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Scusa sono al cinema #3

 A cura di Mila Buarque

Se è vero che si può capire la giornata che ci si prospetta da come comincia, ritrovarsi alle otto del mattino seduti nella platea del Grand Théâtre Lumière, dopo aver camminato sulla Montée des Marches (quel tappeto rosso abitualmente frequentato da registi e star internazionali), aspettando che inizi la proiezione del nuovo film di un maestro come Ken Loach autorizza a nutrire le più rosee speranze.

Un'immagine da Jimmy's Hall di Ken Loach

In Jimmy’s Hall il maestro inglese racconta la storia di Jimmy Gralton, noto per essere l’unico irlandese espulso dal proprio paese come straniero, e della sua sala da ballo, in realtà una sorta di casa del popolo dove oltre a ballare si insegna la letteratura, si parla di politica ci si incontra e ci si aiuta l’un l’altro. La cosa ovviamente non viene accettata dalla chiesa cattolica che, per mezzo dell’anziano sacerdote del paese, comincerà con il protagonista una battaglia senza esclusione di colpi. Suggestivi paesaggi agresti, ispirati discorsi sull’uguaglianza e sull’avidità dei potenti, netta distinzione tra buoni (operai e contadini) e cattivi (i proprietari terrieri, il cui principale rappresentante ci viene mostrato mentre frusta a sangue la figlia rea di amare la danza e la libertà, e il clero locale). Il cinema di Loach dunque, qui forse meno potente e ahimè anche meno divertente che in passato, ma sempre appassionato e personale.

Un'immagine da Jimmy's Hall di Ken Loach

Neanche il tempo di lasciar finire gli abbondanti applausi della sala che subito bisogna correre verso la proiezione di Les Ponts de Sarayevo, film fuori concorso che attraverso i cortometraggi di 13 registi internazionali, tra i quali gli italiani Vincenzo Marra e Leonardo Di Costanzo, cerca di raccontare l’anima e la storia di questa martoriata città. Esiti diseguali, segnaliamo l’episodio iniziale del regista bulgaro Kamen Kalev e il dramma ambientato fra le trincee della grande guerra del nostro Di Costanzo. Altro autore italiano per il successivo film: Incompresa, nuova prova dietro la macchina da presa per Asia Argento, a dieci anni di distanza dal precedente Ingannevole è il cuore più di ogni cosa. Selezionato per la prestigiosa sezione Un Certain Regard, il film dichiaratamente autobiografico segue le vicende di Aria (la giovanissima Giulia Salerno) in una famiglia di artisti con un padre divo del cinema (un Gabriel Garko per il quale si potrebbe riadattare la famosa definizione di Sergio Leone su Clint Eastwood e il suo cappello: ha due espressioni, con e senza gli occhiali) e una madre concertista (Charlotte Gainsbourg). Toni grotteschi, dialoghi al limite del credibile; ha il pregio di raccontare i colorati anni ’80 ma rimane il dubbio che la regista non abbia del tutto la consapevolezza dell’effetto comico di alcune scene.

Un'immagine da Incompresa di Asia Argento

Consapevolezza artistica invece ben evidente in Leviathan di Andrei Zviaguintsev, opera vincitrice del Premio per la Migliore Sceneggiatura. Le vicende intime di una famiglia che vive nel nord della Russia si incrociano con la battaglia per difendersi dalla prepotenza di un politico locale che vuole espropriarli della loro abitazione. Un amaro ritratto della società russa nell’epoca di Putin, dove chi è più forte e spietato comanda e l’unica consolazione per gli altri si trova nel fondo di una bottiglia di Vodka. Chissà se riuscirà a trovare un distributore coraggioso che decida di acquistarlo per l’Italia.

Un'immagine di Leviathan di Andrei Zviaguintsev

Distributore che ha invece già trovato, anche grazie allo sfavillante cast tutto al femminile con la splendida Juliette Binoche e le giovani star Kristen Stewart e Chloë Grace Moretz, Sils Maria di Olivier Assayas. Il film mette in scena le vicende di una affermata attrice (la Binoche) che si ritrova a recitare nel dramma che la rese famosa vent’anni prima, non più nel ruolo della giovane e disinibita che era stato suo, ma, in quello psicologicamente più complicato della matura amante abbandonata.

Un'immagine da Sils Maria di Olivier Assayas

Nel gioco di scambi tra realtà e finzione Assayas vorrebbe probabilmente costruire una riflessione sulla capacità di affrontare il tempo che passa e i cambiamenti che la nostra personalità è costretta ad affrontare, trasuda invece da ogni sequenza una fastidiosa sensazione di autocompiacimento, che unita alla mancanza di sviluppo della sceneggiatura, lascia nello spettatore un certo senso di inutilità.

Questo è quello che siamo riusciti a vedere durante la nostra breve (e frenetica) permanenza.

Un'immagine da Le Meraviglie di Alba  Rohrwacher

Non eravamo sulla Croisette durante la proiezione del film vincitore della Palma d’Oro Winter Sleep di Nuri Bilge Ceylan, ma siamo riusciti a recuperare, una volta tornati, l’unico film italiano in concorso Le Meraviglie di Alice Rohrwacher, vincitore del Gran Prix. Ispirato all’infanzia della stessa regista (e della sorella Alba, che qui veste i panni di Angelica, la madre), racconta la vita di un’atipico nucleo familiare di apicoltori nell’Umbria della metà degli anni ’90. Il desiderio del padre (Sam Louwick) di isolarsi dal mondo esterno è frustrato dalla burocrazia, dai problemi economici e dai desideri della figlia maggiore Gelsomina (Alexandra Lungu). La Rohrwacher è riuscita a creare un meraviglioso piccolo grande film con sensibilità e talento.

Info: www.festival-cannes.com


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