Jeff Wall Overpass © Jeff Wall. Courtesy Private Collection Gagosian

Come sopravviviamo, come fingiamo di essere vivi. Essere Jeff Wall al MAST

BOLOGNA | Fondazione Mast | 7 novembre 2025 – 8 marzo 2026

di FRANCESCO LIGGIERI

Ci sono artisti che ti raccontano il mondo e poi c’è Jeff Wall, che te lo restituisce con un lampo di luce artificiale. Ti invita a guardare dentro un lightbox come se fosse una finestra, o meglio, una trappola per gli occhi.  E, quando non è un lightbox, comunque ha una maestria decisamente rara.
Ogni sua fotografia è una scena sospesa tra la realtà e il ricordo di un sogno che non hai mai fatto. Wall, è un canadese del 1946, vive ancora a Vancouver, sembra l’incipit di un personaggio di un romanzo. Lì, nel quartiere dove il suo studio convive con homeless e lavoratori a basso reddito, ha imparato che il confine tra sopravvivere e vivere è un fotogramma, un gesto quotidiano, un movimento appena accennato. È da qui che nasce la mostra Living, Working, Surviving alla Fondazione MAST di Bologna, curata da Urs Stahel: ventotto opere, tra lightbox e stampe a colori e in bianco e nero, dal 1980 al 2021, provenienti da musei e collezioni private di mezzo mondo.

Jeff Wall. Living, Working, Surviving, installation view © Jeff Wall

Stahel dice che Wall è interessato “a chi lavora, chi soffre, chi lotta”. E in effetti ogni sua immagine sembra un atto di compassione laica, un modo per inchiodare il reale nella sua ambiguità più dolce.
Le sue scene – spesso ricostruzioni di momenti che ha visto per strada – ricordano il cinema, ma senza il montaggio, senza la colonna sonora. C’è solo una luce che taglia lo spazio e lo trasforma in un teatro dell’esistenza. È la sua maniera di dire: guarda meglio, il mondo non è quello che sembra. Negli anni Ottanta, Wall inizia a usare i lightbox, quelle grandi scatole luminose da pubblicità, portandole nel territorio dell’arte. Con loro la fotografia diventa pittura elettrica: i colori vibrano, il tempo si ferma, i personaggi restano in bilico tra vita e rappresentazione. Poi, nel 1997, la svolta: il bianco e nero.
“Antitesi alle diapositive di grande formato”, dice lui. “Allucinazioni della scomparsa del colore, che provoca una specie di shock.” Lo shock, appunto: è ciò che Wall cerca in ogni immagine, non per scandalizzare ma per risvegliare.

Jeff Wall. Living, Working, Surviving, installation view © Jeff Wall

La mostra al MAST – che fa parte della settima edizione di Foto/Industria, la Biennale di Fotografia dell’Industria e del Lavoro – è un racconto sul nostro modo di abitare il mondo: come lavoriamo, come sopravviviamo, come fingiamo di essere vivi. È una galleria di gesti minimi, di posture ordinarie, di vite in attesa di qualcosa.
In una delle opere, due uomini si incrociano in una strada fangosa, uno guarda l’altro con un’espressione indecifrabile. Non succede niente, eppure sembra che tutto stia per accadere. È questo il paradosso di Wall: fermare il momento in cui la vita si nasconde. C’è un che di epico nelle sue immagini, un’eco di Velázquez, Delacroix, Manet neanche tanto nascosti, che lui cita come maestri capaci di esplorare “i grandi temi sociali ed esistenziali”.
Come dargli torto.
Ma in Wall l’epica è compressa, riportata al livello dell’asfalto. Le sue “Meninas” sono ragazze con lo zaino; i suoi “Sardanapali” sono lavoratori stanchi che si accendono una sigaretta all’uscita della fabbrica. Eppure, tutto è costruito con precisione cinematografica. Niente è lasciato al caso, ogni dettaglio è coreografato, ogni ombra è una scelta morale.

Jeff Wall. Living, Working, Surviving, installation view © Jeff Wall

Nel suo metodo, il mondo reale è un pretesto per parlare dell’immaginazione. L’artista diventa un regista del possibile. Il suo tableau vivant – grande quanto una parete – ti mette davanti a una domanda: dove sei tu, dentro o fuori la scena?
Con i lightbox, l’immagine ti viene incontro, ti abbaglia; con le stampe, invece, sei tu a dover entrare, superare la soglia. È un gioco di ruoli, un cortocircuito tra spettatore e realtà. Il titolo della mostra – Living, Working, Surviving – suona come un mantra industriale, una preghiera laica in tre verbi. Vivere, lavorare, sopravvivere. Tutto lì, nel ciclo che regola le nostre giornate.
Wall non giudica, osserva. Ma nella sua osservazione c’è una quieta ferocia, un’ironia che assomiglia alla tenerezza.
C’è il desiderio di capire come l’uomo continui a costruire senso anche in mezzo al disastro, a trovare bellezza nell’istante in cui qualcosa si rompe.

Jeff Wall. Living, Working, Surviving, installation view © Jeff Wall

Il MAST è quel gioiello che inanella mostre meravigliose, una dietro l’altra, in quel di Bologna e a Wall dedica non solo una mostra ma anche una Lectio Magistralis (il 7 novembre scorso), oltre a talk, proiezioni e laboratori. È il posto giusto per lui, per un artista che ha trasformato la fotografia industriale in filosofia visiva. Alla fine, guardando una foto di Jeff Wall, capisci che la luce non serve per vedere meglio, ma per capire cosa si è disposti a non vedere più.
Ed è lì che la sopravvivenza, quella del titolo, smette di essere un verbo e diventa un gesto: quello di restare davanti all’immagine finché non inizia a parlarti.

Jeff Wall. Living, Working, Surviving
a cura di Urs Stahel
nell’ambito della VII edizione di Foto/Industria, la Biennale di Fotografia di Industria e del Lavoro 

7 novembre 2025 – 8 marzo 2026

Fondazione MAST – Galleries
Via Speranza 42, Bologna

Orari: da martedì a domenica 10.00 – 19.00

Ingresso gratuito senza prenotazione

Info: www.mast.org

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