VITTORIO VENETO (TV) | Museo della Battaglia | Fino al 12 dicembre 2025
di FRANCESCO LIGGIERI
C’è un luogo, a Vittorio Veneto, dove il passato non è un ricordo ordinato in un catalogo, ma una sostanza irregolare che si attacca alle pareti. Si chiama Museo della Battaglia, e già dall’ingresso capisci che non è un museo nato per rassicurare nessuno. È una creatura antica che respira ancora la tensione del Primo conflitto mondiale: pareti che sembrano ascoltare, una cappella che pare trattenere una preghiera rimasta sospesa per troppo tempo, crepe che non vogliono riposare.
Dentro questo scenario si apre Giorni di Guerra – L’Ombra del Fotografo, una mostra che ha la strana qualità delle esperienze che non finiscono quando le lasci: ti seguono. O peggio, ti guardano loro.

Curata da Simone Da Dalt e Jasmine Miraval, la mostra nasce dal convegno veneziano Giorni di Guerra, che già nel nome programma una cosa scomoda: non un approfondimento storico, ma un dialogo continua tra conflitti. Passati, presenti, potenziali. E soprattutto tra le immagini che li raccontano, che li tradiscono, che li sopravvivono. Perché il punto qui non è la guerra, ma il modo in cui la guerra resta intrappolata dentro le fotografie, le incisioni, i video, le performance. E ci resta per molto tempo dopo che gli scontri si sono conclusi, come un rumore di fondo che nessuno riesce a spegnere davvero. Il percorso apre con un gesto che ha la semplicità di una domanda fatta bene: come vedevano la guerra quelli che ci stavano dentro?
E allora ti trovi davanti Heinrich Vogeler e Luigi Marzocchi, due uomini che, un secolo fa, non potevano neanche immaginare che qualcuno avrebbe guardato le loro immagini dentro un museo. Vogeler incide la guerra come se fosse un paesaggio naturale, come se la trincea fosse un elemento del mondo che l’uomo, volente o nolente, deve imparare ad abitare. Marzocchi, fotografo e meccanico dell’esercito, costruisce invece una geometria di claustrofobia: gallerie, cunicoli, angoli dove l’aria deve avere avuto un sapore metallico e scomodo.

Messi insieme — e la mostra lo fa con una precisione quasi chirurgica — creano una conversazione silenziosa tra due modi di vedere la stessa cosa: la guerra non come un evento, ma come un ambiente, un tempo sospeso dove la vita e la morte convivono come coinquilini mal sopportati. Le loro immagini, oggi, non chiedono più di essere guardate. Ti guardano loro, e lo fanno con la pazienza degli oggetti che hanno aspettato un secolo per farsi capire. Poi si passa al presente, e qui la cosa si complica. Non perché sia più difficile, ma perché è più vicino.
I collages di Daniil Revkovskyi e Andrii Rachynskyi parlano della guerra come di un fenomeno industriale e geologico allo stesso tempo. Nelle loro Carpathian Series, le cartoline dei Carpazi diventano mappe di un futuro esaurito, lettere ingiallite dialogano con resti minerali e tracce di infrastrutture militari. È un’archeologia del disastro che non guarda indietro, ma in avanti: come se la memoria fosse già una rovina anche quando è ancora viva. Le loro opere hanno la gravità di un terreno che cede sotto i piedi. Ogni immagine è una frana lenta. E poi arriva Stanislava Pinchuk, con le sue fotografie mutilate. Cento ritratti di soldati ucraini: visi cancellati, identità sottratte non per nascondere, ma per proteggere. Non è la cancellazione del dolore: è la salvezza del corpo invisibile. Pinchuk crea figure che esistono perché rifiutano di essere archiviate da una macchina che registra tutto. Se qualcuno volesse spiegarci cosa significa diventare fantasmi della macchina, ecco: basta guardare queste immagini. L’assenza, qui, pesa più della presenza. Albane de Labarthe, invece, ti chiede di pensare alla memoria come a una pelle. Le sue Toile Libre, tele dipinte su lenzuola antiche, sembrano respirare davvero: ondeggiano, tremano, occupano lo spazio come se fossero corpi che non hanno ancora deciso se apparire o svanire. Nella performance che apre la mostra, l’artista danza tra queste tele: non un gesto estetico, ma una dichiarazione di cura. Come se stesse tentando di ricucire un tessuto emotivo che la guerra — qualsiasi guerra — consuma e strappa.

Il percorso, a questo punto, ti ha già tolto tutte le certezze. E allora ecco la domanda definitiva: Che cosa significa guardare una guerra senza esserne colpiti? È possibile? È giusto? Il museo risponde mostrando un’ombra. L’ombra del fotografo. Quel segno accidentale che a volte entra nei negativi come se volesse ricordare che dietro l’immagine c’è un corpo, con le sue esitazioni, le sue paure, la sua responsabilità. La mostra rende questa ombra un principio: ogni immagine contiene chi la scatta. E chi la guarda, naturalmente. Nessuno è innocente quando guarda. Nessuno è neutrale. Uscendo dal museo, non c’è una frase che ti aspetta, nessun epilogo che sistemi tutto. Solo la sensazione che qualcosa ti accompagni per un tratto di strada — magari per ore, magari per giorni. Forse un volto cancellato, forse una trincea incisa, forse una lenzuola che si muove come una specie di memoria domestica che non vuole addormentarsi.
O forse solo un’ombra.
Che, a ben vedere, è proprio ciò che la mostra ti chiede di riconoscere: la nostra ombra dentro ogni immagine che decidiamo di guardare.
Giorni di guerra – L’ombra del fotografo
a cura di Simone Da Dalt e Jasmine Miraval
5 novembre – 12 dicembre 2025
Museo della Battaglia di Vittorio Veneto (TV)
Orari: da martedì a venerdì ore 9.30 – 12.30
Sabato, Domenica e festivi: ore 10.00 – 13.00 e 15.00 – 18.00
In altri orari: solo per gruppi (minimo 10 persone) su prenotazione
Info: +39 0438 57695
info@museobattaglia.it
https://www.museivittorioveneto.it/museo_della_battaglia.html#



