Binta Diaw, Dove le liane s'intrecciano. Resistenze, alleanze, terre, 2025, exhibition view. Courtesy l'artista e PAV Parco Arte Vivente. Ph. Biagio Palmieri

Binta Diaw al PAV. Dove le liane s’intrecciano: dialogo con Enrico Bonanate

TORINO | PAV Parco Arte Vivente | 1 novembre 2025 – 8 marzo 2026

Intervista ad ENRICO BONANATE di Francesca Di Giorgio

In occasione della mostra Dove le liane s’intrecciano. Resistenze, alleanze, terre, personale di Binta Diaw a cura di Marco Scotini (in corso fino al prossimo 8 marzo 2026), abbiamo incontrato Enrico Bonanate, direttore del PAV Parco Arte Vivente di Torino. Una mostra che costruisce un ambiente immersivo fatto di tappeti di terra, installazioni sospese, elementi tessili intrecciati: un paesaggio che non si limita a essere visto, ma che va attraversato.
Nel solco della ricerca del museo sui rapporti tra corpo femminile, natura ed epistemologie decoloniali, la mostra di Diaw apre un nuovo capitolo, intrecciando materiali simbolici, memorie diasporiche e pratiche eco-femministe. Ne abbiamo parlato con Bonanate per comprendere il significato di questo progetto e le direzioni future dell’istituzione.

La mostra di Binta Diaw si inserisce in un percorso di lunga durata del PAV dedicato alla relazione tra corpo femminile, ecologia e pensiero decoloniale. Quale nuovo tassello aggiunge questo progetto alla vostra ricerca istituzionale? Negli ultimi anni avete ospitato artiste come Navjot Altaf, Arahmaiani e Regina José Galindo: in che modo il lavoro di Diaw rappresenta una continuità e, allo stesso tempo, uno scarto rispetto a queste narrazioni?
Lavorare con Binta Diaw significa estendere una delle linee strutturali del PAV: l’intreccio tra ecologia politica, corpo e giustizia sociale. Fin dalla sua fondazione, Piero Gilardi ha immaginato il PAV come un luogo di ecologia relazionale, in cui natura e cultura non sono sfere distinte ma territori di coesistenza e conflitto. Se artiste come Navjot Altaf, Arahmaiani o Regina José Galindo hanno interrogato il corpo come dispositivo bio-politico e terreno di resistenza, Diaw introduce una prospettiva diasporica e afro-discendente che rimette al centro i temi di radice, appartenenza e memoria. Il corpo non è solo soglia ecologica, ma archivio migrante, attraversato da storie coloniali, pratiche di sopravvivenza e genealogie invisibili.
Al tempo stesso, la sua presenza porta un elemento ulteriore: la voce di un’artista emergente che opera nel contesto italiano in un momento storico in cui temi come diaspora, razzializzazione e decolonialità sono finalmente oggetto di una discussione pubblica più ampia. Diaw offre un linguaggio e una sensibilità necessari per articolare queste questioni non come temi esterni, ma come parte costitutiva del nostro presente. In questo senso, il progetto amplia il mandato originario del PAV: non solo “arte e natura”, ma arte come spazio in cui le ecologie si intrecciano con storia, migrazione e interdipendenza.

DOVE LE LIANE S’INTRECCIANO. Resistenze, alleanze, terre, Binta Diaw, 2025, Installation view at PAV Torino, Courtesy PAV Torino

Il titolo della mostra, Dove le liane s’intrecciano, richiama l’immagine di una rete viva, resistente, capace di crescere nonostante gli ostacoli. Dal tuo punto di vista, qual è il valore di questa metafora per leggere non solo il lavoro di Diaw, ma anche la posizione del PAV nel panorama dell’arte contemporanea italiana?
Le liane sono organismi che crescono attraverso l’appoggio reciproco, cercando sostegno in altre forme di vita e costruendo relazioni simbiotiche tra specie. Questa immagine descrive con precisione sia il lavoro di Binta Diaw sia la postura istituzionale del PAV. Fin dai progetti pionieristici di Gilardi, il parco non è pensato come istituzione isolata ma come ecosistema co-evolutivo, alimentato da relazioni, processi e interdipendenze.
Anche la struttura della mostra si basa su questo principio: le opere non si presentano come elementi autosufficienti, ma come nodi di una rete di materiali, memorie e narrazioni che si sostengono a vicenda. Nel panorama italiano, dove l’idea di ecologia nelle arti è spesso interpretata in chiave estetica o naturalistica, la metafora delle liane assume una valenza politica: significa costruire alleanze con artistə, comunità e movimenti transnazionali, specialmente provenienti da geografie e saperi non eurocentrici. È un modo di decentrare lo sguardo e aprire l’istituzione a nuove ecologie del sapere. Il PAV non cresce per verticalità, ma per intreccio.

