Alessandro Giannì, Eco dal confine, 2026, exhibition view, Complesso Monumentale Purgatorio ad Arco (Napoli), photo di Danilo Donzelli.

Alessandro Giannì. Eco dal confine: per una fenomenologia della superficie

NAPOLI | COMPLESSO MONUMENTALE PURGATORIO AD ARCO | FINO AL 31 LUGLIO 2026

di ANTONELLO TOLVE

Assieme ad alcuni altri nomi italiani, da un po’ di tempo a questa parte, la figura di Alessandro Giannì (Roma, 1989) si è imposta al panorama dell’arte contemporanea – tra gli altri nomi vale la pena ricordare almeno Lulù Nuti (Roma, 1988), il cui lavoro è magnetico e disarmante – con una forza riflessiva che ha intersecato il linguaggio lento della pittura a un più ampio percorso tecnologico in cui è sempre più urgente lavorare sul preesistente, modificarlo e trasformarlo, con lo scopo di affrontare le grandi questioni della vita e dell’esperienza. Ricordo ancora quando ebbi ad andare nel 2020 a visitare (ero in compagnia di Elena Giulia Rossi e Enrico Pulsoni) SpazioMensa, l’artist-run space che Giannì aveva fondato all’interno del CityLab971, sulla Salaria, con Sebastiano Bottaro, Gaia Bobò, Giuseppe Armogida, Dario Carratta, Marco Eusepi e Andrea Polichetti. La sua abilità nel coniugare le metodologie tradizionali ad alcuni smottamenti (se vogliamo distorsioni visive) prodotti nell’ambito di processi tecnologici per fonderli insieme fino a ridefinire l’idea d’immagine, e tra l’altro il racconto che fece su quello che stava elaborando, basato su un programma personalizzato di AI che aveva chiamato Vasari, mi colpirono davvero particolarmente, tanto da farmi pensare che quella sua pittura così accecante, così cromaticamente croccante nel richiamare in causa il manierismo di Rosso Fiorentino, sovrapposto tra l’altro all’aggressività cromatica delle tecnologie più avanzate, sembrava come un fantasma trasparente, come una meraviglia senza distanza, dove il passato ancora oggi non vuole passare.

Alessandro Giannì, Eco dal confine, 2026, exhibition view, Complesso Monumentale Purgatorio ad Arco (Napoli), photo di Danilo Donzelli.

Da quel primo incontro, nell’allora suo atelier, di tempo ne è trascorso: e ho sempre guardato con ammirazione come Giannì, nel risalire le scale di questi ultimi sei anni, abbia rafforzato il legame tra tradizione (disegno, pittura, terracotta) e innovazione tecnologica, tanto da raggiungere il punto di una temporalità dilatata, quasi husserliana, nella quale la coscienza percettiva non incontra l’oggetto come dato stabile, bensì come fenomeno continuamente differito, come emergenza che si costituisce nell’intreccio fra ritenzione, presenza e protensione.

Alessandro Giannì, Eco dal confine, 2026, exhibition view, Complesso Monumentale Purgatorio ad Arco (Napoli), photo di Danilo Donzelli.

Queste coordinate sono oggi del tutto visibili nella sua ultima personale, un progetto grandioso organizzato dalla Galleria Nicola Pedana al Complesso Monumentale Purgatorio ad Arco di Napoli (nella Chiesa), dove ad accoglierci è una grande installazione che si offre allo sguardo come come il luogo di una sospensione, come l’intermittenza del visibile nella quale l’opera rinuncia a ogni funzione rappresentativa immediata per assumere la consistenza di un evento percettivo. “Con le sue sculture, Alessandro Giannì sembra voler restituire una condizione indefinita che emerge da una materia mobile e magmatica, dalla quale affiorano sagome avvolte dal mistero”, avverte non a caso Chiara Pirozzi nel testo che introduce l’esposizione, il cui titolo, Eco dal confine, è già di per sé indicazione di qualcosa che coincide con l’apparizione di forme non concluse e, nel contempo, con la lenta costituzione di una soglia, di un margine esperienziale entro il quale il vedere diviene esso stesso materia di interrogazione.

Alessandro Giannì, Eco dal confine, 2026, exhibition view, Complesso Monumentale Purgatorio ad Arco (Napoli), photo di Danilo Donzelli.

Ad accogliere lo spettatore, due grandi tavoli in metallo, le cui superfici, piacevolmente arrugginite, sembrano isole sulle cui forme (una sorta di grande elle con l’aggiunta di un segno che sembra prolungarla, quasi a mimare una scrittura, una traccia su un foglio) sono depositate dieci sculture in terracottaApparizione muta, Memorie dell’altrove, Forme in ascolto, Materia intermittente, Origine e Ascensione (tutte del 2026) ne sono alcune – si sottraggono alla tentazione dell’immagine definitiva, preferendo abitare quella regione liminale in cui la presenza continua a negoziare con la propria assenza. Ne deriva la sensazione, mi pare, che l’opera non voglia essere interpretata, ma soltanto attraversata, avvertita nella sua originaria ricerca dell’origine, in un candore miocinetico dove il fare e il pensare mostrano la loro potenza d’atto.

Alessandro Giannì, Eco dal confine, 2026, exhibition view, Complesso Monumentale Purgatorio ad Arco (Napoli), photo di Danilo Donzelli.

In questi dieci nuovi lavori, come del resto in molte forme elaborate dall’artista in pittura, la superficie non delimita, ma genera, non separa il dentro dal fuori, rende anzi visibile il loro continuo processo di coappartenenza, direi anche di coapparizione. In questa economia della sottrazione il percorso espositivo offerto con Eco dal confine trova la propria necessità: le opere non costruiscono una narrazione lineare, né articolano un repertorio di variazioni formali, sembrano piuttosto disporsi come costellazioni di intensità, episodi d’un’unica interrogazione ontologica intorno alle condizioni dell’apparire: ogni singolo elemento di questo scenario polimorfo rinvia a un altro senza stabilire gerarchie, secondo una logica nella quale il significato emerge dall’intervallo più che dalla forma in sé, dalla distanza più che dall’adiacenza. Anche lo stesso spazio, la sua lunga storia sedimentata, lungi dal costituire un semplice contenitore, entra in risonanza con questa grammatica del visibile proposta dall’artista. L’architettura sembra infatti diventare parte attiva dell’opera: ne prolunga le pause, ne amplifica i silenzi, crea diastemi necessari, facendo sì che anche il vuoto assuma una densità fenomenica.
Si comprende, allora, come il percorso sia organizzato con perizia secondo una calibrata distribuzione di soglie, di tempi morti, di sospensioni, quasi a rendere percepibile non tanto ciò che le opere mostrano, quanto ciò che esse trattengono. L’impressione conclusiva è quella di una pratica artistica che rifiuta tanto l’enfasi dell’affermazione quanto la retorica dell’enigma. Alessandro Giannì, un maestro in questo, sembra piuttosto misurarsi con la possibilità di un’immagine capace di rimanere aperta, incompiuta nel senso più fertile del termine, perché continuamente riconsegnata all’atto percettivo dello spettatore, accecato da tanta bravura.

 

Alessandro Giannì. Eco dal confine
testo critico di Chiara Pirozzi e con il coordinamento di Vittoria Magrì

Fino al 31 luglio 2026

Complesso Monumentale Purgatorio ad Arco
via dei Tribunali 39, Napoli 

Orari: ultimo ingresso ore 16.15

Info: Galleria Nicola Pedana
+39 329 6793401
gallerianicolapedana@gmail.com

 

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