Sabrina Casadei, This omen-filled Season, 2024-2025, tecnica mista su tela, 120x120 cm. Ph. Filippo de Majo

Dal cosmo al fantasma e ritorno. Un giro «di vento» nell’opera di Sabrina Casadei

ROMA | Francesca Antonini Arte Contemporanea | Fino al 21 marzo 2026

di MATTEO DI CINTIO

 

In fondo, abbiamo poco da perdere:
non c’è impresa più riuscita di un completo fallimento
(G. Stanghellini, Divina presenza)

 

Immagine

Solo retroattivamente, après-coup, i gangli della mia neurocezione sembrarono potersi connettere a un “sapere già saputo”, come direbbe la psicoanalisi freudiana. Soltanto allora ciò che s’ammonticchiava frastagliatamente nella spirale della mia percezione cominciò a delinearsi in maniera ordinata. Con un’immagine si è organizzato il coacervo estatico e spurio di frammenti emotivi e percettivi a cui la pittura di Sabrina Casadei (Roma, 1985), già esposta alla galleria Francesca Antonini Arte Contemporanea di Roma con la mostra Giro di vento a cura di Marina Dacci, sembrava espormi. L’immagine mi è stata offerta dalla stessa artista romana in un momento di gaia convivialità. Sabrina, infatti, per spiegarmi bonariamente l’immistione fra invisibilità e visione che la sua opera custodisce, mi ha confessato un’esperienza che è solita ripetere spesso nella sua vita: camminare lungo sentieri boschivi, immergersi nei labirinti naturali dei foliage autunnali. Mi disse: «hai presente Matteo quando, nel procedere lungo il silenzio di certi sentieri, d’improvviso una brezza di vento agita tutto il fogliare, ridistribuendo con la sua invisibile forza il movimento danzante delle cose attorno, e procurando quel brio che s’incunea nel tuo corpo, nella tua carne, sale sulla schiena, come un invito a ridefinirsi, a rimodellarsi in un mondo in atto?»

Sabrina Casadei, This omen-filled Season, 2024-2025, tecnica mista su tela, 120×120 cm. Ph. Sebastiano Luciano

Sulle tracce di un tenebroso splendore

Nel suo corso sulla Pittura, tenuto nel 1981 all’università Saint-Denis, Deleuze afferma che i pittori «non fanno altro che dipingere una sola cosa, l’inizio del mondo». Ciò a cui si allude con la pittura, per il filosofo francese, è un mondo «prima del mondo». Ci chiediamo: di che natura è fatta questa origine? Quali vertigini mitologiche e quali fascinazioni primordiali tale inizio, questo prima, trascina con sé? Nella cultura giudaico-cristiana è presto detto: si è cristallizzata e consolidata, con forti ripercussioni nello sviluppo di una certa doxa teologica e iconologia religiosa, la rappresentazione del rûaḥ, che in ebraico significa «soffio» ma anche propriamente «vento»; in fondo, per l’ebraismo non c’è prima del mondo che non sia movimento demiurgico del soffio di Dio, vento “nominale” che fa mondo proprio perché dà nome alle cose del mondo, produce e certifica una realtà semantizzata, l’ordito polisemico della significazione. Ma come per ogni doxa, vi è una controparte mistica e misterica: se infatti il testo biblico pone l’accento sul soffio vitale come potenza che ordina il creato, la Quabbalah ci esorta ad uno sguardo più sottile. Il vento scompiglia, in realtà, un informe; introduce il discernimento nel tessuto indifferenziato della mescolanza, dove collimano luce e tenebra, tellurico e cosmico. Lo Zohar, il Libro dello splendore, parla del divino informe originario come di un «dissolversi del limite tra chiarore e oscurità». Il giro di vento posto in atto dal gesto artistico di Casadei presentifica poeticamente la coincidenza degli opposti che balugina nell’entità superna. La pittura dell’artista, con le sue caratteristiche, alimenta la vertigine dell’assenza di forma, imbrigliando la visione in un perpetuo movimento afigurale che incorpora cromatismo e materia: la «fiamma oscura», l’allegoria qabbalistica che tenta di cogliere «l’energia celeste al suo stato primordiale» è ben in evidenza nell’accostamento fluido fra le deflagrazioni magmatiche dei colori e monadi materiche accidentali che, offrendo voluminosità, sregolatezza e porosità alla tela, si stagliano come piccoli e insondabili crateri, “scintille di nerezza” – per usare un termine caro al mistico Dawid ben Yehuda – che ben assecondano l’intuizione immaginativa del mistero insondabile di ciò che ha inizio prima che giri il vento. Il “soffio” dell’artista, dunque, non significa alcunché, non pretende di rappresentare niente, se non il proprio posizionarsi, con delicatezza sapienziale, sulle superfici disadorne di una sensorialità panica, dove gesto e materia si confondono in una densità totalizzante. Ciò che è percepito dall’artista persegue tenacemente l’erotica visionaria del mistico: «una deittica del cuore battente dell’informe [che prende] il posto di un’ermeneutica della creazione».

