MILANO | BUILDING | Fino al 13 e 20 dicembre 2025
di MATTEO GALBIATI
La galleria BUILDING, nell’attuale palinsesto di mostre in corso, sta proponendo due mostre personali di significativo interesse: Lettere mediterranee di Michele Ciacciofera (1969) e Con l’argilla dei nostri corpi di Yuval Avital (1977). Due progetti indipendenti e autonomi e di “ampiezza” di allestimento differenti, eppure, pur nella singolarità di approccio e nella volontà peculiare di sperimentazione dei due autori, le due esposizioni non mancano di avere stimolanti punti di dialogo e corrispondenze inattese. Queste due mostre sottolineano il carattere forte dell’espressività, della poetica, della visione di Ciacciofera e di Avital che, in questa occasione, tornano entrambi negli ambienti della galleria milanese con progettualità specificatamente pensate e aggiornano il nostro sguardo sulle traiettorie, nuove o coerentemente consolidate, intraprese dalle loro ricerche, capaci di spaziare tra tecniche e linguaggi diversi tra loro, ma sempre riuniti e ricomposti grazie a una sapiente dialettica logica. Infatti, attraverso una misurata capacità di tenere uniti parti che paiano scarti, fratture, divergenze, opposizioni o improvvise virate di senso, entrambi trovano nell’installazione il termine di confronto della loro libertà espressiva, il punto di contatto di un agire di sapiente randomicità. Un metodo che in loro è già contenuto, un plus valore di per sé estremamente significante.

Ciacciofera con una certa disinvoltura si appropria di tre piani espositivi della galleria consentendo un’immersione nella sua pratica artistica aperta a un lavoro grafico, pittorico, scultoreo e, come si accennava, installativo che lascia incontrare – sul tema della cultura Mediterranea – opere storicizzate, preziosi inediti e diverse ri-configurazioni che valgono per lui come veri interventi di riattivazione inediti.
Lettere mediterranee introduce perfettamente alla visione dell’arista il cui lavoro si è sempre mantenuto entro quei territori liminali dove la materia – o il materiale in generale – è forza agente: mai semplice supporto, si fa in lui organismo vivo poiché detiene la volontà di farsi depositario, tra fratture e possibilità, di storie, memorie, miti, riflessioni antropologiche e politiche (in questo caso connesse al Mediterraneo).
Ecco allora come poter leggere la sua pratica che si caratterizza per una tensione costante alla stratificazione, alla sospensione del dato nascosto, a rallentare ogni processo di ciò che è in procinto di dissolversi: Ciacciofera è archeologo di emozioni vicine a ciascuno di noi. Nella nostra conoscenza e nel nostro sentimento lui pare scavare e prelevare per poi ricomporre quanto “scoperto” in una nuova dimensione universale. Nello spazio espositivo, quindi, ritroviamo il desiderio inespresso di storie riabilitate come mappe topografiche che l’artista assembla per la mente e che obbligano – in realtà con un invito inevitabile al coinvolgimento, quasi un richiamo istintivo – lo spettatore a misurarsi con una temporalità non abituale che, non lineare, si fa frammentata, pulsante, viva e restituisce consapevolezze abbandonate.

Ciacciofera ci stupisce, inoltre, quando coniuga con grande poesia la fragilità dei materiali – argilla, pigmenti terrosi, elementi organici, metalli corrosi, sostanze riciclate – con una costruzione concettuale estremamente rigorosa. I suoi lavori allora paiono, più che opere concluse, come processi e procedimenti in corso, forme in un continuo divenire, sospese in transito verso altri stati s-conosciuti. Trattenersi nell’alveo di un’esperita incompiutezza, per lui, ciò non è un limite, non un disimpegno, quanto un dispositivo conoscitivo programmatico utile all’immaginazione dello spettatore che può entrarvi e proseguire, forse ultimare, il lavoro iniziato dall’artista stesso. Naturale e artificiale, personale e collettivo, traccia e cancellazione vivono e coabitano le forme delle opere riponendo, proprio nella vitalità della materia, la possibilità di farci ritrovare le energie e i saperi del mondo. Bisogna sostare, osservare, ripulire e, come un archeologo, scavare oltre la superficie per recuperare un senso differente alla realtà che viviamo e che con altri condividiamo.
In quest’ottica l’allestimento specifico ha valore anche per Yuval Avital che, come sottolinea nel suo testo critico il curatore della mostra Cristiano Leone che con l’artista vanta una lunga collaborazione e un sodalizio di preziosa intensità maturato nel tempo, lo concepisce “come un rito”: per lui è dispositivo di senso che modella la presenza stessa dello spettatore non come semplice osservatore, ma come compartecipante, un co-protagonista la cui presenza non è distante, ma totalmente immersa in quanto lui ha messo in scena.

Con l’argilla dei nostri corpi, allestita negli ambienti del terzo piano, Avital riporta nella galleria la sua iconica espressività che – in questo caso concentrata su opere inedite in ceramica, argilla e diversi lavori pittorici – vive di confronti nella tensione narrativa determinata da materiali diversi che imprimono timbri e sonorità segniche peculiari a ciascuna forma acquisita dalle varie sostanze. Il ritmo del suo pensiero è manifesto proprio nella capacità di “umanizzare” quelle sostanze che rendono organismo organico ciascuna opera: sono personaggi la cui presenza risolve ogni loro intimo mistero solo con un dialogo franco con chi osserva. Quelle collocate da Avital sono figure che coralmente emancipano entità del nostro inconscio a farsi Lari domestici, idoli il cui esserci diventa esperienza riflessa, protettiva, predestinata. Sono archetipi esistenziali i cui tratti, primitivi, esasperati, quasi deformati, sono specchio iconico del nostro sentire. Per questo dobbiamo incontrarli, incarnarli nel nostro sguardo, tronando a quella terra – materia fragile – da cui tutti veniamo.

Piccole figure ceramiche, fenomenologie pittoriche, maschere sonore, totem visivi convergono in una teatralità trasformativa che rafforza il racconto che l’artista fa della polifonia dell’umano: nulla è troppo astratto in lui e niente si allontana dall’esprimere e dal tradurre quel desiderio di appartenenza proprio dell’umanità. Avital attinge le sue “figure”da un sentire atavico e le trasfigura nel tempo presente agendo per distorsione, per frizione, per sollecitazioni continua, dissolvendo la ieraticità di ogni rappresentazione in un’onirica tangibilità di manifestazioni che hanno un carattere tale che il loro esserci va verificato e connesso al (nostro) fragile essere e stare al/nel mondo. È segno di un trasformismo esperienziale che, individuale e/o collettivo, si rafforzativa e trova identità nella coscienza di quell’altro – noi spettatori – che ormai non siamo più destinati a osservare, ma a vivere attivamente attraversando quello spazio catalizzatore abitato dalle opere.
Avital, con presenze inedite, ci regala un nuovo paesaggio sensoriale che ricalca la trasposizione il-logica della complessità e dell’imprevedibilità del nostro essere umani. Qui ancora una volta la sua esperienza ci accompagna in un viaggio profondo, denso, intenso in cui l’opera d’arte si mette nuovamente in risonanza con il vivente.
Michele Ciacciofera. Lettere mediterranee
29 ottobre – 20 dicembre 2025
e
Yuval Avital. Con l’argilla dei nostri corpi
a cura di Cristiano Leone
6 novembre – 13 dicembre 2025
BUILDING
Via Monte di Pietà 23, Milano
Orari: da martedì a sabato 10.00-19.00
Info: +39 02 89094995
info@building-gallery.com
www.building-gallery.com



