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ROMA | GALLERIA BORGHESE | 8 GIUGNO – 7 NOVEMBRE 2021

di MARIA VITTORIA PINOTTI

Può sembrare un’analogia assurda, eppure la mostra DAMIEN HIRST. Archaeology Now, a cura di Anna Coliva e Mario Codognato, allestita presso Galleria Borghese di Roma dall’8 giugno al 7 novembre 2021 e resa possibile grazie al generoso supporto dell’azienda Prada, pare sia stata ideata attorno alla parola “seduzione”. Vocabolo questo che il sociologo Jean Baudrillard, nel piccolo ma efficace volume Parole chiave, indica come uno stato di sfida con cui si pone in pericolo la certezza delle cose per generarne una metamorfosi radicale.[1] La mostra trova ispirazione in un meccanismo seduttivo, in cui l’ineludibile Museo della Galleria Borghese, raccoglitore di secoli di storia dell’arte e di rivoluzioni estetiche, diventa luogo di nuove occasioni espositive.

Damien Hirst, Female Archer, [Arciera], 2013, bronzo, Collezione privata, Ph. by A. Novelli © Galleria Borghese – Ministero della Cultura © Damien Hirst and Science Ltd. All rights reserved DACS 2021/SIAE 2021

Il progetto è opinabile, giacché il visitatore può essere sedotto come può rimanere stupito dal particolare dialogo che si instaura tra il contenitore museale, i capolavori custoditivi e le opere di Hirst. Volendo comprendere meglio il perché di tale divergenza di convinzioni è utile raccontare brevemente la storia dell’artista protagonista dell’esposizione. Damien Hirst (1965, Bristol) si è fatto conoscere dal grande pubblico intorno agli anni Novanta, come membro del movimento artistico YBAs, acronimo di “Young British Artists”. Il gruppo, di cui faceva parte anche Tracey Emin, venne fortemente sostenuto dal commerciante d’arte Charles Saatchi (1943, Baghdad), nonché capo di un impero pubblicitario con base a Londra e fondatore dell’omonima galleria d’arte con sede nella capitale inglese. Sotto l’egida di questo gallerista-mecenate avvenne un cambiamento radicale nel sistema dell’arte contemporanea: le opere e gli artisti divennero uno strumento emotivo, sensazionale e, soprattutto, mediatico. Così, con una forza inaspettata ed un coraggio irresponsabile, Damien Hirst si fece capofila di un linguaggio creativo inconsueto, basti pensare che nell’anno 2007 presentò l’opera intitolata Per L’amore di Dio, composta da un teschio umano tempestato da diamanti, dal valore commerciale di 14 milioni di dollari. Con questi presupposti Hirst si è dimostrato capace di indirizzare la scena artistica, costruendosi un personaggio pubblico tale da dominare il mercato dell’arte contemporanea, che proprio alla fine degli anni Novanta ed inizio Duemila dava segni di ruggente esuberanza.

Damien Hirst, Neptune [Nettuno], 2011, bronzo blu, Collezione privata, Ph. by A. Novelli © Galleria Borghese – Ministero della Cultura © Damien Hirst and Science Ltd. All rights reserved DACS 2021/SIAE 2021

Ritornando alla mostra organizzata presso la Galleria Borghese, si deve precisare che l’ambientazione espositiva riunisce un totale di ottanta opere tratte dalla serie Treasures from the Wreck of the Unbelievable (leggi qui), esposte per la prima volta a Venezia nel 2017 presso Palazzo Grassi Punta della Dogana, a cui sono state aggiunte quelle provenienti da una selezione tratta dalla collezione Colour Space (2016). La particolare ed interessante conformazione dell’allestimento non risulta mai invasiva, presentandosi, di contro, all’insegna del dialogo che in alcune circostanze appare surreale, mentre altre si vela, fino ad inserirsi per immersione nel flusso visivo del luogo. In questo modo le opere di Hirst, soprattutto le sculture esposte al piano inferiore della galleria, si piegano al tempo remoto come uno strumento di sperimentazione materiale ed iconografica; difatti l’artista, utilizzando diversi materiali come pietre dure, argento ed oro, ripensa le iconografie desunte dalla storia delle antiche civiltà egizie, greche e romane.

Damien Hirst, Tadukheba, 2010, bronzo, Collezione privata, Ph. by A. Novelli © Galleria Borghese – Ministero della Cultura © Damien Hirst and Science Ltd. All rights reserved DACS 2021/SIAE 2021

Non è un caso che la scienza archeologica, citata nel titolo della mostra, diventi una fonte inesauribile per le iconografie scultoree di Hirst, sì da essere la sostanza su cui si costruisce la prima parte dell’intero percorso espositivo. Ed ecco che le sculture tesoro sono caratterizzate da una stratificazione di archeologia marina, e così molluschi, alghe, conchiglie e particolari biologie oceaniche si trovano incastonate nelle sculture ancora umide di salsedine. Sebbene, come detto, queste creazioni siano già state esposte presso Palazzo Grassi Punta della Dogana nel 2017, qui assumono una nuova facies, lasciandosi assorbire dal contesto in un incontro confluente con i classici della storia dell’arte.