Un elemento centrale nella pratica di Diaw è il ruolo dei materiali: capelli sintetici, terra, semi, corde, elementi vegetali. Come dialogano queste “memorie della materia” con la vocazione eco-politica del PAV?
La scelta dei materiali in Diaw non è simbolica in senso ornamentale, ma introduce una visione della materia come archivio storico e politico. I capelli sintetici richiamano identità diasporiche e la cultura della capigliatura come pratica di cura e di autodeterminazione femminile; la terra custodisce stratificazioni geologiche e politiche; i semi sono vettori di sopravvivenza, spostamento e trasmissione culturale. Si tratta di elementi che attivano narrazioni, non semplici materiali formali.
Questa prospettiva risuona profondamente con la vocazione eco-politica del PAV: fin dalla fondazione, Piero Gilardi ha concepito nella sua pratica la natura non come scenario da rappresentare, ma come soggetto attivo di relazione, conflitto e co-evoluzione. L’ecologia non è per noi una dimensione paesaggistica, ma una pratica politica che riconosce la materia come portatrice di memorie, diritti e storie. È un approccio affine a quanto Donna Haraway definisce “material-semiotic agency”: la materia come co-agente delle storie, non come sfondo neutrale.
Nel lavoro di Diaw questi materiali diventano mediatori tra biografia, storia ed ecologia: mostrano come le migrazioni umane siano intrecciate con movimenti di specie, come i corpi siano attraversati da flussi energetici, economici e culturali, e come la natura stessa partecipi ai processi coloniali e postcoloniali. La materia, così intesa, non illustra un contenuto: diventa un dispositivo epistemico per leggere le relazioni di potere che plasmano i viventi.

Binta Diaw, Dove le liane s’intrecciano. Resistenze, alleanze, terre, 2025, exhibition view. Courtesy l’artista e PAV Parco Arte Vivente. Ph. Biagio Palmieri

L’opera Dïà s p o r a, con le sue trecce sospese, evoca la pratica delle donne schiavizzate che nascondevano semi e mappe nei capelli. Chorus of Soil trasforma la pianta della nave negriera Brooks in un terreno di germinazione. Come istituzione europea, come affrontate il rischio dell’estetizzazione del trauma quando portate nel vostro spazio narrazioni legate alla storia coloniale e alla violenza diasporica?
Il rischio di estetizzare il trauma esiste sempre, soprattutto quando si lavora da un contesto europeo che è stato, storicamente, non solo osservatore ma attore dei processi coloniali che queste opere evocano. Per noi il punto non è trasformare la violenza in immagine, ma costruire dispositivi di responsabilità e consapevolezza storica.
La responsabilità curatoriale è centrale: le opere non sono presentate come allegorie astratte o icone di sofferenza, ma attraverso un impianto critico che esplicita genealogie, fonti storiche e condizioni materiali. In questo modo contrastiamo la spettacolarizzazione del trauma e promuoviamo una lettura politica e storica, evitando una fruizione empatica e puramente estetizzante.
Al PAV la diaspora non è trattata come “tema”, ma come relazione viva. Programmi e pratiche sono sviluppati in dialogo con soggettività afrodiscendenti presenti sul territorio, affinché le narrazioni non restino distaccate o museificate. Come ricorda Paul Gilroy, la memoria della Black Atlantic non è un monumento, ma un movimento transnazionale e transgenerazionale.
La mediazione culturale e i programmi educativi sono parte integrante di questo approccio, in continuità con la visione di Piero Gilardi del PAV come agorà ecologica, non come luogo neutro di esposizione. Non si tratta di tradurre o spiegare le opere, ma di generare processi di coscientizzazione e auto-posizionamento. La pedagogia non semplifica: impedisce una fruizione passiva e restituisce alle opere la loro densità politica.
Questo si riflette anche nella produzione delle opere. Dïà s p o r a, ad esempio, è stata realizzata in collaborazione con un gruppo di donne dell’Associazione dell’Africa Sub-sahariana di Torino: la materialità dell’opera incorpora relazioni, saperi e mani della città che la accoglie. Chorus of Soil, allo stesso modo, non mostra la violenza del Middle Passage come immagine, ma la trasforma in un terreno di germinazione: i semi non sono simboli, sono organismi potenziali; la nave Brooks non è un’iconografia storica, ma un dispositivo di riscrittura. È un approccio affine a quanto Saidiya Hartman descrive come la necessità di sfuggire alla spettacolarizzazione della sofferenza per generare nuove possibilità narrative.

