Mamiano di Traversetolo (PR) | Fondazione Magnani Rocca | Fino all’11 dicembre 2016

Intervista a WALTER GUADAGNINI di Chiara Serri*

Walter Guadagnini

Walter Guadagnini

Nella Villa dei Capolavori di Luigi Magnani, i Füssli, i Goya e i Morandi stanno gomito a gomito con La scarpa destra di Franco Angeli, ma anche con gli animali in metacrilato di Marotta e i legni di Ceroli. Rapporto con l’antico, citazione, comunicazione: queste alcune delle parole chiave di un Breve dizionario dei luoghi comuni (e non) sulla Pop Art italiana, stilato da Walter Guadagnini in occasione della mostra Italia Pop, curata con Stefano Roffi alla Fondazione Magnani Rocca. Una nuova lettura della “via italiana” alla Pop Art che porta il curatore a ripercorrere gli anni del boom, estendendo cronologicamente la stagione pop dagli ultimi anni Cinquanta ai primi anni Settanta, includendo i precursori e il così detto popism. Il tutto con positiva leggerezza…

Come si collocano le esperienze della Pop Art nel panorama artistico e culturale del secondo dopoguerra italiano?
Si potrebbe partire dal titolo di uno storico volume di Maurizio Calvesi, uno dei lettori più attenti del fenomeno sin dai suoi inizi, Le due avanguardie, per ricordare come alcuni degli elementi della Pop Art italiana trovino la loro origine nel Futurismo. Ne consegue che il linguaggio pop appare come una risposta, una reazione ai mutamenti in corso nell’Italia del periodo, con l’affermazione definitiva della società dei consumi e delle comunicazioni di massa, coi suoi nuovi riti e nuovi miti.

Giangiacomo Spadari, "Escambray monumento", 1968, acrilico e tecnica mista su tela, 180x249 cm

Giangiacomo Spadari, “Escambray monumento”, 1968, acrilico e tecnica mista su tela, 180×249 cm

Quali sono le altre tendenze che si evidenziano negli anni Sessanta in Italia? Possibili rapporti e connessioni?
Il mondo di “Azimuth” e di Piero Manzoni (che certo non è un artista pop, ma che nella mostra alla Fondazione Magnani Rocca è presente con La scarpa destra di Franco Angeli, a testimoniare vicinanze anche biografiche). La galassia neo-astratta che ha avuto diverse declinazioni, optical, cinetica, programmata, con la quale in realtà sono più forse i momenti di frazione che quelli di tangenza. Mentre sicuramente motivi di vicinanza, anche più stretti di quanto non si sia abituati a considerare, sono quelli con le ricerche verbo-visuali, con il mondo della poesia visiva.

Domenico Gnoli, Reggiseno, 1964, acrilico e sabbia su tela

Domenico Gnoli, Reggiseno, 1964, acrilico e sabbia su tela

Le principali differenze rispetto alle esperienze internazionali?
Principalmente due: l’utilizzo del passato, della citazione, in una chiave di memoria ravvicinata, di confidenza con un mondo di pensieri e immagini che altre culture – in particolare quella statunitense – non hanno, per ovvi motivi. E la dislocazione geografica: quando parliamo di Pop Art inglese o francese, parliamo quasi esclusivamente di Londra o Parigi, quando parliamo dello stesso fenomeno in Italia, abbiamo senza dubbio Roma e Milano come centri nevralgici, ma anche quello che succede a Torino è fondamentale; figure importanti lavorano in Toscana, fra Firenze e Pistoia, e anche al Sud vi sono fermenti non trascurabili, tra riviste e mostre centrali nella costruzione di queste vicende.

Ha curato diverse ricognizioni dedicate alla Pop Art, tra cui le mostre allestite alla Galleria Civica di Modena e alle Scuderie del Quirinale. Quali sono le novità poste in essere da Italia Pop?
Sostanzialmente, a un approccio fondato appunto sulla specificità della “via italiana” alla pop, si aggiunge qui un capitolo di traduzione politica del linguaggio che è estremamente interessante e poco studiato sinora: la continuità della Pop Art in Italia, dopo il 1966, è segnata soprattutto dalla declinazione che ne danno Baratella, De Filippi, Di Bello, Mariani, Spadari, Sarri, fortemente caratterizzata in chiave politica. Non a caso la mostra si chiude con un grande Che Guevara a cavallo dipinto da Spadari e con Compagni Compagni di Schifano, entrambi del 1968.

Mario Schifano, Compagni compagni, 1968, smalto e spray su tela e perspex

Mario Schifano, Compagni compagni, 1968, smalto e spray su tela e perspex. © SIAE 2016

Dunque baratella, Spadari e gli altri autori da lei citati rientrano a pieno titolo nella stagione pop italiana?
Sì, i fondamenti del linguaggio sono quelli, è una precisa scelta, quella di utilizzare un linguaggio popolare – e quello della Pop Art non solo aveva origini popolari, ma era diventato a sua volta popolarissimo, soprattutto tra le giovani generazioni – per mettere in crisi i fondamenti del sapere e della comunicazione nella società capitalista, senza cadere nella trappola del realismo socialista.

La mostra, oltre ad occupare le sale dedicate alle esposizioni temporanee, coinvolge anche le stanze in cui è allestita la collezione permanente, con opere a carattere prevalentemente tridimensionale. dialogo con l’antico e citazione?
Questo è l’altro elemento che rende unica questa mostra: la possibilità di giocare, ci si augura con sufficiente leggerezza e con il rispetto che si deve a capolavori dell’arte del passato e alla figura di collezionista di Luigi Magnani, con i Füssli, i Goya o i Morandi esposti nelle stanze storiche della villa, ai quali vengono affiancati lavori di Ceroli, Del Pezzo, Ruffi, un meraviglioso e rarissimo Reggiseno di Gnoli, a misurare distanze e assonanze tra tempi e sensibilità. Come avrebbe detto un cantante molto popolare e anche molto attento alla società del proprio tempo, anche un po’ “per vedere di nascosto l’effetto che fa”…

*Intervista tratta da Espoarte #94

 

Italia Pop. L’arte negli anni del boom
a cura di Walter Guadagnini e Stefano Roffi

10 settembre – 11 dicembre 2016

Fondazione Magnani Rocca
Via Fondazione Magnani Rocca 4, Mamiano di Traversetolo (PR)

Info: www.magnanirocca.it

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