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Scusa, sono al cinema #1

A cura di Mila Buarque

Il fascino indiscreto della bramosia. The Wolf of Wall Street e The Counselor a confronto

La finzione? A volte è più affascinante della realtà. La sete di potere? Inarrestabile. Lo raccontano, quasi in contemporanea, gli ultimi film di due mostri sacri della cinematografia americana (e quindi mondiale) degli ultimi 40 anni: Martin Scorsese e Ridley Scott.

The wolf of wall street, courtesy 01 distribution
Quarto titolo insieme per Scorsese e Leonardo Di Caprio, The Wolf of Wall Street, racconta la storia del broker finanziario Jordan Belfort, protagonista negli anni ’90 di un’inarrestabile ascesa economica a scapito di migliaia di piccoli e grandi risparmiatori. Tratto dall’autobiografia dello stesso Belfort, il film ha suscitato violente polemiche negli Stati Uniti per via della presunta esaltazione dello stile di vita del protagonista che, tra droghe, sesso ed eccessi di ogni genere, accumula, in pochi anni, una sproposita fortuna economica, fino all’inevitabile caduta (e conseguente, improbabile, resurrezione). In realtà a fronte di una prima parte girata dal regista di Taxi Driver con ritmo travolgente e movimenti di macchina che incantano, il racconto si perde poi nell’insistito soffermarsi sulle avventure sempre più surreali vissute da Belfort/Di Caprio sotto l’effetto di sostanze chimiche assortite. Come se il regista volesse sottolineare, anche per il più sprovveduto degli spettatori, lo squallore di una vita senza nessun valore morale. Nonostante alcune lungaggini, Scorsese riesce comunque a creare immagini efficaci al servizio di una vicenda che meritava di essere raccontata.

The counselor, courtesy 20th Century Fox
Lo stesso purtroppo non accade per The Counselor. Malgrado la direzione di Scott e un cast stellare con protagonista il nuovo divo Michael Fassbender. E malgrado la scrittura del genio letterario di Cormac McCarthy, per la prima volta alle prese con una sceneggiatura ed un soggetto originali. E forse proprio in questo sta il limite del film: il susseguirsi di dialoghi in cui i personaggi più improbabili – un Brad Pitt Playboy/spacciatore, un Javier Bardem imbruttito ad hoc per la parte di un ambiguo gestore di locali notturni, una Cameron Diaz vera anima nera della storia, e persino un anonimo barista messicano – si dilungano, scena dopo scena, in monologhi ammonitori e intellettualistici. Potente creatore di storie e situazioni per la pagina stampata, il grande scrittore americano (qui anche produttore insieme allo stesso Scott), si perde dimostrando di non avere (ancora) altrettanto talento per il grande schermo. Così il film si trascina stancamente nel raccontare la storia dell’avvocato interpretato da Fassbender, che, incapace di accontentarsi di una vita già ricca e fortunata, finisce per avviare una vicenda che inesorabilmente finirà in maniera disastrosa per lui e per tutti quelli che gli vivono intorno. Compresi gli annoiati spettatori. Peccato.

 

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