Vista d’insieme di “Luccicanza. Di fiori e di filo, di pietra e di terra, di pelle e di radice”, Casa Zegna, 2026. Ph. Camilla Maria Santini

CIÒ CHE LUCCICA DELLA MATERIA: CHIARA CAMONI a CASA ZEGNA

Trivero Valdilana (BI) | Casa Zegna | 24 maggio – 22 novembre 2026

di VANESSA VILLA 

C’è un andirivieni del paesaggio dalle vetrate luminose, l’atmosfera è intrisa di un’aria che sa di relazionalità. Lo sguardo avvolge lo spazio, come un torace si espande e si contrae riempiendosi di mondo. L’ingresso è in un interno domestico, forte il senso di convivialità: un ambiente in dialogo con tutto ciò che sta attorno, che parla di ciò che sta dentro e fuori e intorno. Fuori, lungo le vie e tra i crinali: abeti rossi, castagni e faggi, ricordi di minatori e carbonai. Da qualche parte risuona il torrente Sessera con le sue acque, si scorgono il Monte Rosa e i profili di un’industria manifatturiera.

A cura di Ilaria Bonacossa, la mostra Luccicanza. Di fiori e di filo, di pietra e di terra, di pelle e di radice è stata pensata da Chiara Camoni (Piacenza, 1974) per Casa Zegna a Trivero Valdilana, in provincia di Biella. Intimamente connessa al territorio di Oasi Zegna e in sintonia con la visione culturale di Fondazione Zegna e ZEGNART, la mostra vive in parallelo a Con te con tutto, progetto presentato dall’artista al Padiglione Italia alla 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia. Ma Luccicanza nasce prima e da lontano, dall’incontro dell’artista con l’ambiente, la storia e la cultura materiale locale, oltre che da un processo collettivo e collaborativo che ha coinvolto, ad esempio, artigiani e tessitori. Racconta di momenti in cui natura, corpi umani e memorie legate a storie industriali diventano reciprocamente percepibili nel loro intrecciarsi e stratificarsi attraverso il tempo e lo spazio.

“Giardino d’inverno”, 2026. Ph. Camilla Maria Santini

Il progetto espositivo si sviluppa in due parti: accanto a opere di nuova produzione riunite a Casa Zegna, c’è il riallestimento di Senza titolo, Stabkarte (2014) nella cappella di San Rocco a Trivero. È un drappo sospeso a parete, i cui fili sono composti da innumerevoli e minute forme d’argilla modellate a mano. Dai fiocchi al filo, il processo di lavorazione della lana rivela come la resa finale del tessuto sia l’esito di una sovrapposizione di fibre: policromi e accostati l’uno all’altro, i singoli elementi di Senza titolo, Stabkarte evocano le falde piegate di un panneggio.

Tessuti e ceramiche, composizioni cromatiche. In Luccicanza è palpabile l’attenzione dell’artista per la materia, intesa come interlocutore attivo e non come supporto su cui imporre un’idea. È la materia a suggerire l’opera, ed è attraverso di essa che il paesaggio entra a farvi parte. Tutto inizia con una passeggiata: Camoni percorre il territorio dell’Oasi prendendo con sé materiali come una gazza ladra, lasciandosi guidare dal sentore di preziosità, da ciò che luccica, che allucciola.

A Casa Zegna, nella serra disegnata da Pietro Porcinai, prende forma Giardino d’inverno (2026), installazione le cui componenti riattivano l’identità dello spazio architettonico senza operare cesure rispetto a quanto si dà nei dintorni. Si delinea una situazione: quella di un giardino che è zona promiscua, di mescolanza tra il bosco e il Lanificio Zegna, cenere di falò e rododendri in fiore.

“Giardino d’inverno”, 2026. Ph. Camilla Maria Santini

Ciotole, figure in ceramica e impresse nella seta: spesso il formato delle opere ha una dimensione corporea, che facilita un confronto partecipato. Lo stesso luogo espositivo è abitabile: ha il sapore di una dimora. È, anche, la sintesi di più paesaggi. Ne tracciano le fisionomie dei tappeti che, disposti a pavimento, ritmano lo spazio. In canapa, seta, lino e lana del Lanificio Ermenegildo Zegna, sono stati tessuti a mano in collaborazione con la Comunità di San Patrignano e su disegno di Camoni: sono dipinti e arazzi, superfici pittoriche intessute. Non lontano, un gruppo di vasi e sottovasi in grès e porcellana smaltati ospita alcune piante: altri paesaggi nel paesaggio.

