Fabio Mauri. De Oppressione. Installation view, Foto /Photo Stefano Tacchinardi. Courtesy Associazione Genesi

“Convincimi della morte degli altri capisco solo la mia”: Fabio Mauri alla Triennale di Milano

MILANO | Triennale Milano | FINO AL 15 FEBBRAIO 2026

di GABRIELE CORDÌ

A cento anni dalla nascita di Fabio Mauri (Roma, 1926–2009) – filosofo, editore e artista tra i massimi protagonisti dell’avanguardia italiana – Triennale Milano rende omaggio ad una delle figure più radicali e lucide del secondo Novecento con la mostra De Oppressione (fino al 15 febbraio 2026), a cura di Ilaria Bernardi, Associazione Genesi, in collaborazione con Studio Fabio Mauri.
Sin dalla fine degli anni Sessanta, Mauri sviluppa un corpo di lavori incentrato su cultura, identità e ideologia, indagandone i dispositivi di potere e mettendo in luce come questi concetti siano stati storicamente utilizzati come strumenti di sopraffazione, sia collettiva che individuale. Dopo un primo confronto con la Pop Art, Mauri prende progressivamente le distanze da quel linguaggio. La sua ricerca si orienta verso una riflessione più radicale sui meccanismi del potere e sulle loro ricadute su cultura, identità e ideologia. Territori che l’artista individua le forme più pervasive dell’oppressione. 

Fabio Mauri, Amore mio, 1970. Serigrafia su tela, illuminatore. Foto: Stefano Tacchinardi. Courtesy Associazione Genesi

Lungo il percorso emergono opere che definiscono gli snodi fondamentali della ricerca di Mauri. Tra queste, Amore mio (1970), installazione composta da diciotto tele serigrafate che costruiscono uno spazio immersivo. Assente dall’Italia dalla sua prima presentazione, l’opera segna il passaggio verso una pratica apertamente politica. Il pubblico si muove nel buio, guidato da una luce fissa. La visione è frammentaria. Come lo è ogni conoscenza condizionata da strutture culturali. A partire da questa esperienza di limite, Mauri inizia a spostare l’attenzione dal vedere al prendere posizione. Il gesto diventa allora più esplicito. Con Vomitare sulla Grecia (1972), primo “multiplo politico”, Mauri attacca il regime dei colonnelli attraverso un’azione di rifiuto. Cinquecento buste che simulano il vomito circolano come oggetti comuni. L’opera si fa diffusa. Perde unicità. Diventa veicolo di denuncia e, allo stesso tempo, riflessione sulla perdita dell’aura e sulla possibilità di una politica dell’arte. Dalla presa di posizione diretta Mauri passa all’analisi dei dispositivi che rendono possibile il potere.

Fabio Mauri, Vomitare sulla Grecia, 1972. Fotografia su pannello, sacchetti in carta telata, vetroresina, riso e pasta secca. Foto: Stefano Tacchinardi. Courtesy Associazione Genesi

In Manipolazione di Cultura (1974) fotografie tratte dal nazifascismo sono accostate a campiture nere e a didascalie senza soggetto. Il riferimento storico si incrina. Il meccanismo si allarga. Il potere non appartiene solo al passato, ma può riattivarsi in ogni contesto. Anche nello sguardo di chi osserva. A questo punto il linguaggio emerge come campo decisivo. In Linguaggio è guerra (1975), libro d’artista, immagini tratte da riviste vengono alterate e marchiate. Il messaggio è netto: il linguaggio non descrive il mondo. Lo costruisce. E lo fa attraverso rapporti di forza. Non va dimenticato che, nello stesso anno, alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna, Mauri realizza la performance Intellettuale. Il film Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini, privato del sonoro, viene proiettato sul petto dello stesso Pasolini, seduto su una sedia al centro della sala. Il corpo si trasforma in schermo e il pensiero in immagine, in una sovrapposizione tra autore, opera e soggetto. L’intervento interroga il ruolo dell’intellettuale e la sua inevitabile esposizione ai dispositivi del potere. Tre anni dopo, nel 1978, Mauri presenta alla Biennale di Venezia I numeri malefici, un ambiente in cui segni, formule, immagini e suoni costruiscono uno spazio instabile e perturbante. Al centro si colloca l’errore, inteso non come eccezione, ma come condizione strutturale della storia e dell’umano. Nello stesso anno prende forma anche Europa bombardata, progetto rimasto incompiuto, la cui mancata realizzazione diventa essa stessa opera, trasformandosi in traccia di censura e rimozione. L’azione viene oggi riattivata. Negli anni successivi lo sguardo di Mauri si sposta progressivamente verso l’interno. Con Ricostruzione della memoria a percezione spenta (1988), il corpo dell’artista diventa superficie di proiezione delle proprie immagini interiori, mentre la memoria emerge dal buio come processo di attraversamento e liberazione.

Ricostruzione della memoria a percezione spenta, 1988. Stampa lambda su carta, 89 x 109 cm. Performance: Fabio Mauri ⌐ Foto: Elisabetta Catalano. Courtesy the Estate of Fabio Mauri and Hauser & Wirth

Questa dimensione personale torna poi a intrecciarsi con la storia in Cina ASIA Nuova (1996). L’opera assume la forma di un muro di valigie metalliche, riferimento ai fatti di Piazza Tienanmen del 1989, quando migliaia di studenti e cittadini chiesero riforme democratiche e furono repressi dall’esercito. I soldati aprirono il fuoco sulla folla e il numero delle vittime resta ancora ignoto. Su uno schermo compare il volto di un giovane poco prima dell’esecuzione, mentre sul retro emergono i volti dei soldati del plotone. Vittime e carnefici appaiono sospesi nella stessa tragica incredulità, resi prigionieri di ruoli imposti dalla Storia.

Fabio Mauri, Cina Asia Nuova, 1996. Valigie in alluminio, fotografie, luce al neon, 262 x 250 x 45 cm. Foto: Stefano Tacchinardi. Courtesy Associazione Genesi

Negli ultimi anni Mauri concentra sempre più chiaramente l’attenzione sull’impossibilità di giustificare la morte e sulla fragilità dell’esistenza umana.  Il dolore non viene spettacolarizzato, ma trattenuto, reso essenziale. In Rebibbia (2007), opera che inaugura il percorso espositivo, una cassettiera proveniente dal carcere romano sorregge la proiezione di un film di guerra, La ballata di un soldato (1959). Un oggetto quotidiano che si trasforma in monumento silenzioso, dedicato alle vite anonime e alle vite scomparse. Una tensione che trova formulazione esplicita già in una scritta del 2005: “convincimi della morte degli altri capisco solo la mia”.

Fabio Mauri, Rebibbia, 2006. Proiezione su mobile in ferro, 190 x 197,5 x 30 cm. Foto: Stefano Tacchinardi. Courtesy Associazione Genesi


Fabio Mauri. De Oppressione
a cura di Ilaria Bernardi

Fino al 15 febbraio 2026

Triennale Milano
Viale Alemagna 6, Milano

Ingresso gratuito

Info: https://triennale.org/

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