Damien Hirst, Lion Women of Asit Mayor, [Donne con leone da Asit Mayor], 2012, bronzo, due elementi 170x154x315 cm / 169,5x134x300,5 cm, Edizione di 3 più 2 P.A., Collezione Prada, Milano, Photographed by Prudence Cuming Associates Ltd, © Damien Hirst and Science Ltd. All rights reserved, DACS 2021 / SIAE 2021

Avviene, quindi, che questa ecclettica creatività marina dell’artista si apra all’ingresso della mostra con la scultura intitolata Donne con leone da Asit Mayor (Lion Woman of Asit Mayor), che funge come iniziatrice di un dialogo che prosegue lungo tutto il percorso museale. Le sculture sensuali e sublimi sono state realizzate a partire da un inedito storytelling leggendario ideato da Hirst: il liberto antioco Cif Amotan II (I e il II Secolo d.C), iniziò a collezionare opere d’arte per arricchire il Tempio del Sole di Asit Mayor, appositamente innalzato per ospitare questo tesoro. La collezione fu imbarcata su un vascello, chiamato Ápistos, che naufragò tragicamente, così soltanto nell’anno 2008 questo capitale artistico fu rinvenuto e tornò a brillare alla luce del sole.

Un aggettivo ideato da Platone, ben si addice al progetto espositivo di cui si parla: si tratta della parola greca atopos, ovvero bizzarro e strano! Soprattutto in alcune sale del Museo questo attributo diventa pregnante e diffuso, in particolare nel dialogo con l’iconografia della Medusa, da cui nascono la serie di opere di Hirst intitolate La testa mozzata di Medusa (The Severed Head of Medusa). Inoltre, la scelta di replicare lo stesso soggetto, con materiali diversi, quali la malachite e l’oro, è giustificato per l’aspetto ambivalente di quest’ultimo materiale, in grande uso nell’antica Roma, che se ridotto in polvere risultava nocivo alla salute dell’uomo. Il ricorso all’oro è ricorrente in molte opere e trova giustificazione per la conclamata preziosità del minerale, che tanto interessa alla società attuale, fino a regolarne gli equilibri economici, inoltre, l’oro, come si sa, è l’unico metallo inossidabile anche nelle profondità marine. Così, l’intreccio del racconto mitico di Hirst e le citazioni storiche diventano un dono per svelare il valore post-estetico delle opere stesse.

Damien Hirst, The Severed Head of Medusa, [La testa mozzata di Medusa], 2008, Malachite, 38×49,6×52 cm, Edizione di 3 più 2 P.A. Collezione privata, Photographed by Prudence Cuming Associates Ltd © Damien Hirst and Science Ltd. All rights reserved, DACS 2021 / SIAE 2021

Al piano superiore della Galleria Borghese, il camaleontico ed eclettico Hirst, cambia registro linguistico approdando alla tecnica dello Spot Painting, le cui opere trovano spazio tra i capolavori indiscussi della storia dell’arte occidentale. Un peculiare dialogo, poiché i lavori rompono la fluidità espositiva del museo, essendo caratterizzate da limpidi punti luminosi che rappresentano semplicemente la purezza e brillantezza del colore.

Damien Hirst, Fern Court, [Verde sottobosco], 2016, vernice lucida su tela, Collezione privata ed The Skull Beneath the Skin [Il teschio sotto la pelle], 2014, Marmo rosso e agata bianca, Collezione privata Ph. Di A. Novelli © Galleria Borghese – Ministero della Cultura © Damien Hirst and Science Ltd. All rights reserved DACS 2021/SIAE 2021

Di fronte a questo progetto espositivo unico, nel suo genere, i visitatori sono catturati da due diverse visioni: l’una dubbiosa, verso questi dialoghi iper contemporanei, l’altra affamata di sperimentalismo, che non teme di considerare il museo come luogo di nuovi stimoli creativi. Proprio quest’ultima filosofia di pensiero, più dialogica, si pone sulla scia di voler esorcizzare l’irrigidimento e la canonizzazione delle forme dell’arte contemporanea, quasi a considerarlo come un campo fertile di sperimentazioni. Diversamente l’altra ottica, si fa carico di questa mutevolezza per rimanere saldamente connessa all’idea secondo cui un luogo come quello di Galleria Borghese è già empatico di per sé e non necessita di nessun arricchimento al percorso espositivo.

A favore di queste due visioni, apparentemente contrastanti, gioca il significato del termine concinnitas, ideato in letteratura da Cicerone e poi utilizzato in architettura da Leon Battista Alberti. Secondo l’accezione letterale voluta da quest’ultimo, tutte le arti hanno un minimo comune denominatore, capaci come sono di dialogare scambievolmente. Indipendentemente dalle scuole di pensiero che possono illuminare la visione delle opere in mostra, quel che più interessa è il tentativo di dialogo interdisciplinare fatto dalla Direzione artistica del Museo, che muove dal valore e dal senso di questo antico termine, secondo cui l’arte e tutte le sue forme espressive sono uno scambio relazionale che richiede obiettività ed immaginazione pratica.


[1] Jean Baudrillard, Parole chiave, Armando Editore, Roma, 2021, p. 27

 

DAMIEN HIRST. Archaeology Now
a cura di Anna Coliva e Mario Codognato

8 giugno – 7 novembre 2021

Galleria Borghese
Piazzale Scipione Borghese 5, Roma

Orari: lunedì-venerdì 9.30 – 18.00

Info: +39 06 32810 
www.galleriaborghese.beniculturali.it

 

 

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