Binta Diaw, Dove le liane s’intrecciano. Resistenze, alleanze, terre, 2025, exhibition view. Courtesy l’artista e PAV Parco Arte Vivente. Ph. Biagio Palmieri

Accanto alla mostra, il PAV propone attività formative come Wunderkammer d’Altrove e il laboratorio Radici volanti. Qual è il ruolo dell’educazione nel vostro modello di museo? E come si coniugano pedagogia, decolonialità e pratiche eco-femministe senza semplificare temi così complessi?
L’educazione, per il PAV, non è un dispositivo accessorio, ma una componente strutturale della nostra identità. Fin dalla visione originaria di Piero Gilardi, il museo è stato pensato come un luogo di co-apprendimento e attivazione collettiva, non come uno spazio di mera fruizione. L’educazione per noi non serve a “spiegare” le opere, ma a creare condizioni affinché i pubblici possano interrogare criticamente l’ecologia, la storia e le relazioni di potere che attraversano i corpi e i territori.
In questo quadro si inseriscono progetti come Wunderkammer d’Altrove, un percorso che lavora sull’idea di archivio vivente e di memoria diasporica attraverso oggetti, semi, tracce e testimonianze che emergono da contesti migratori e interculturali; e Radici Volanti, un laboratorio che esplora il tema delle radici come legame affettivo, ecologico e politico, mettendo in relazione storie personali, genealogie comunitarie e dinamiche di spostamento forzato e resilienza. Entrambi i progetti assumono la forma di dispositivi pedagogici partecipati che coinvolgono gruppi intergenerazionali e interculturali sul territorio.
Coniugare pedagogia, decolonialità ed eco-femminismo significa assumere un approccio situato: non semplificare temi complessi, ma creare spazi in cui i saperi emergano in modo collettivo e non gerarchico. La pedagogia non funziona da didascalia, ma da catalizzatore. L’obiettivo non è trasmettere contenuti, ma attivare processi di auto-posizionamento, responsabilità e trasformazione, in cui chi partecipa diventa parte dell’elaborazione delle questioni poste dalla mostra.
In questo senso, l’educazione è una forma di ecologia politica: un terreno di relazione, cura e alleanza, dove i saperi marginalizzati trovano spazio e voce senza essere tradotti o addomesticati. È un modo per continuare la mostra non nelle sale, ma nelle comunità che la attraversano.

Binta Diaw, Dove le liane s’intrecciano. Resistenze, alleanze, terre, 2025, exhibition view. Courtesy l’artista e PAV Parco Arte Vivente. Ph. Biagio Palmieri

