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CRONACA FOTOGRAFICA DELLA 13. BIENNALE DI ARCHITETTURA

di LAURA FRANCESCA DI TRAPANI

Un palcoscenico dove l’architettura si mescola alla natura, si immerge in quella laguna che fa di Venezia un luogo unico, casa spirituale dell’architettura stessa. David Chipperfield mette in scena il suo Common Ground – terreno comune – un luogo dove ognuno dei partecipanti esprime e lascia la propria idea, un luogo che «ci invita a scoprire queste idee condivise partendo dalle nostre singole posizioni di differenza». Diecimila metri quadri in un unico percorso espositivo dal Padiglione centrale ai Giardini dell’Arsenale, lungo il quale 69 progetti internazionali hanno dato vita ad un progetto – dialogo, per mostrare l’architettura nel suo contesto di influenze e affinità, storia e linguaggio, città e cultura. Attraversiamo questi luoghi, dove la storia si mescola all’oggi, dove il desiderio di dar vita a nuovi dialoghi si respira, con un ospite che ci presta il suo obiettivo per osservare con curiosità tutti quei dettagli, quelle atmosfere, che un fotografo coglie e sceglie di rendere immagine bloccata rispetto all’indefesso scorrere del tempo. Giuseppe Veniero, siciliano doc, classe 1972, porta avanti una ricerca per la fotografia con un taglio documentaristico e da reportage. Leitmotiv del suo incedere in questo mondo, a cui si approccia da autodidatta, è il dato reale, riducendo al minimo un lavoro di post produzione. Dall’ultimo viaggio Stupor Mundi, il Regno delle Due Sicilie, che ha presentato all’interno di Photofestival 2012, oggi diventa narratore per immagini di progetti internazionali di architettura. Il desiderio di sperimentarsi in una nuova sfida fotografica, osservando i grandi dell’architettura moderna per comprendere il loro approccio, riportandoli in nuovi stimoli fotografici, permea quest’incontro. Ogni fotografo sceglie di mostrare e sceglie di sottrarre. Il suo mondo visivo diventa in quest’occasione possibilità per noi di lasciarci cullare da alcuni aspetti, di lasciare andare il nostro sguardo verso qualcosa e non verso qualcos’altro. L’obiettivo è rapito da due tipologie di progetti, alcuni firmati da una nuova interessante generazione di architetti internazionali, e altri il cui focus è la riqualificazione di aree dismesse basate sulla sostenibilità.

Da Charis Christodoulou e Spyros Th.Spyrou (Repubblica di Cipro) impegnati sullo sviluppo di infrastrutture di svago pubbliche, Turiurbanismo, a favore di terreni comuni da rivalorizzare.

Chi come Fernandez Galliano, con l’opera “Spain mon amour”, affida agli studenti di architettura – portati per l’occasione a Venezia – alcuni modelli di edifici realizzati in Spagna nell’ultimo ventennio, ponendo l’attenzione sulla capacità di recupero dell’architettura rispetto ai confini economico sociali.

Affascinano progetti come quello firmato da Norman Foster: un’istallazione audiovisiva “Gataway” in cui sul pavimento, sulle pareti e sul soffitto, scorre un flusso di crono-storia della creatività, coi nomi di designer, architetti, critici.

O “Arum” di Zaha Hadid, opera interamente realizzata in alluminio, costituita da mille sfaccettature che illuminano l’intero padiglione.

Uno dei padiglioni più innovativi è quello russo con “ i-city”. La consegna di un tablet all’ingresso ai visitatori fa decodificare i q-code – illuminati sulle pareti e sul soffitto – per un viaggio nel mondo architettonico russo.

L’Italia presenta una descrizione delle quattro stagioni dell’architettura made in Italy. Un percorso accidentato e fecondo mira ad una ricerca in un rapporto tra architettura, crescita e innovazione. Tutte quelle tematiche emergenti, nonché sfide del prossimo futuro, come la produzione energetica e alimentare, lanciando già un imput ed uno sguardo ad Expò 2015.

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