesso la tridimensionalità che la pittura non ti consentiva?
Queste sculture sono archetipi, non sono ritratti, ma archetipi di un mondo che vedo come un immenso palcoscenico su cui si svolge la commedia umana. Personaggi che appaiono fluttuanti, malinconici, in pose introspettive. Ho cercato di catturare, di fermare, sentimenti profondi nelle espressioni dei loro volti. Quando si guarda queste teste, appare un’intera vita. Si possono immaginare la vita e i sentimenti del personaggio, i suoi tormenti, i suoi fallimenti e le sue speranze. La malinconia si annida dietro i loro occhi; rappresentano l’ambivalenza della nostra posizione nel mondo: mostruosa e bella, forte e vulnerabile. Si tratta di veri e propri assemblaggi frutto della sperimentazione di diverse tecniche e materiali: stampi in poliuretano, resina, legno, silicone, ceramizzanti, creta, ferro, stoffe, piume, plastica e oggetti trovati. Rappresentano quattro personaggi dell’Amleto: Ofelia, Yorik, Rosencranz & Guildenstern, presenti anche sui dipinti. Da diversi anni esploro la tridimensionalità, che, a differenza della pittura, richiede un approccio e scelte premeditate e studiate con largo anticipo. Stabilisco ogni volta dei parametri di lavoro molto stretti e dentro quei confini mi esprimo con la massima libertà, pur avendo fin dall’inizio una direzione precisa, e una meta che vorrei raggiungere.

Il tuo Amleto sembra muoversi tra depressione, ironia, non-sense e “presunta pazzia”, come una maschera che consente di dire il vero. Quanto c’è di autobiografico in questo personaggio e quanto è per te una lente per leggere l’instabilità del nostro tempo? In un momento storico segnato da polarizzazioni, crisi e conflitti anche sul senso delle immagini che tipo di responsabilità attribuisci oggi all’artista nel maneggiare figure, miti e simboli così carichi di storia e di potere?
L’artista che fa coincidere l’arte con la propria vita, che ne fa uno specchio, un autoritratto, non dovrebbe mai dimenticarsi del proprio sé… Se io sono quello che ho, e perdo quello che ho… Allora chi sono? Quella per Amleto per me non è solo una bavosa mania, un’ossessione che mi porto appresso da tantissimi anni, il soggetto come sfondo di me (sé) stesso, ma è tragicamente connessa al mio sopravvivere come uomo, e come artista. Del resto è così che si alimentano le ossessioni. Il mio Amleto, con il trascorrere degli anni è diventato sempre più laforguiano, utilizza la follia come mezzo, l’espediente che tutto concede, e non si limita a quella conseguenza del dolore di cui ci parla Shakespeare. L’Amleto è un figlio votato suo malgrado a vendicare, riparare, amministrare, il pesante lascito del padre. Non è forse questo il grande fardello, la malcelata verità che ammorba tutta la mia generazione? Quella dei padri “che lo facevano per i figli… Per dare un futuro ai figli”…? Amleto, in fondo, è uno dei tanti come noi. Se un giorno la qualità della nostra esistenza supererà quella di questo presente, ereditato dai nostri padri, allora forse potrà dire di aver vissuto una buona vita. Io potrei ritenermi un buon artista, ma se non sarà così, sarò destinato al girone infernale degli artisti insignificanti. L’Amleto di Jules Laforgue ripete spesso: Mais l’art est si beau et la vie si courte (Ma l’arte è così bella e la vita così breve, ndr)…

Hamlet Suite è, per te, un gesto di resistenza, di esposizione della fragilità o di messa in crisi dei dispositivi culturali che ancora ci governano?
Io lo definirei quel “non-governo” – in crisi oramai da anni – dei dispositivi del sistema culturale. L’arte reinterpreta, prende, pezzi di vita, frammenti e spaccati del mondo e ci fornisce modi e chiavi di lettura differenti. Non ci da risposte, ma la possibilità di narrazioni diverse: eccezionali, tragiche, semplici e complesse. Insomma fa il lavoro sporco al posto nostro con il rischio di migliorare le nostre vite. È qualcosa di prezioso l’Arte! Chi ci governa, chi si occupa di formazione e di cultura qui, nel Bel Paese, ignora completamente questa fortuna, non se ne occupa. Tutto è un po’ fast, bonsai… Si smarriscono i significati, le ragioni, la ricchezza del confronto. Tutto diventa Sagra della Salamella, consolazione e oggetto. Di arte consolatoria e di sagre è pregna l’Italia. Gli artisti resistono, ma quando un insigne presidente di regione vola fino a New York all’Equity Champions, per portare le eccellenze italiane e presenta una forma di formaggio e una bottiglietta di aceto, viene da pensare che qualcosa durante la selezione dev’essere andato storto. In quale posizione della graduatoria si trova attualmente la salamella? La verità è che la Cultura nella maggior parte dei casi è sovraintesa e diretta da individui approssimativi che, quando gli gira bene, confondono l’intrattenimento con la Cultura; strigliacavalli berlingozzi che ricoprono ruoli non pertinenti, facce torve che ti scrutano e ti giudicano, dottori in incompetenza, costantemente in balia della Crisi. È da quando sono al mondo che nel nostro paese sento parlare di crisi. Crisi di coppia, Crisi di valori, Crisi delle infrastrutture, Crisi del made in Italy, Crisi dei mercati finanziari, Crisi di governo… di Palazzo Chigi, di Palazzo Madama. Il Mondo della Cultura è in crisi! La Crisi del sistema dell’Arte. A volte pubblicano libri, escono articoli che parlano della Crisi: analisi, giustificazioni e chiarimenti., fanno dei convegni, anche… Riti di onanismo collettivo. Quando finiranno queste così dette Crisi o, almeno, quando si inizierà a pensare come risolverle?! Crisi, Crisi… Crisi. “Parole, parole… parole, ma che cosa mi ci vuole?” direbbe arrivati a questo punto l’Amleto di Carmelo Bene. Io penso che l’arte non cambierà mai il mondo e, soprattutto, dovrà fare sempre del suo meglio per resistere, per non essere associata alla Sagra della Salamella, restando a parte dalla politica.

ANDREA SALTINI. Hamlet Suite
a cura di Anna Vittoria Zuliani
organizzata da Daniel Bund con DOBLE Mostra di Arte Contemporanea
14 febbraio – 22 marzo 2026
Inaugurazione sabato 14 febbraio, ore 18.00
Teatro Sociale di Novi di Modena
Orari: sabato ore 16.00-19.00 | domenica ore 11.00-13.00 e 16.00-19.00, gli altri giorni su appuntamento. Ingresso gratuito
Info: +39 331 4047488
doble.artecontemporanea@gmail.com