Tra le dichiarate volontà del PAV vi è quella di contribuire alla costruzione di una “nuova ecologia politica”. Che cosa si intende esattamente con questa espressione?
Quando parliamo di nuova ecologia politica intendiamo che l’ecologia, per noi, non riguarda soltanto la tutela dell’ambiente o una visione paesaggistica della natura. È un modo di pensare le relazioni tra esseri viventi, territori, economie e forme di potere.
Questa prospettiva raccoglie pienamente l’eredità di Piero Gilardi: il PAV non nasce per “mostrare la natura”, ma per creare spazi in cui arte e attivazione sociale possano trasformare il modo in cui viviamo il mondo. Per questo, l’ecologia qui è sempre una pratica relazionale, politica e comunitaria. Non possiamo parlare di ecologia senza parlare di migrazioni, di colonialità, di giustizia sociale, e di corpi che sono più esposti di altri agli effetti della crisi climatica. Non esiste una questione ambientale separata dalle persone che abitano i territori.
Il pensiero di Piero continua a risuonare nel nostro lavoro: ha sempre messo al centro la natura come soggetto attivo, ha lavorato con le comunità e non sulle comunità, e ha concepito l’arte come dispositivo trasformativo e immaginifico capace di generare alleanze condivise. Non ci interessa solo parlare di ecologia, ma contribuire a creare condizioni ecologiche nuove, più giuste e collettive. Il museo diventa un luogo in cui questo può accadere, non per metafora, ma attraverso pratiche, relazioni e progetti concreti.

Binta Diaw, Dove le liane s’intrecciano. Resistenze, alleanze, terre, 2025, exhibition view. Courtesy l’artista e PAV Parco Arte Vivente. Ph. Biagio Palmieri

Guardando al futuro, quali intrecci – per riprendere la metafora delle liane – immagini per il PAV? Ci anticipi le iniziative in programma dall’inizio del nuovo anno in arrivo?
Il futuro del PAV non è fatto di singoli eventi, ma di relazioni che continuano a ramificarsi e generare nuove forme di convivenza ecologica e culturale anche sulle nuove energie di persone che sono dentro il progetto, porta dentro le personalità.
Continueremo a lavorare con accademie e istituzioni formative, perché per noi è fondamentale sostenere artistə emergenti che si muovono sui temi che il PAV porta avanti da anni: ecologia, giustizia sociale, processi decoloniali, rapporto tra corpi, territori e forme di vita. È un modo concreto di dare continuità a uno spirito di ricerca e sperimentazione che fa parte della nostra identità.
Avremo poi una nuova mostra dedicata a Piero Gilardi, che non sarà semplicemente un omaggio celebrativo, ma un passo ulteriore nel lavoro di valorizzazione critica della sua eredità. Vogliamo mostrare quanto la sua visione politica dell’ecologia, e il modo in cui ha immaginato il museo come luogo di attivazione sociale, sia ancora estremamente attuale nelle discussioni contemporanee.
Parallelamente rilanceremo la nuova edizione Teatrum Botanicum, che sarà dedicato alle pratiche di comunità e al rapporto tra ecologia, territorio e performance. Sarà un percorso partecipativo, costruito insieme a realtà locali che vuole far vivere il museo come un luogo di esperienze condivise e non solo di osservazione.
E poi continueremo a lavorare con artiste internazionali che affrontano i temi dell’ecologia, della femminilità, della memoria coloniale e della cura del vivente. L’idea è portare al PAV prospettive transnazionali capaci di dialogare con le urgenze del presente, ma anche con le comunità che già abitano la città e il territorio.
In sintesi, non stiamo immaginando una crescita verticale, ma una crescita per intrecci: nuovi legami, nuovi attraversamenti, nuove relazioni. Il PAV non vuole essere un contenitore di mostre, ma un organismo vivo che evolve insieme alla società e alle persone che lo attraversano.
E se la metafora è quella delle liane, allora il nostro compito è continuare a intrecciare, sostenere e far circolare energia perché è lì che le trasformazioni diventano possibili.

Binta Diaw, Dove le liane s’intrecciano. Resistenze, alleanze, terre, 2025, exhibition view. Courtesy l’artista e PAV Parco Arte Vivente. Ph. Biagio Palmieri

Binta Diaw. La Sagesse des lianes
Dove le liane s’intrecciano. Resistenze, alleanze, terre
a cura di Marco Scotini
con il sostegno della Compagnia di San Paolo, della Fondazione CRT, della Regione Piemonte e della Città di Torino

1 novembre 2025 – 8 marzo 2026

PAV  Parco Arte Vivente
Via Giordano Bruno 31, Torino

Info: + 39 011 3182235
parcoartevivente.it

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