Sabrina Casadei, Mappa siderale, 2026, tecnica mista su tela, 18×24 cm. Ph. Sebastiano Luciano

Il fantasma dell’origine

Torniamo ancora alla camminata silenziosa dell’artista, sferzata dal vibrante movimento del vento. Torniamo, anzi, all’artista in quanto tale, come soggettività percettiva che lega l’infinito alla contingenza dell’atto pittorico e della rappresentazione che ne scaturisce. Scrive giustamente Marina Dacci, curatrice della mostra:

Il corpo dell’artista, invisibile sulla tela o sulla carta, in realtà è il vero elemento formativo dell’opera e del mondo stesso: è la calamita che attiva quel che abbiamo necessità di sentire procedendo per disvelamenti che la pittura materializza in un costante movimento di energie […] Questa apparente invisibilità dell’artista, sognante e lucida insieme, prende forma e diventa poi taumaturgica veicolando una consapevolezza che va oltre i confini di quel visibile talvolta ovvio.

Punto di snodo fra invisibile e visibile, l’artista incarna un bordo ove si elicita una sorta di “precipitato a ritroso” che dalla cosmogonia torna alla fantasmagoria. Se vi è soggettività in gioco nella captazione di un reale profondo, che si disvela nel suo impasto energetico, è perché l’artista in quanto soggetto intrattiene col mondo un rapporto intermediato da ciò che Freud indicava col nome di Phantasie, o fantasma. Jean Laplanche e Jean-Bertrand Pontalis elucidano per come possono il concetto psicanalitico, non dimenticando i molteplici e complessi rimaneggiamenti teorici di Freud. Anzi: il percorso che i due autori francesi ci offrono in un loro importante contributo fa sì che dal fantasma individuale, che verte sul soddisfacimento immaginario di un desiderio inconscio, si passi al fantasma dell’origine, il quale non deriva dalle singole esperienze soggettive, ma funge da “pre-struttura” che viene riattualizzata nella contingenza esperienziale, e che “miscela” filogenesi e ontogenesi. Il rimando è verso una «preistoria mitica» che afferma «l’esigenza di una pre-struttura inaccessibile al soggetto e che fugge alla sua presa e alle sue iniziative». Ma tale schema trascendentale s’inocula e brulica nelle maglie della soggettività sin dalla sua nascita. Forse all’artista è dato il compito di rintracciarne le tracce, per quanto tale ricerca racchiuda un fallimento: non si può cogliere fino in fondo la vertigine cosmica in cui abitiamo, ma come direbbe Beckett e come l’opera di Casadei ci esplicita, si può fallire e rifallire meglio.

Sabrina Casadei, Giro di vento, 2026, tecnica mista su tela, 120×240 cm. Ph. Sebastiano Luciano

 

Sabrina Casadei. Giro di vento
a cura di Marina Dacci

20 gennaio – 21 marzo 2026

Francesca Antonini Arte Contemporanea
Via di Capo le Case n. 4, Roma

Info: +39 06 67 91 387
+39 06 67 95 844
info@francescaantonini.it
www.francescaantonini.it

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