BARI | Museo Archeologico di Santa Scolastica | 12 ottobre – 31 dicembre 2025
di TOMMASO EVANGELISTA
La mostra Dove non siamo stati, ospitata al Museo Archeologico di Santa Scolastica fino al 31 dicembre, segna per Bari una delle proposte culturali più significative della stagione. L’esposizione, curata da Giuliana Schiavone e ideata da ARTES [punto di svolta], propone un dialogo singolare tra antichità e contemporaneità, mostrando come le tracce del passato possano ancora interrogare la nostra immaginazione e i nostri futuri.

Il tema centrale è l’impronta – intesa come traccia, indizio, contatto – che diviene il perno concettuale attraverso il quale oltre venti artisti hanno lavorato in relazione diretta con le collezioni archeologiche del museo. Il risultato è un percorso in cui la storia non è solamente sfondo, ma interlocutrice. L’archeologia è, per definizione, una scienza dell’impronta: scava, rileva, osserva ciò che resta ma nella mostra l’impronta non coincide con il reperto, coincide con il contatto, con quell’istante in cui un gesto, un corpo, una forma ha lasciato un segno che oggi appare come residuo di forma o di anima.

Il percorso espositivo comprende opere che trasformano la materia in un dispositivo temporale. Le sculture di Trevor Borg, simili a fossili di un futuro remoto, dialogano con gli elmi antichi del museo creando un ponte inaspettato tra stratificazioni biologiche e tecniche di difesa. Anche Maria Grazia Carriero rilegge il presente con uno sguardo archeologico: la sua mappatura delle impronte di forbici nei marciapiedi pugliesi illumina un gesto apotropaico quotidiano, sopravvissuto agli interventi urbanistici come fragile rito collettivo. Nel ciclo pittorico Antipodi, Pierluca Cetera usa il corpo come archivio genealogico, incrociando immaginari medievali e scienze evolutive in una geografia affettiva che attraversa continenti e lignaggi. La giovane Michela Rondinone lavora sulla ceramica come tessitura di frammenti vivi: nella sua installazione Tessere del tempo, i moduli si uniscono e risuonano tra loro, creando una trama sospesa che ricorda un mosaico sonoro. La traccia diventa così un filo che connette, non un segno da ricomporre.

Alcune opere agiscono come piccoli dispositivi di rivelazione, capaci di modificare il nostro rapporto con ciò che crediamo di conoscere, e quindi con lo sguardo. Le fotografie di Alessandro Cirillo, ispirate ai fossili della Galerie de Paléontologie di Parigi, trasformano reperti scientifici in campi di sospensione percettiva. La serie Badesse di Irene Pucci porta alla luce la presenza-assenza delle madri spirituali del monastero, restituendo al femminile un’aura che vibra tra apparizione e memoria. Nel lavoro Rosetta #2, Daniela Corbascio intreccia giornali di famiglia, velluti e carte in un’architettura di pieghe che richiama la stele omonima, trasformando la traduzione in gesto visivo e affettivo. La ricerca di Antonio Milano, con il Polittico dedicato ai gemelli Benedetto e Scolastica, si concentra invece sulle variazioni nel tempo dell’immagine sacra: strati, velature, abrasioni fanno emergere la materia come palinsesto vivo.

La sezione più convincente della mostra è quella in cui le opere costruiscono alleanze con il reperto museale, senza gerarchie né citazionismi. L’installazione modulare di Jasmine Pignatelli, SEMI (radici future), mette in scena il concetto di matrice e di generazione formale: la scultura si comporta come un organismo aperto, pronto a trasformarsi.

I Bozzoli di Donato Trovato, in alluminio e rame, evocano forme in metamorfosi continua: semi, conchiglie, corpi in transito. Sono sculture che sembrano trovare un’eco naturale nelle vetrine del museo, come se appartenessero allo stesso ciclo evolutivo dei reperti. Elisabetta Sbiroli, con Nepos, rende omaggio all’epigrafe del giovane Nepos di Bisanzio. La scultura in pietra non ricostruisce nulla: trasforma la brevità della vita del ragazzo in una presenza materica che interroga la durata, la memoria e la vulnerabilità. Infine, i Thrausmata di Aurora Lacirignola raccolgono tracce e frammenti come un’archeologia immaginaria, traducendo in tessuto segnico ciò che l’archeologia reale non mostra più: un altro tipo di mappa, in cui la perdita diventa metodo di conoscenza.

Lo sguardo non si limita a osservare, diviene esso stesso impressione. Così, mentre CTRL Z di Michele Giangrande introduce un’impronta di pura luce che appare e scompare come un respiro del tempo, e le Stèles de Lumière di Li Chevalier trasformano la stele antica in una membrana vibrante tra presenza e smaterializzazione, il video Cleaning di Raeda Saadeh porta nell’esposizione la traccia resistente del gesto quotidiano, una polvere che non si lascia cancellare e che restituisce al museo la memoria politica dei corpi invisibili.

Dove non siamo stati affronta con chiarezza una questione fondamentale: cosa significa, oggi, rivolgersi al passato? La mostra risponde mostrando un museo che non si limita a conservare, che produce possibilità, costruisce ponti, immagina alleanze. Nel complesso, si tratta di un’esposizione articolata nel quale il contemporaneo non è decorazione del reperto né l’archeologia è un pretesto scenografico. Al contrario, la curatrice lascia che le opere generino domande e che i reperti rispondano, creando un dialogo aperto, a tratti sorprendente, nel quale il passato si rifrange e, nell’incontro fra rovine e visioni, scopriamo che il presente è solo un istante in cui i tempi si sfiorano senza mai coincidere.
Il verso della poetessa Giovanna Cristina Vivinetto da cui nasce il titolo indica un luogo non ancora attraversato e la mostra ci suggerisce allora che quel luogo esiste e che possiamo raggiungerlo, basta imparare a leggere le tracce antiche con uno sguardo nuovo, a riconoscere ciò che resta vivo anche quando tutto sembra perdersi.
Dove non siamo stati
Un dialogo inedito tra arte contemporanea e archeologia: l’impronta come traccia, memoria, passaggio.
Mostra collettiva a cura di Giuliana Schiavone
Coordinamento generale: Roberta Giuliani
Direzione artistica: Elisabetta Sbiroli
Artisti: Trevor Borg, Pierluca Cetera, Li Chevalier, Teresa Chimienti, Alessandro Cirillo, Daniela Corbascio, Guillermina De Gennaro, Sabino De Nichilo, Raffaele Fiorella, Michele Giangrande, Maria Grazia Carriero, Aurora Lacirignola, Antonio Milano, Ezia Mitolo, Lauren Moffatt, Giuseppe Negro, Jasmine Pignatelli, Irene Pucci, Angela Rapio, Paola Ricci, Michela Rondinone, Raeda Saadeh, Elisabetta Sbiroli, Donato Trovato.
Cinque artisti under 35 – Donato Trovato, Teresa Chimienti, Michela Rondinone, Antonio Milano e Aurora Lacirignola – sono stati destinatari delle residenze del progetto DOVE, selezionato nell’ambito dell’avviso pubblico Residenze artistiche di arte contemporanea in Puglia 2025, finanziato dalla Regione Puglia.
12 ottobre – 31 dicembre 2025
Museo Archeologico di Santa Scolastica
Via Venezia 73, Bari