Un contenitore, un contenitore, un contenitore: in Luccicanza sono tangibili i rapporti di vicinanza tra forme viventi, paesaggi e memorie, attraverso cui si dispiega un invito all’orizzontalità. Un modo differente di stare e sostare nello spazio, più gentile. Se c’è una forma di monumentalità, è da rintracciarsi nella registrazione del tempo e nella concatenazione dei gesti che fanno le opere, presenze che affermano la propria esistenza. Su una chaise longue in legno, patinata verderame e rivestita di seta, una Venere (2026) ci chiama a sostenere il suo sguardo. Il corpo reca i gesti delle mani che lo hanno modellato: carne fatta di cenere e suolo proveniente da vecchie carbonaie. Nel confronto con la terra e il femminile, Camoni rifugge visioni romantiche e forme di idealizzazione. La terra è anche un negativo, la scultura è spazio vuoto: cavità accogliente, corpo in disfacimento, antro freddo e buio. Il profilo della figura femminile si volge in quello di una montagna dai pendii erosi. Nella pancia del monte si accumulano elementi eterocliti che non celano l’antropizzazione. Nessuna natura incontaminata: sulla pelle minerale traboccano perline, piume sintetiche e una primavera di fiori di plastica.

“Venere”, 2026. Ph. Camilla Maria Santini

Mobili e stuoie, vasi e corpi, corpi che son vasi e vasi che son corpi. Si scandaglia la possibilità di fissare un netto confine tra oggetto e opera d’arte, gesto artistico e sapere artigianale. I lavori di Camoni si situano nella penombra, all’intersezione tra zone di definizione. Elementi d’uso quotidiano diventano sculture e viceversa: la serra si tramuta in ambiente espositivo, a sua volta configurato come interno domestico, casa popolata da forme che restituiscono sul piano sensibile il paesaggio esterno.

Un corpo riposa al bordo di un’altra chaise longue circondata da un mosaico di tappeti. È una lampada e, simultaneamente, una creatura d’argilla dalle membra fatte di frammenti di terracotta. Scaglie che sono petali, residui d’altre lavorazioni. Durante la cottura, i minerali raccolti dall’artista vetrificano generando imprevedibili cromatismi, mentre l’alternarsi di superfici lucide e opache dà la sensazione di un’epidermide cangiante. C’è una metamorfosi onirica dell’oggetto, che da arredo si fa organico e pare iniziare a muoversi.

Figure danzanti, sospinte dal vento: Tenda (2026) è una struttura in ottone, simile a un paravento, che ospita stampe vegetali su tessuto. Si sfruttano le proprietà tintorie d’erbe, fiori e foglie: i loro succhi lasciano impronte, l’immagine è ottenuta per impressione diretta e la simmetria fa subito corpo. Un corpo leggero, che aleggia nello spessore di un velo di seta. Dalle furbe pupille e dai sorrisi beffardi, questi “spiritelli” sono forme di vita arborescente, ognuna con una personalità: presenze eteree che sono emanazioni di paesaggi.

“Tenda #05”, 2026. Ph. Camilla Maria Santini

In Luccicanza s’incontrano filamenti vegetali, fiori e sabbie fluviali, la memoria manifatturiera dei filati e quella geologica di corindoni e micascisti. La dimensione sensoriale è centrale, con un ruolo chiave svolto dal colore che permette la genesi di opere che sono trasposizioni fisiche, immagini traslate di luoghi. Ossatura della pratica di Camoni, l’attitudine relazionale si traduce in un allestimento che sollecita a esperire i lavori a partire dall’atto di presenziare. L’importanza riconosciuta alla materia fa sì che l’incontro si costruisca, in primo luogo, sul piano di una prossimità fisica, per poi dispiegarsi nella sfera emotiva. Le opere chiedono di essere lì, con loro, perché è nei momenti di contatto che si può scorgere la “luccicanza”, una qualità della materia che si dà nella relazione. Un indizio, non una presenza piena, che accenna e svanisce. Un’epifania e un fenomeno di soglia, uno sfavillio intermittente che attira l’attenzione e funziona come una chiamata: un invito a cogliere la generosità del mondo nel suo darsi, farsi, slegarsi. Camoni offre una situazione in cui vivere la luccicanza: un istante di poesia incarnata in cui s’avverte il raggrumarsi della realtà e di partecipare a una comunità transitoria fatta di persone, luoghi, pietre e foglie, sculture e oggetti, di “prima” e di “poi”. Una comunità che luccica, riunita nel quotidiano d’un paesaggio, di una casa, di un giardino d’inverno.

 

Chiara Camoni. Luccicanza. Di fiori e di filo, di pietra e di terra, di pelle e di radice
a cura di Ilaria Bonacossa

24 maggio – 22 novembre 2026

Casa Zegna
Via Marconi, 23

Trivero Valdilana (Biella)

Info: +39 0157591463
casazegna@fondazionezegna.org
https://www.fondazionezegna.org/

Condividi su...