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Intervista a Matteo Bergamini

Nasce a Milano Fronte Arte Contemporanea, un progetto ideato e curato da Matteo Bergamini. FAC sfida la retorica di tanti approcci al contemporaneo, proponendosi d’imporre una pratica dell’arte vissuta, radicata nel dibattito, nello scambio e nell’interazione, contro modelli e visioni troppo spesso pseudo-elitarie trincerate dietro un’evidente autoreferenzialità.
FAC ha sancito la sua ufficiale apparizione lo scorso 27 maggio con una collettiva di poche ore che presentava opere inedite di diciannove artisti.
Abbiamo parlato con Matteo Bergamini delle radici di questo progetto, delle sue ragioni come curatore e del suo modo di vedere il sistema dell’arte.

Silvia Conta: La presentazione di FAC suona come un manifesto o forse ancor più come la dichiarazione di una forza rivoluzionaria. È molto lontana dalle lunghe prose “concettuose” che spesso caratterizzano la presentazione di nuove associazioni culturali, soprattutto legate all’arte contemporanea. Appare come un pugno allo stomaco verso un modo omologato di varcare la soglia del “contemporaneo ufficiale”. Tutto ciò ha una vena polemica, ma costruttiva, che risulta ben chiara al lettore. Da che cosa nasce, che cos’è e come si pone FAC nei confronti del circuito del contemporaneo?
Matteo Bergamini: Fronte Arte Contemporanea, da qui l’acronimo FAC, vuole essere proprio questo: un dispositivo che tracci un’ulteriore possibile linea per la lettura di un contemporaneo che sia l’incrocio di tensioni, di movimenti e manifestazioni senza “concettuosità” di sorta, ma vicino a una pratica della cultura dell’arte, un atteggiamento che attualmente sembra spesso perdersi nelle nebbie di visioni dal respiro più che corto, inesistente. FAC vuole essere una rete di relazioni, uno spazio di accadimenti unico nel suo genere: è un’associazione che nasce con alcuni artisti proprio a partire dal bisogno comune di mettere in scena qualcosa che apra una nuova dimensione.

Il curatore di FAC è uno, Matteo Bergamini. Sei tu. Da cosa nasce questa scelta in un mondo sempre più costellato da collettivi curatoriali?
Ho un brutto carattere e sono egoista. Ho bisogno di lavorare in solitudine per avere la possibilità di fare esattamente quello che decido io, senza avere altre voci che interferiscano con le mie idee. Magari qualche consiglio lo accetto, ma non mi va di dividere il palco, per ora. Sto pensando di arruolare dei collaboratori che mi aiutino nel lavoro “pratico”, ma per quanto riguarda le scelte ho bisogno di essere un po’ despota. Ad ogni modo amo il confronto e non è detto che FAC non possa diventare anche una piattaforma di scambio con altri curatori, anzi.

Quali sono le urgenze più pressanti dell’arte contemporanea in questo momento?

Questa è una domanda che mi rivolgo quotidianamente anche io. Penso che le urgenze, in quanto tali, siano dettate dall’ambiente in cui ci si trova a vivere, dai rapporti umani, da condizioni culturali e politiche, da una serie di “indagini” sul proprio tempo. Io sostengo le forme e le parole di un’arte che inquieti, che non proponga “canoni” di adeguamento ma nuove e convincenti letture. Ecco, forse l’urgenza più “urgente” è evitare la perpetrazione di un azzeramento.

FAC ha sede a Milano. Che città è Milano, oggi, per l’arte contemporanea?
Milano soffre, un po’ come tutta la penisola, di esterofilia. A Milano mancano idee forti, è una città che continua a crogiolarsi nel pensiero di essere “pur sempre Milano”. Un punto a favore sono gli eventi collaterali del teatro, della musica, dello spettacolo, che fanno di Milano un luogo dove le idee possano crescere e dove si possa ancora “vedere” qualcosa…ma che fiducia si può avere nell’arte a Milano se quello che manca è, in primis, un forte messaggio politico-istituzionale a favore della diffusione dell’arte contemporanea?

La prima mostra realizzata da FAC è stata The wall, una collettiva durata le sole ore dell’opening. In mostra molte opere inedite… Il titolo e la decisione di esporle tutte vicine, su una stessa parete, derivava da una riflessione sull’opera di Alighiero Boetti. Da cosa nasce la scelta di una mostra tanto effimera? Cosa legava le opere esposte?
Boetti affermava che in tutti i tempi e i luoghi, l’essenziale dell’arte è un’immagine frontale, un’icona eletta. Il “Muro” era un work in progress dell’artista, una parete sulla quale appendeva fotografie, ex voto, disegni di amici, stampe che in qualche modo determinavano un passo poetico… The Wall è stata la summa di due anni di lavoro e di incontri, raggruppati in una serie di opere corrisposte ognuna da un diverso intento, ma che si legavano attraverso il filo rosso della teoria boettiana. La durata effimera è stata una scelta stilistica: volevo lanciare il primo lampo, la prima bomba!

Quali saranno i prossimi passi di FAC?

Per la stagione 2010-11 saranno realizzate una serie di mostre e serate-evento, continuando sulla brevità delle manifestazioni e probabilmente cambiando anche spazi e città: un campo “nomade” pronto a rimescolarsi continuamente… diciamo che promettiamo un anno intenso!

Lo spazio in breve:
FAC – Fronte Arte Contemporanea
Direttore artistico: Matteo Bergamini
FAC Room: Via Farsaglia 5, Milano
Info: www.fronteartecontemporanea.org

Mostra d’apertura:
giovedì 27 maggio 2010 dalle 19.00 alle 24.00
THE WALL
liberamente ispirato al “Muro” di Alighiero Boetti (e inconsciamente dai Pink Floyd)
a cura di Matteo Bergamini
FAC Room, via Farsaglia 5, Milano
Artisti in mostra: Davide Allieri, Franko B., Mariangela Bombardieri, Enrica Borghi, Maria Cristina Carpi, Paola Consonni, Fabrizio Cotognini, Cesare Fullone, Carlo Gloria, Paola Mattioli, Sebastiano Mauri, Gianni Moretti, Marco Paganini, Marco Pezzotta, Annalisa Riva, Aldo Runfola, Claudio Francesco Maria Simonetti, Ivana Spinelli, Arianna Vanini

In alto da sinistra:
Una veduta dello spazio FAC. Courtesy FAC
Una veduta della mostra The Wall, 2010. Courtesy FAC

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