LUGANO (SVIZZERA) | Collezione Giancarlo e Danna Olgiati | Fino all’11 gennaio 2026
di MATTEO GALBIATI
Diventa corale l’ultimo doppio appuntamento della trilogia di dialoghi che la Collezione Giancarlo e Danna Olgiati di Lugano (Svizzera) ha voluto dedicare a inattesi confronti tra alcuni grandi maestri del Novecento la quale, partendo da capolavori provenienti dalla propria raccolta, ha accolto prestiti importanti attraverso prestigiose collaborazioni con altre collezioni e istituzioni, pubbliche e private, internazionali. Sono, quindi, artefici di una congiunta regia critica e curatoriale Gabriella Belli e Bruno Corà, i due apprezzati studiosi che, nei due precedenti capitoli del progetto, avevano già firmato rispettivamente Balla ’12 Dorazio ’60. Dove la luce (2023) e Yves Klein e Arman. Le Vide et Le Plein (2024): ora li troviamo entrambi per Prampolini Burri. Della Materia a condividere questo appuntamento in cui si rispecchiano Enrico Prampolini (Belli) e Alberto Burri (Corà).
Due autori che, protagonisti di questo nuovo confronto, con le rispettive ricerche hanno connotato e rinnovato i linguaggi espressivi del secolo scorso e sono diventati, con opere dirompenti e dense di energie, punto di riferimento per generazioni intere grazie a insegnamenti validi, vivi e attivi ancor oggi: in loro, del resto, è sempre stato evidente il tentativo – riuscito – di esorcizzare la pittura dal suo debito dimensionale introducendo nel “quadro” vigorose spinte e sussulti capaci di far evolvere e sovraccaricare la materia stessa di cui ciascuna opera è composta.

È difatti la sostanza l’entità pulsante che, anche con intesi e imprevedibili nuovi materiali non direttamente o abitualmente artistici, mette in luce i rischi di desideri espressivi capaci di superare la tradizionale intenzionalità dell’organismo pittorico. La materia si brucia, si scava, si piega, si lascia emergere e, in questo modo, si abbandona la piattezza dimensionale in cui è stato sempre s-teso il colore. Sia Prampolini che Burri, in momenti diversi e secondo le personali vicende, sono riusciti a racontare la bellezza con quei nuovi canoni da loro introdotti ciascuno, a suo modo, per ricercare e trovare le improvvise risonanze di materie impensabili e cromie indeducibili.
A Lugano Giancarlo e Danna Olgiati ci permettono di cogliere tali principi grazie a 50 capolavori dei due artisti che si susseguono nello spazio espositivo con una linearità narrativa di grande sentimento e di giusto equilibrio, solcando gli anni e gli stili che di questi maestri hanno segnato e connotato l’esperienza. La mostra è nuovamente – come le due precedenti – un saggio di arte e di critica capace di osare, è precisa nello sfidare e sostenere l’onere della prova di letture inconsuete e di reciprocità non usuali. È un’esperienza interessante per comprendere, secondo un’ottica diversa, quelle considerazioni che, magari, si sono date per scontate e che ora lasciano inquadrare la possibilità di avvicinare voci estetiche e poetiche, prima magari non così immediatamente equiparabili.

Enrico Prampolini (1894-1956), figura tra le più innovative delle avanguardie italiane, ha saputo incarnare una visione dinamica del mondo, trasformando la pittura in un linguaggio visionario. In lui forma e colore, ma soprattutto il materiale, diventano strumenti per tradurre l’energia vibrante della modernità con forme in un perenne stato di movimento a evocare e richiamare le invisibili dimensioni cosmiche e interiori. La materia diventa anche luce, forma, azione in un intreccio che trova equilibrio tra ricercato rigore e impulsiva improvvisazione. Capolavori come Béguinage (1914) o Composizione S6: zolfo e cobalto (1955) sono la dimostrazione di come, attraverso i decenni, Prampolini abbia sempre cercato di spingere e motivare le sue opere nel lasciar emergere una tensione verso l’essenziale. A farsi un luogo dove – sentendo il bisogno di liberare la forma dalla rappresentazione – si potesse, con la complicità delle materie, ritrovare una pura vibrazione visiva.

La pittura diventa, ormai emancipata dalla schiettezza della sola immagine, presenza energetica anche in Alberto Burri (1915-1995) di cui amiamo l’intensità di quelle diverse soluzioni che l’hanno reso uno dei punti di riferimento più significativi del Secondo Dopoguerra. Ogni suo lavoro è, del resto, dettato proprio dall’incontro tra materia e tensione interiore che trasformano elementi banali e comuni, dialetticamente poveri, in superfici cariche di vigore espressivo. Tele bruciate, plastiche fuse, sacchi cuciti e ferri ossidati sanno esaudirsi allora come inediti idiomi, nuovi linguaggi autonomi in grado di parlare oltre la forma. Burri non cerca mai, infatti, la mera rappresentazione, ma è interessato soprattutto alla natura del processo: le verità del suo immaginario risiedono e prendono vita nella combustione, nello strappo, nella sutura, nella fusione… Ogni intervento conserva allora la memoria di gesta e di temporalità trascorse che, però, permango vive come ferite che, mai rimarginate, si sono fatte ora immagini.

Sacco (1953), Rosso Plastica (1962), Bianco Cretto C 1, (1973), Nero e Oro (1993) sono esempi di opere che ben esprimono quanto la materia in lui non sia mai passiva: questa, infatti, vibra, resiste, si modifica, creando equilibri instabili e armonie inattese. La luce scivola sulle crepe, si insinua nelle pieghe, rivela la poesia nascosta dell’usura, della lacerazione, della corruzione, della manipolazione. Burri eleva il frammento a una sorta di totalità assoluta e, anche lui a suo modo, ci prova come il dolore, la trasformazione e la precarietà possano diventare essi stessi elementi di trasfigurazione della bellezza.
Prampolini Burri. Della Materia è un piccolo grande scrigno in cui due artisti di esperienze differenti riescano a conciliarsi nella definizione della pittura come forma di respiro, essenziale e radicale, che continua a interrogare noi che la osserviamo e ne riconosciamo il merito nelle testimonianze ancora attualissime che ci hanno lasciato in eredità.
Ancora una volta, infine, l’allestimento è firmato da Mario Botta che, isolando lo spazio in due ambienti distinti, separazione sottolineata anche dalla scelta di riservare alle pareti il colore bianco per Prampolini e il colore nero per Burri, ha enfatizzato la lettura singolare delle opere esposte e ha permesso di affermare i confronti e le reciprocità dei due autori fissandoli organicamente in attimi disgiunti pur successivi.
Prampolini Burri. Della Materia
a cura di Gabriella Belli e Bruno Corà
in collaborazione con la Fondazione Burri di Città di Castello
progetto allestimento di Mario Botta
catalogo bilingue (italiano-inglese) Mousse Publishing con un’introduzione di Giancarlo e Danna Olgiati, i saggi storico-critico-scientifici di Gabriella Belli e Bruno Corà, una conversazione tra Gabriella Belli e Mario Botta, apparati bio-bibliografici e schede delle opere
21 settembre 2025 – 11 gennaio 2026
Collezione Giancarlo e Danna Olgiati
Lungolago Riva Caccia 1, 6900 Lugano (Svizzera)
Orari: da giovedì a domenica 11.00-18.00
Ingresso gratuito
Info: +41 (0)91 921 4632; +41 (0)91 911 3040
info@collezioneolgiati.ch
www.collezioneolgiati.ch
www.masilugano.ch



