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BOLZANO | Fondazione Antonio Dalle Nogare | 22 settembre 2018 – 1 giugno 2019

di GABRIELE SALVATERRA

Per raggiungere l’emozionante sede espositiva della Fondazione Antonio Dalle Nogare – sorta di abitazione/white cube incuneata nella montagna – si attraversa l’abitato di Bolzano dove, se si ha una certa attenzione, si possono osservare importanti segni urbanistici e monumentali che testimoniano il rapporto a volte conflittuale esistente tra popolazione di madrelingua italiana e tedesca. Si tratta di retaggi che spesso affondano le loro radici nel ventennio fascista, per cui si trovano strade intitolate a città del centro-sud Italia che per volontà mussoliniana rappresentavano l’impulso all’italianizzazione dell’area, si affianca la razionalista Piazza del Tribunale contenuta tra l’ex Casa del Fascio e il Palazzo di Giustizia e si incontra, infine, il Monumento alla Vittoria di Piacentini, costruito alla fine degli anni Venti sui precedenti resti incompiuti di un monumento austro-ungarico. Sono segni questi di divergenze culturali che non sembrano neppure troppo lontane se si osserva la netta demarcazione tutt’ora esistente tra partiti italiani e tedeschi, nei manifesti elettorali delle elezioni provinciali appena concluse e ancora appesi lungo le strade della città, con richiami esclusivi e diretti al proprio bacino di riferimento.

Rayyane Tabet, Fault line, exhibition views. Foto: Gabriele Salvaterra

Anche per tutti questi presupposti il lavoro di Rayyane Tabet (Achqout, Libano, 1983) presentato nello spazio della Fondazione ADN, pur ponendo questioni sulla storia passata della regione altoatesina ha anche una sua importante attualità che, per di più, non si limita all’ambito locale ma tocca questioni che diventano sempre più stringenti nel regresso democratico e nella tendenza sovranista che sembrano attraversare l’intero mondo negli ultimi vent’anni. Partendo dall’ormai classico tema del confine e fondando la propria azione su una solida ricerca di storia locale, favorita dalla residenza organizzata da ADN due anni fa, Tabet realizza quella che il curatore Vincenzo De Bellis definisce giustamente una composizione tridimensionale, in cui livelli geografici, artistici, sociali, politici ed economici si intersecano. Per prima cosa lo spazio viene riempito da 120 tonnellate di polvere di marmo di Lasa, una pietra molto solida che si trova in terra sudtirolese, nata dall’enorme pressione esistente lungo la linea di faglia (fault line appunto) su cui scorrono la placca adriatica ed europea. Se qui l’incontro-scontro tra mondo mediterraneo e mitteleuropeo assume dimensioni geologiche, il livello socio-economico viene simboleggiato da un orizzonte inquietante e aggressivo realizzato a muro da 1550 lame da barba “Bolzano”, produzione locale favorita dal regime fascista che oggi continua ad esistere nella dimensione liquida del globale, con proprietà e produzioni estere. Infine, il livello artistico, “biografico” e culturale viene materializzato con il prelievo dalle collezioni di ADN di un piccolo acquerello paesaggistico dell’autore Weber-Tyrol (1874-1957). Nato in Austria, il pittore si trasferisce in Alto Adige e, attraversando due guerre mondiali, vede la propria identità mutare per diventare infine italiana a causa degli sconvolgimenti politici della prima metà del Novecento.

Rayyane Tabet, FAULT LINE (2018), detail. Foto: Jürgen Eheim

Attraverso questi tre “materiali” che vanno a costituire l’intero lavoro e la sua tecnica esecutiva, Tabet visualizza confini, polarizzazioni, divisioni, che vengono poi messi puntualmente in crisi e dispersi. Ogni traccia lasciata dall’artista porta con sé complesse implicazioni che vanno approfondite e chiarite, mentre lo sfaldarsi delle diversità che ne deriva non emerge tanto dall’attività dell’artista ma si trova come readymade negli stessi oggetti studiati e selezionati. Le contraddizioni si dimostrano così già connaturate nella materia storica, fisica e culturale del mondo, rendendo evidente quanto sia una costruzione l’idea di una realtà fatta di schieramenti contrapposti.

Rayyane Tabet, Fault line, exhibition views. Foto: Gabriele Salvaterra

Nonostante poi l’estremo diramarsi di storie e narrazioni che soggiaciono a Fault line l’impatto che si ha dell’installazione è molto fisico, intuitivo, avvolgente, poetico, niente affatto concettoso o pedante. Al contrario si ha la possibilità di entrare con semplicità in un luogo di contemplazione dove la luce naturale che accarezza il bianco del marmo polverizzato rende fluide tutte le differenze, mostrandone anche la natura culturale e politica.

Rayyane Tabet, Fault line, exhibition views. Foto: Gabriele Salvaterra

Rayyane Tabet. Fault line
a cura di Vincenzo de Bellis

22 settembre 2018 – 1 giugno 2019

Fondazione Antonio Dalle Nogare
Via Rafenstein 19, Bolzano

Info: +39 0471 971 626
info@fondazioneantoniodallenogare.com
fondazioneantoniodallenogare.com

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